Sinistra: le ragioni della sconfitta

di Adriano Autino


Le elezioni politiche tenutesi in Italia lo scorso 13 maggio dimostrano diverse cose, di cui la più vicina e per me inquietante è che mi ero clamorosamente sbagliato. Il mio è stato un errore abbastanza ingenuo, la confusione tra il livello sociale ed il livello politico:

Tra il sociale ed il politico, dunque, c'è di mezzo la presa di coscienza da parte delle persone votanti, che non è ne' automatica né sicura, vista anche la scarsa fortuna di cui ancora gode l'analisi sociale in quanto disciplina. La gente è convinta che destra e sinistra esistano ancora, e questo fa sì che esse continuino ad esistere, a livello politico, se non più a livello sociale: una specie di zombie, che può fare però ancora molti danni.

Dunque destra e sinistra esistono ancora, e la sinistra ha perso. Dobbiamo occuparci di questa realtà, e non cercare di snobbarla come avevamo pensato di fare prima.

Quando Sylvie Coyau intervistò Amartya Sen (Nobel 1998 per l'economia), un paio di anni fa, tra le altre domande glie ne fece una diretta, mettendolo un po' alle strette. Sylvie Coyau è una brava giornalista scientifica (di sinistra): chiese ad AS se fosse di sinistra o di destra. AS rispose di essere dalla parte della gente, e della povera gente in particolare, e quindi di collocarsi, in senso molto largo, nel campo della sinistra internazionale. Disse anche di non sentirsi socialista né marxista, se per marxismo intendiamo (com'è universalmente inteso) il modello socialista di governo della società. Disse però di continuare ad apprezzare il metodo (dinamico) di analisi sociale proposto da Marx. Disse che, piuttosto che tentare di eliminare il libero mercato, un'opera molto più degna ed utile è quella di aprirlo veramente alle persone che oggi ne sono escluse. 

Io mi sento di condividere al 100% la sostanza di tale discorso. Avevo pensato di poter puntare direttamente in alto, abbandonando gli schemi obsoleti della destra e della sinistra. Ma così facendo, probabilmente, mi allontanerei dalla sensibilità della maggioranza delle persone, e non sarei più utile che a pochissimi, forse nessuno. 

Inoltre, poiché la sinistra ha perso, è possibile che in essa si sviluppino riflessioni feconde, e che vi sia disponibilità a liberarsi di vecchi paraocchi. 
La sinistra ha perso, ed è giusto che abbiano perso la vecchia analisi sociale, le ricette di mera conservazione dell'esistente, la concezione non umanista delle persone e degli strati "deboli" della società, tutte concezioni che sono ancora la guida ideologica della sinistra. Non è giusto, invece, che abbia vinto la destra, il suo disprezzo per la legalità, la sua protervia, il suo difendere la libertà dei potenti fingendo di difendere la libertà di tutti, e mi fermo qui, perché c'è poco da analizzare nell'ideologia di questa destra italiana. Adesso giudicheremo il nuovo governo dai fatti: se diminuirà le tasse, se lancerà lo sviluppo economico, se darà l'avvio alle grandi opere pubbliche, come ha promesso. Se renderà più facile la vita alle piccole aziende, come molti implicitamente si aspettano (da notare che questo non è neppure stato promesso). 

Io avevo pensato che sarebbero stati premiati (i) Emma Bonino e Luca Coscione, per essere stati gli unici a raccogliere l'appello dei 1500 scienziati scesi in piazza a febbraio sull'appello Regge-Dulbecco (ii) Antonio Di Pietro, per essere l'unico ad avere ancora a cuore la questione morale. Non hanno raggiunto neppure il fatidico 4%, e la maggioranza degli elettori si sono schierati con i due cosiddetti poli.

Mi interessa, come ho detto, analizzare le ragioni della sconfitta della sinistra, capire che cosa l'elettorato più inquieto ed attento ai cambiamenti sociali sia andato a cercare o abbia creduto di ravvisare (a torto) nell'armamentario ideologico destrorso. 

