Moon Jazz

di Adriano Autino


È certamente presto per dare un giudizio sulla politica spaziale della nuova amministrazione Bush. Ma non è presto per ragionare sulla nuova fase che si sta aprendo, e per cercare di capire se le speranze di una rapida e sostanziale apertura della frontiera spaziale sono destinate ad aumentare oppure a diminuire.

Lungi da noi qualsiasi speranza che l’amministrazione repubblicana degli US sia meno legata agli interessi delle lobby di potere economiche e burocratiche (sia pubbliche che private), rispetto alla precedente amministrazione democratica, a discapito delle speranze di progresso di noi Terrestri: se lo sia un po’ di più o un po’ di meno non mi sembra una discussione interessante. Sul fatto che la strategia spaziale US interessi ai Terrestri, e non soltanto agli Americani, non mi pare invece che possano esserci dubbi: anche se il resto dei Terrestri non vota per il presidente americano, né ha la possibilità di esprimere un parere ascoltato sulle strategie della NASA, questa è a tutt’oggi il leader – nel bene e nel male – dell’impresa e dell'avventura umana nello spazio. Abbiamo quindi un grande interesse ad aprire una discussione che coinvolga tutte le persone di buona volontà che intendono contribuire, nel loro piccolo, all’espandersi della civiltà umana al di fuori del nostro pianeta madre. Ciò che traspare senza mezzi termini, anche dagli eventi di questi giorni, è che in parecchi casi il potere economico esistente – sia pubblico che privato – si oppone al progresso: 

  1. Le lobby petrolifere bloccano da anni, se non la ricerca, lo sviluppo industriale di motori a carburante non derivato del petrolio.
  2. Le stesse lobby petrolifere combattono come la peste la crescita della filiera fotovoltaica terrestre e dell’ancora più promettente fotovoltaico spaziale (SPS ed LPS).
  3. Le lobby produttrici di razzi spendibili ostacolano in tutti i modi lo sviluppo di un veicolo riutilizzabile (SSTO).
  4. Le burocrazie governative, oggi signori incontrastati dell’accesso allo spazio, combattono in ogni modo la crescita di tecnologie che possono abbattere il costo di messa in orbita di quel mitico e sospirato fattore 10 che aprirebbe a molti più “giocatori” privati la frontiera spaziale.
  5. Le burocrazie militari e le lobby degli armamenti, loro degni compari, sono fermamente intenzionate a riaffermare il loro dominio incontrastato sullo spazio. Certo non vedono di buon occhio la liberalizzazione dell’accesso allo spazio e la “privatizzazione” dello spazio.

Come si vede l’interesse dei poteri economici forti si sposa alla perfezione con l’interesse delle burocrazie, in barba a quanto vogliono farci credere gli autoproclamati paladini della libertà da una parte, e gli altrettanto autoproclamati paladini della democrazia, dall’altro lato, impegnando la società civile in appassionanti election-games. Occupati a seguire gli avvincenti scontri televisivi tra i gladiatori delle “opposte” fazioni, non ci accorgiamo di come lor signori continuano, in definitiva, a scippare la società delle vere possibilità di progresso e sviluppo. Ma, l’abbiamo detto più volte, le peculiarità di questo periodo storico sono tali che chi si ostina ad ostacolare e ritardare i passi possibili, imponendo il perdurare di tecnologie obsolete, inquinanti ed ingombranti, si rende colpevole non solo di gretto e meschino egoismo (cosa che spesso nella storia ha, nonostante tutto, benchè solo a posteriori, giocato a favore del progresso), ma di vero e proprio genocidio: la differenza tra continuazione dello sviluppo ed estinzione non è mai stata infatti, per la nostra specie, così vicina come in questa congiuntura storica. 

Sarebbe già oggi l’ora di trovarsi a lavorare in una città-porto lunare, ascoltare una vecchia canzone di Elvis Presley e sentire nostalgia per il mondo più ingenuo e più fiducioso di 50 anni fa, quando la benzina costava 100 lire al litro, e non sapevamo ancora niente dell’effetto serra ne’ dell’AIDS. E poi, con una capriola da bassa gravità, accennare un motivo di moon-jazz, che ci parla di nuova fiducia e nuovo progresso… 

Ma il moon-jazz non c’è ancora, e chissà se lo ascolteremo e lo suoneremo nella nostra vita, noi che eravamo ragazzini quando cantava Elvis.
Personalmente, ed anche politicamente (una volta si diceva che il personale è politico :-)), vorrei che si affrontassero i problemi veri, e la si smettesse con la politica delle ripicche. Invece di cercare sempre di “farla pagare a qualcuno” se ci si provasse una volta a “fare un regalo a qualcuno”? 

