È possibile un'interfaccia feconda tra culture cattolico-latine e culture anglofone-protestanti?

di A. Autino


Risulta che le persone cresciute nelle società latine, a maggioranza cattolica, sono dotate, appena vengono al mondo, di un notevole complesso di colpa. Tutta la retorica del sacrificio e del dolore ci porta costantemente ad imporci dei limiti. La gabbia ci viene imposta fin da quando siamo piccoli. Ogni volta che si formula un concetto o un principio, un progetto, un obiettivo di avanzamento o di progresso, subito il nostro Dio ci esorta a mettere tutti i "sì però" che devono moderare in qualche modo il nostro entusiasmo. Sembra che il Dio dei Cattolici non tolleri l'entusiasmo né la gioia creativa. Non tollera che ci aspettiamo un giusto successo per aver avuto buone idee ed averle sapute perseguire. È quindi altamente cosigliabile, per chiunque, nato e cresciuto in questa società, abbia delle buone idee, dei buoni intenti etici ed aspiri ad avere un minimo di ricchezza e di giusta ricompensa per il proprio impegno, fare degli esercizi spirituali, per convincersi che non è peccato avere buone idee, non è peccato (di orgoglio) impegnarsi a fondo per realizzarle, e non è peccato avere il successo, come giusta ricompensa per gli sforzi fatti. E che, se una persona si impegna a fondo, in modo onesto e con sinceri intenti etici, è più che giusto ed etico che i suoi sforzi siano ricompensati. Questo per quanto riguarda noi cattolico-latini. 

Quando parlo di cattolico-latini non intendo tanto o soltanto i credenti, i praticanti, o coloro che cercano di vivere secondo i precetti della chiesa. Dal punto di vista antropologico e sociale la filosofia religiosa prevalente in una società informa le azioni, i comportamenti e le scelte delle persone, quale che sia il loro orientamento (religioso, laico, osservante, praticante, ateo, agnostico, o altro). Se è vero che il paradigma fondamentale del cattolicesimo è quello del sacrificio (quello estremo è il sacrificio di Cristo, che immola se stesso per redimere i peccati dell'umanità), allora tutti i nostri ideali, laici o religiosi, saranno orientati al sacrificio. Così, la dialettica sviluppatasi in era industriale tra cattolicesimo e marxismo. Il cattolico (Don Camillo) dice: tu, marxista, poiché sei ateo e materialista, non sei veramente capace di sacrificarti per il bene degli altri, perché solo in Cristo sta la vera forza e nobiltà d'animo che permette di mettere il bene degli altri davanti al proprio. Il marxista (Peppone) risponde: tu, cattolico, sei solo un baciapile, e non sei capace di sacrificare i tuoi interessi per il bene comune, solo noi comunisti siamo capaci di sacrificare tutto per la rivoluzione. Come si vede (o come siamo in grado di vedere oggi), il modello, per entrambi, è il sacrificio.

Il Dio dei Cattolici è quindi, per molti versi, un moderatore, non tanto dei conflitti e delle contraddizioni interni alla società, bensì degli entusiasmi e degli obiettivi! La vittoria di un cattolico è sempre una vittoria dimezzata. La coscienza del cattolico sta sempre lì a suggergli: ve bene, ma non inorgoglirti troppo, non fare troppo gas, guarda che le fanfaronate poi si pagano. A questo si aggiunge e si compenetra anche l'atteggiamento scaramantico, molto presente nelle società latine. Questo sentimento agisce non solo a vittoria avvenuta, ma anche prima, durante tutta la battaglia per raggiungere un certo obiettivo, e quindi in qualche modo limita l'efficacia degli sforzi e dello stesso impegno. In qualche modo il cattolico è sempre convinto di non meritare eventuali successi e premi e, nel momento in cui li accetta (comunque l'amor proprio e l'ambizione esistono, spesso in modo conflittuale), si sente un po' disonesto, e questo lo predispone o ad altre disonestà o a desideri di espiazione, o tante volte anche a gettare via le possibilità di vittoria, alla rinuncia, all'autonegazione ed a future sconfitte. A tutto questo aggiungiamo che, nella cultura cattolica, il sesso è vissuto come colpa, che esiste il celibato dei preti, e che la negazione della vita e della procreazione è considerata il massimo dell'ascetismo e della spiritualità. Questo si aggiunge al sacrificio, e si ripercuote, sul piano dell'etica, su tutti i comportamenti umani.

Per quanto riguarda le persone nate e cresciute in società di matrice luterana o calvinista (protestanti), premetto innazitutto che conosco meno questo tipo di società, e che posso quindi esprimermi solo per quanto sono venuto a conoscenza cominciando a discutere e confrontarmi - soprattutto attraverso la rete -- con persone cresciute con quel tipo di educazione etico-religiosa. 

Il Dio dei Protestanti mi appare piuttosto carente di caratteri quali la solidarietà e l'amore per tutto il genere umano. Il concetto della predestinazione al successo e di essere oppure no benedetti da Dio ha portato queste società ad elevati gradi di cinismo e di arroganza nei confronti di coloro che essi non ritengono prescelti da Dio. Quando una società ha al suo interno schemi ideologici di questo tipo è molto facile sempre attribuire a se' la posizione migliore (essere scelti) ed attribuire ad altri, lontani o diversi (per razza, colore, o altro), la caratteristica negativa di non essere prescelti da Dio. Questo porta a concepire delle differenze di cui il razzismo che vediamo è solo una. In realtà la differenza più marcata è quella dell'individuo nei confronti del resto della società: ogni individuo si ritiene prescelto e benedetto e considera gli altri - nel migliore dei casi - uno strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi, quando non un mero ostacolo da eliminare. L'estremo opposto, a quello che si vede nelle società latine, in cui l'individuo cresce con un radicato senso di colpa nei confronti della società, e nel suo intimo crede che appropriarsi di un po' di ricchezza è comunque un furto nei confronti del resto della società. 