Destra e sinistra hanno ambedue, secondo me, una concezione non umanista, profondamente lesiva della dignità delle persone. Infatti la sinistra pensa che nella società ci sono strati deboli, che devono essere difesi e tutelati per sempre. Non è che non esistano strati deboli, ovviamente, ma non è automatico che gli interessi di costoro siano quelli pretesi dalla sinistra. La sinistra pensa che ci debba essere un gettito fiscale che permetta di sostenere gli strati deboli della società, e che i "datori di lavoro" debbano dare delle garanzie in eterno a questi strati. Anche a destra si pensa che esistano strati deboli della società, e che il dovere sociale degli strati forti sia quello di approfittarne politicamente ed economicamente. Vi sono anche qui diverse sfumature: la destra più fascista ritiene che i deboli debbano semplicemente servire, e che, se non si assoggettano a servire, debbano essere schiacciati o scacciati, senza tanti complimenti. La destra più liberale e la più cattolica pensano invece che i deboli debbano essere benignamente e graziosamente aiutati, essendo incapaci di esistere autonomamente.

Ciò che accomuna la destra e la sinistra è proprio questa concezione degli strati deboli della società. Intanto alcune parti della società sono etichettate come deboli, e quasi trasformate in caste sociali, con tutte le caratteristiche delle caste: difficoltà estrema di migrazione degli individui da una casta all'altra, e robuste barriere che impediscono la migrazione.

La sinistra ritiene che si debbano tutelare e difendere le parti deboli della società, la destra che debbano essere schiacciate o fatte oggetto di elemosina.

Invece per il pensiero neo-umanista le persone, così come nascono accidentalmente nel territorio di una nazione piuttosto che di un'altra, altrettanto casualmente nascono in strati sociali diversi. Potenzialmente tutte le capacità intellettuali di tutte le persone sono, non uguali - perché c'è comunque chi nasce più dotato intellettualmente e chi meno -, ma assolutamente non dipendenti dallo strato sociale in cui le persone nascono. Non vi è quindi alcuna ragione perché un maggior numero di buoni intelletti debba nascere in determinati strati sociali. Dopo la nascita, lo sviluppo e la messa a frutto di un buon intelletto, il fatto che non sia rovinato o sciupato, questo sì, molte volte dipende (anche se non sempre e non sistematicamente) dalle condizioni sociali in cui si trova a crescere. 

Per il pensiero neo-umanista l'umanità, sia come specie sia come individui, trarrebbe un enorme giovamento dal massimo sviluppo del proprio potenziale intellettuale. Il che significa: aiutare a sviluppare il massimo potenziale intellettuale di tutti gli individui è un preciso interesse - non volendo definirlo un dovere - di tutto il genere umano, ed in particolare degli strati sociali che sono già più forti. Siamo convinti che negli strati sociali cosiddetti deboli, sia in paesi post-industriali che in società pre-industriali, esistono ottimi intelletti, che possono dare il loro contributo alla società, in termini imprenditoriali, di nuove idee e di quanto occorre per rispondere alle sfide del nostro tempo. Riteniamo che, se una persona nasce socialmente debole, non debba per forza restarlo per il resto della propria vita, ed è dovere delle istituzioni predisporre tutto ciò che serve per dare veramente a tutti i Terrestri la possibilità di diventare socialmente forti.

Se analizziamo da questo punto di vista la politica delle destre e delle sinistre del mondo, vediamo che sono tutte carenti. Poiché per i piccoli ed i deboli diventare forti significa crescere individualmente, diventare imprenditori, sviluppare le proprie potenzialità ed idee, gran parte della sinistra questo lo vede come fumo negli occhi: questo scenario vede infatti la continua proliferazione di nuove aziende, e non quel contesto sociale "ordinato", di poche grandi aziende, con i loro re ben assisi sul trono (controparte sindacale chiara e ben definita con cui contrattare) e moltitudini di disciplinati dipendenti-consumatori. Le microaziende, proprio nella fase in cui cercano di spiccare il volo e di crescere, sono bersagliate di tasse ed impedimenti i più assurdi e vessatori, per convincere il neo-imprenditore che è suo interesse restare nella casta originaria. Che continui ad aspirare ad un posto di lavoro, e si tolga i grilli dalla testa. La sinistra che ha perso le elezioni è per la conservazione dello status quo, conservazione della divisione della società in classi (anche se sono sempre più artificiose ed arbitrarie), e conservazione dei poteri economici così come sono. La sinistra che ritiene di non aver perso le elezioni (Rifondazione Comunista), mantiene un'area di consenso attivo solo perchè perpetua l'illusione di un progetto, pure obsoleto, che però mantiene l'obiettivo della promozione sociale dei ceti più deboli.