Per esempio. Da tempo noi neo-umanisti astronautici – specialmente quelli che si sentono ideologicamente più libertari – lamentiamo l’eccessivo ingombro del denaro pubblico nel mercato spaziale, che non assomiglia neppure lontanamente ad un mercato libero, neppure nei paesi autoproclamatisi “campioni” del liberismo. Ed anche -- lamentiamo -- la truffa nei confronti dei contribuenti, considerati mucche da mungere cui non si deve il minimo ritorno. Allora la mossa attuale di Bush – se mi sbaglio sarò molto felice di scusarmi – mi sa di ripicca: “Ah si’? E allora cominciamo a chiudere il rubinetto!”

Ma, se come sembra dimostrato, i costruttori “forti” di razzi a perdere (Lockheed Martin, Boeing, Matra Marconi, DASA, ecc…) non hanno alcun interesse a favorire la crescita dell’astronautica, chi puo’ raccogliere veramente la sfida?

Ho l’impressione (anche qui aspetto volentieri smentite) che le piccole imprese con vocazione astronautica ideologica (Kistler, SpaceDev, ecc…) siano ancora troppo piccole, deboli, ed isolate. Se il Congresso US, la NASA ed i “grandi” si mettono con i pugni sui fianchi e dire: “Adesso vediamo cosa sapete fare!” è come se mettessero un bimbo alla guida di un’automobile. Posto che riesca ad accendere e subito imballare il motore, avranno poi buon gioco a gridare, trionfanti: “Visto? Non siete capaci!”

Io non ho mai creduto alle sfide roboanti, né alla buona fede di chi le lancia, né alle crescite incredibili e miracolose. E chi le accetta, per orgoglio o per superficialità, può anche starmi simpatico, ma non agisce certo in modo razionale.

I repentini passi indietro delle burocrazie, che fino a ieri avevano occupato tutti gli spazi disponibili, creano il vuoto e spesso la depressione nel mercato, anziché favorirne la crescita. Se poi si trattasse di finti "passi indietro", finalizzati a ben più sostanziosi passi avanti nella spesa militare, allora, amici, saremmo stati una volta di più presi per i fondelli.

Credo invece nei programmi di transizione, che persone serie e consapevoli, se condividono un obiettivo, possono concordare e mettere in atto.
Allora, se davvero mr. Bush e la NASA pensano seriamente ad un passo indietro dello stato per lasciare spazio ai privati, e se davvero l’aver chiuso il programma X-33/x-34 significa la parola fine al progetto Lockheed (che si sapeva sin dall’inizio non avrebbe funzionato), per dare spazio ad imprenditori-astronauti, seri e motivati, lo dimostri, preparando un programma di transizione, che preveda:

  1. La progressiva (e non repentina) riduzione dell’impegno statale. 
  2. Aiuti e sgravi fiscali alle aziende, non solo americane, che intendono contribuire allo sviluppo di tecnologie per la riduzione del costo di messa in orbita.
  3. Diminuzione della spesa militare a favore di quella civile, per dare impulso all'astronautica mercantile. 
  4. La messa a disposizione di strutture di istruzione e di training, stage di apprendimento retribuiti (un buon modo di usare il denaro pubblico), presso la NASA (e non si vede perché l’ESA o la NASDA non dovrebbero fare altrettanto), per gli stessi imprenditori e loro personale.
  5. La proposta di un piano simile agli altri paesi che hanno agenzie spaziali importanti, dimostrandosi per una volta (culturalmente) degni della loro posizione di leader planetari.

Per quanto riguarda le aziende che detengono il potere di vita e di morte sulle tecnologie e sul progresso, penso che siano comunque composte di persone, anch’esse dotate (dal buon Dio o dall’evoluzione) di capacità di ragionamento, e quindi della facoltà di cambiare idea e di intraprendere in nuove direzioni. Un’ottima mossa, nel loro stesso interesse, sarebbe quella di investire parte dei loro sterminati capitali nelle nuove imprese, dotate di ideologia “fresca”, favorendone la crescita. Infatti solo un vecchio testone, inguaribilmente settario ed incapace di vedere le opportunità del futuro, potrebbe pensare che così facendo aiuta un competitore a mandarlo in miseria: aiuterà invece il progresso, la nascita di nuovi mercati, e giustificherà davanti alla storia la propria stessa esistenza in quanto imprenditore.

Allargando un po’ il discorso, potremmo anche dire che quanto di ideologicamente “altro” rimane nel mondo (ovvero la Cina), potrebbe anche bruciare qualche tappa della competizione (è la tesi di Michael Martin-Smith), ricostringendo l’annoiato mondo occidentale a rimettersi in pista con rinnovato impegno: quello che ci fece arrivare sulla Luna in pochi anni, la bellezza di quasi 35 anni fa.

[AA – TDF 2/2001 – 29/04/2001]