Tuttavia, per prevenire fraintendimenti, io non sto auspicando unificazioni religiose e/o ideologiche (se verranno saranno certo positive, ma solo dopo una profonda comprensione, e non alla leggera, sull'onda di facili entusiasmi). Sto solo cercando, da laico e rispettoso dei diversi credo religiosi, di analizzare i caratteri di fondo di diversi tipi di società, adesso che ne ho i mezzi e, visto che in precedenza sono vissuto in una società di fatto filosoficamente isolata (su quali giornali avete mai letto delle differenze sociali e di comportamento tra le società latine e quelle anglosassoni?), capire di quali strumenti cognitivi ed evolutivi sono privo, ed avanzare qualche ipotesi per aggiungere qualche strumento al mio set culturale. Non penso infatti che globalizzazione debba significare appiattimento culturale ed un unico minestrone ideologico ottenuto mettendo in comunicazione diversi "vasi" sociali. La globalizzazione, per mezzo dell'interfacciamento (e per interfacciamento intendo un processo che comprenda l'elaborazione delle informazioni, e non il semplice ingurgitare senza capire) delle diverse società, può essere per ognuno e per le società occasione di arricchimento culturale, cioè di acquisizione di strumenti culturali prima sconosciuti.

Per noi cattolico-latini, si tratterebbe quindi di pregare il nostro Dio di dotarsi di alcuni caratteri che al momento sembra non avere (soprattutto l'apprezzamento per l'ingegno e per la creatività), e di convincerlo a mettere un pochino in sordina quell'enfasi sul sacrificio e sul dolore che la chiesa cattolica ha evoluto nel corso dei secoli.

I Protestanti dovrebbero invece pregare il loro Dio di diventare più compassionevole, concepire la solidarietà tra eguali (che non nega la dignità né l'essere adulto di chi viene aiutato) e, pur restando nello schema a loro caro delle persone predestinate e scelte da Dio, tale Dio almeno suggerisca ai suoi fedeli che prescelti e predestinati possono nascere in qualsiasi contesto umano, quindi in qualsiasi contesto sociale, etnico o religioso. Questo Dio dovrebbe anche rivolgersi con benevolenza agli altri, e suggerire ai propri fedeli il concetto di aiuto agli altri: sia a coloro che si ritengono predestinati, perché un po' di aiuto non guasta mai, e favorisce i buoni rapporti all'interno della società, sia a coloro che non si ritenessero predestinati, che sono comunque persone umane, nostri fratelli, puniti in partenza da una divinità un po' capricciosa (:-): abbiamo comunque il dovere di aiutarli ad allevare i loro bambini che, nel gioco della casualità della predestinazione (mi perdonino i protestanti se storpio un po', per ignoranza, il loro credo) potrebbero essere dei prescelti, o comunque delle persone utili a se stesse ed alla società (per dirla secondo un concetto più simile a noi neo-umanisti).

I fedeli di ambedue le fedi (cattolica e protestante) farebbero bene a suggerire al loro Dio (che, andando un po' indietro nel tempo, risultava un unico Dio) un concetto di utilizzo etico della ricchezza accumulata. Per i protestanti il concetto di predestinazione potrebbe evolvere in quest'altro concetto: se il Signore ha dotato i predestinati delle capacità di avere buone idee, avere successo e capacità di tradurre in pratica le loro idee, -- se vogliamo che in ogni caso il Dio dei Cristiani sia un Dio d'amore -- ha certamente avuto un intento rivolto non solo al singolo individuo, ma anche alla comunità di cui l'individuo fa parte, e quindi dovrebbe esistere, non tanto un dovere (contrario alle sacrosante libertà individuali), ma un'impegno morale, un'esortazione a reinvestire il proprio successo (quindi non solo la ricchezza monetaria, ma anche la posizione, le tecnologie, i metodi evoluti) a beneficio della collettività. Favorire quindi il progresso e studiare in quale modo il mio successo può essere d'aiuto e di stimolo al successo di altre persone. Potrebbe anche darsi che delle persone, pur "prescelte" non trovino a volte le strade concrete per sviluppare il proprio destino. Può quindi essere d'aiuto qualcuno che rimuova qualche ostacolo dalla loro strada. Se il Dio dei Protestanti ed il Dio dei Cattolici si mettessero d'accordo per il reinvestimento in chiave etica del successo si avrebbe, per i Cattolici un ridimensionamento del senso di colpa, una più larga aspirazione al successo onesto ed etico e meno sentirsi dei furfanti per aver avuto successo; dalla parte dei protestanti ci sarebbe una miglior disposizione solidaristica nei confronti degli altri, delle altre etnie, degli altri paesi.

[AA - TDF 2/2001 - 17/06/2001]


Vedere anche:

Il Cattolicesimo premia il sacrificio, il Protestantesimo premia il successo - di Diana Baroni

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