Dov’è il libero mercato?

di A. Autino


Con la fine dell'era industriale, delle classi sociali e delle grandi ideologie che di tali classi erano l’espressione, il pensiero libertario, in diverse varianti, ha acquisito una posizione molto più rilevante, uscendo dal novero delle utopie considerate irrealizzabili, per presentarsi sempre più come modello sociale, e come paradigma ideologico compatibile con le caratteristiche strutturali dell’era elettronica e della società globalizzata.

Alcuni concetti (con grande sconcerto degli sclerotici di qualsiasi latitudine politica) hanno quindi lasciato i sicuri ormeggi ideologici che avevano abitato per più di un secolo, per veleggiare verso altri lidi. È il caso del concetto di libero mercato, considerato un principio irrinunciabile, se non addirittura un diritto inalienabile, dal pensiero libertario d’oltreoceano. La rete ha fatto saltare muri e diaframmi, le acque calde e passionali della cultura cattolico-comunitaria dei paesi latini si mescolano con quelle più fredde e razionali dei paesi di cultura calvinista. Per chi lo vuole ascoltare, un controcanto molto potente viene da regioni preindustriali, ma non prive di intelletti di prim’ordine, quali l’India ed il Bangladesh. In questo frangente dobbiamo ovviamente imparare a coniugare paradigmi ideologici a prima vista incomprensibili ed assurdi (pensate solo se, una decina d’anni fa, avreste mai potuto dire a qualcuno una parola come anarco-capitalista!). Ma da questo maelstrom può prendere forma lentamente un pensiero maestoso e grande, purchè non ci si spaventi del nuovo. Verificata la velleitarietà dei progetti politici (limitandoci qui a considerare quelli in buona fede) che puntavano all’abolizione del libero mercato – rivelatisi un rimedio peggiore del male -- coloro che ragionano con la propria testa hanno cominciato a pensare che un mercato libero non sarebbe poi tanto male… se ci fosse. Se è globale ancora meglio: anche i fuori mercato, gli outcaster di Sen e di Yunus, avranno più chance per entrarci.

La discussione intorno al libero mercato può ovviamente aprirsi moltissimo, toccando temi filosofici, economici, politici ed antropologici. Di quale libertà vogliamo parlare? Della libertà politica, di quella sociale, di quella economica, della libertà dal bisogno, della libertà dalla sofferenza? Ed in quali contesti sociali? A partire da quali condizioni e da quali presupposti? Vorrei limitarmi qui alla verifica di alcune questioni generali, per introdurre il discorso e la ricerca, che cercheremo di sviluppare su queste pagine nel corso del 2001.

Secondo la vecchia ideologia liberale industrialista, il libero mercato sarebbe stato la soluzione di tutti i problemi della politica e della democrazia. Esso sarebbe dotato di una sua etica intrinseca, basata su modelli di comportamento naturali (come si possa coniugare comportamenti naturali – cioè feroci – ed etica è un mistero sempre più inconoscibile). Addirittura, se lasciato fare, e liberato da qualsiasi regola, il libero mercato permetterebbe il superamento della stessa politica, come esigenza di mediazione tra l’economico ed il sociale. L’andamento del mercato reale prova tuttavia l’esatto contrario. Almeno in un caso, quello della Microsoft (un caso solo, è vero, ma non da poco!) si dimostra che il mercato in sé -- o quantomeno il mercato realmente esistente oggi -- tende alla concentrazione ed al monopolismo, sopprimendo e fagocitando i più piccoli nelle organizzazioni più grandi e potenti. Verrebbe da citare anche il caso italiano della Fiat, che in qualche decina d’anni ha progressivamente fatto piazza pulita di tutte le altre case automobilistiche, ma qui l’intreccio e le cointeressenze con i governi che si sono succeduti dal dopoguerra non permette la stessa chiarezza di prospettiva. Anche in casi più recenti il governo italiano, grazie alla coda di paglia forse più impressionante di tutto il pianeta, ha dimostrato la più completa impotenza di fronte a monopoli rampanti, nel settore televisivo. Più realisticamente, certamente anche Bill Gates ha appoggi al Governo USA, solo che questi non hanno vinto, almeno per ora. La stessa vicenda MS dimostra inoltre che, lasciato a se stesso, difficilmente il mercato premia i più meritevoli: molto più spesso premia i più furbi, i più prepotenti e certi del loro diritto di arraffare. In altri articoli, su queste pagine, analizziamo come la cultura informatica dell’entertainment e delle comunicazioni siano sulla strada di estinguere la cultura dei sistemi real time deterministici (indispensabile alla sopravvivenza ed allo sviluppo del genere umano).

In difesa del libero mercato, quindi, è spesso chiamato ad intervenire proprio quello stato di cui si vorrebbe negare la necessità. Ovvero: il libero mercato non è insidiato ed impedito (per quanto anche questi facciano la loro parte) soltanto dai governi avidi di tasse e dalle burocrazie con i loro lacci e lacciuoli. La minaccia più pesante per il libero mercato, almeno nei casi citati, sono proprio i suoi “campioni”, coloro che nel libero mercato hanno avuto più successo. Non fraintendetemi, non sono improvvisamente diventato un difensore dello stato: esso è e rimane un potere burocratico oppressore, strenuo difensore delle barriere economiche erette per tenere fuori dal mercato le piccole e micro-imprese nascenti. Tuttavia, se lo stato ha le sue colpe, questo non significa che automaticamente i suoi pretesi “avversari” debbano essere automaticamente assolti ed addirittura giubilati come i campioni e difensori della libertà di mercato.