L'unico carattere rivoluzionario dell'ideologia della sinistra era, storicamente, quello che si prefiggeva di rovesciare l'ordine sociale esistente e di instaurare un sistema socialista di governo della società: in quell'atto rivoluzionario ci sarebbe stato il rovesciamento dei poteri esistenti ed un ricambio, almeno, di poteri (anche se non è poi detto che, in una rivoluzione, siano automaticamente e sempre i più intelligenti e capaci che arrivano ad occupare posizioni di leadership).

Da quando la sinistra ha rinunciato al suo progetto rivoluzionario - né poteva fare diversamente, nelle società post-industriali, in cui come è stato dimostrato la rivoluzione modello sovietico 1917 non è mai stata di fatto proponibile - ha perso qualsiasi carattere di promozione sociale, per diventare un fattore di conservazione dei poteri esistenti, semplicemente mendicando qualche briciola in più per i propri "protetti". La rivoluzione socialista si basava su un paradigma tutto sommato semplice: la classe lavoratrice è debole solo se non è unita, se è unita diventa forte sia socialmente che politicamente, e può diventare forte anche economicamente, mediante la rivoluzione. Si trattava quindi di un progetto finalizzato a rendere forti le classi deboli, e non - come l'attuale credo della sinistra - a mantenerle eternamente deboli, subalterne e "protette". E proprio in quel suo dover essere marxianamente unita, che era il suo grande potenziale in era industriale, sta la debolezza odierna, e l'obsolescenza del suo carattere di avanguardia, della residua classe lavoratrice dipendente. 

Con la rivoluzione elettronica, ed il conseguente progressivo smembramento della grande azienda fordista, anche il progetto di società socialista è quindi tramontato, quali che ne fossero le legittime aspirazioni di giustizia sociale in epoca industriale. Il collettivismo del modello socialista storicamente non è più necessario (ai fini della promozione sociale), e finisce col mostrare rapidamente la sua innata tendenza all'autoritarismo, al burocratismo, al nazionalismo, tipici delle fasi decadenti delle rivoluzioni socialiste, estrema vanificazione di ogni istanza di crescita e promozione sociale delle persone. Ma la sacrosanta aspirazione di ogni persona ad essere più forte e più libera nella società, cioè al cambiamento ed alla promozione sociale, non è affatto tramontata.

Noi neo-umanisti crediamo in un nuovo paradigma di promozione sociale, il cui obiettivo non è più lo stravolgimento del potere, togliere le ricchezze a chi le ha, e così via, bensì quello così ben espresso da Amartya Sen. Pensiamo che l'area socialmente forte possa crescere ed allargarsi nella società, insieme al crescere di un'economia aperta, e che, attraverso questo processo di crescita, l'idea stessa di potere possa maturare e diventare più umana e più umanista. La società civile funziona molto per esempi, ed è bastato spesso nella storia un esempio illuminato ed illuminante, per rendere ridicoli ed obsoleti tutti coloro che si comportavano diversamente, e quindi obbligati in qualche modo al cambiamento ed all'evoluzione. Esempi eccellenti si possono trovare nella storia (Ghandi, ed altri). Confidiamo quindi che, nella società globalizzata, uno o due esempi eccellenti potrebbero portare a cambiamenti evolutivi a catena, molto più dirompenti di qualsiasi rivoluzione violenta (e quindi di per sé generatrice di nuovi odi e faide, che poi non si spengono nel corso dei secoli).

Anche se tutto questo, dopo le recenti elezioni italiane, sembra essersi allontanato nella prospettiva, non smetteremo di occuparci di politica. Abbiamo formulato alcuni punti di un possibile programma politico, e continueremo a tenerli bene in vista, in modo che inizi una discussione, e possano aggregarsi coloro che si trovano d'accordo (compila il questionario IL PROGRAMMA CHE NON C'E'). Dobbiamo però essere consapevoli che si tratta di un lavoro di lunga lena, e che non vedrà probabilmente fiammate improvvise di interesse: che i ceti sociali nuovi e progressivi prendano coscienza di sè e dei propri specifici interessi non è nè facile, nè scontato. Non è detto però che, una volta innescato, il processo non possa avere accelerazioni, anche brucianti: lavoreremo per questo obiettivo. 

[AA - TDF 2/2001 - 02/06/2001]