Dunque cominciamo a segnare le necessarie differenze, rispetto ad ideologie settarie e scioviniste del passato, ed anche rispetto a confuse aspirazioni liberiste dei giorni nostri. Il neo-umanesimo fa propri i principi teorizzati da Muhammad Yunus e da Amartya Sen, in favore di un mercato veramente libero, cioè completamente aperto, privo di barriere nei confronti di quanti tentano l’ingresso dalla porta, stretta, della povertà. Nella società dell’informazione, è stato anche detto (Anthony Giddens, considerato l’ideologo di Tony Blair) che i movimenti d’opinione contano ormai più dei governi e dei tribunali. Usando la rete i contestatori della globalizzazione si sono mobilitati a migliaia in pochi giorni. Potremo contare sulle tecnologie di comunicazione informatica per abbattere le barriere commerciali e spezzare i monopoli? Così sperano i fautori di modelli sociali basati sull’autogoverno che, come dicevo all’inizio, hanno oggi molte più chance concrete che in passato. Certo il libero mercato, in questa prospettiva, appare più un traguardo da raggiungere che qualcosa da conservare (come recitava il vecchio credo liberale industrialista). E, per come la vedo io, l’evoluzione della democrazia in direzione di un maggior autogoverno -- fattibilissima, grazie alle tecnologie di comunicazione -- non significherebbe affatto un superamento della politica: semmai la liberazione della politica dalle pastoie burocratiche e dalla corruzione cui la nostra società sembra ormai assuefatta ed incapace di reagire.

Anche il confronto con modelli naturali trova qui la sua giusta luce. La natura ha fatto l'uomo schiavo, come tutti gli altri animali, dell'orologio biologico planetario (nascita -> evoluzione -> estinzione) e della legge di sopravvivenza del più forte. E' solo mediante la propria intelligenza e la propria volonta' che gli uomini e le donne possono spezzare le catene naturali, ed essere finalmente liberi. Per una società di più di sei miliardi di individui, questa è infine una precisa condizione di sopravvivenza: l’uomo è l’unico animale che ha i mezzi per non estinguersi nel suo pianeta-culla, espandendo i limiti del proprio mercato ben oltre i limiti planetari. Il mercato potrà infatti essere veramente libero solo se sarà in crescita (e solo l’opzione spaziale apre questa prospettiva), oppure ricadrà fatalmente nella prigione della legge della giungla. Questa volta però, anche il più forte sarebbe condannato all’estinzione, essendo ormai terminate tutte le leggi evolutive planetarie. La specie umana ha un’unica opportunità: cambiare marcia, optando per la legge del più intelligente e del più etico. A dispetto dei naturisti, quindi, il libero mercato del terzo millennio non assomiglia per nulla ad una legge o ad un diritto “naturale”, cui basta eliminare gli impedimenti perché possa fiorire. 

Il libero mercato ed, in ultima analisi, il concetto stesso di libertà, nella nostra nuova patria nel tempo, sono intimamente legati alla volontà ed all’intelligenza, per nulla scontati, e per nulla naturali. Da costruire, piuttosto, con l’impiego della politica, a liberare la strada ed a sollecitare l’aiuto di tutti. Coniugando attentamente etica, tecnologia, scienza e libertà personali ed individuali, in una logica rigorosamente controfattuale (secondo A. Sen, il metodo controfattuale permette il contgrollo continuo di servizi, prodotti, leggi e governi: se mi aiutano a perseguire le scelte che farei, per utilizzare e migliorare le mie capacità, la mia informazione ed i miei mezzi, sono strumenti di libertà, altrimenti sono mezzi di oppressione).

Questo che state leggendo è il primo di una serie di articoli, mediante i quali intendiamo andare alla ricerca del libero mercato. In qualche caso forniremo dati, in altri faremo semplicemente delle domande, con la speranza di poter rispondere in seguito, ed in altri azzarderemo delle risposte. Cominciamo con alcune osservazioni, a ruota libera, in tema di libertà di accesso al mercato. L'accesso ai fondi per la ricerca europei, è un caso abbastanza lampante di poca libertà: i fondi vengono erogati, nella stragrande maggioranza dei casi, a grandi aziende che possono permettersi di tenere in permanenza proprio personale a Bruxelles, ad esercitare il lobbysmo sulla commissione esaminatrice. L'aiuto va quindi a chi non ne ha bisogno, mentre migliaia di piccole imprese -- in molti casi con idee brillanti -- non hanno fondi per svilupparle. La responsabilità di questo stato di cose è abbastanza evidente: da un lato la burocrazia, più che disposta a farsi blandire e comprare, dall'altra la mancanza di etica di coloro che ingombrano in permanenza la scena, senza curarsi d'altro che dei propri interessi, anche quando la loro sicurezza è più che ridondante. I piccoli imprenditori, non avendo il tempo di seguire personalmente le pratiche, ricorrono allora ad altri vampiri: le agenzie, che in genere, almeno in Italia -- dove anche il Venture Capital sembra ancora fantascienza -- si fanno pagare comunque, quale che sia l'esito della vicenda. E questo porta il più delle volte alla rinuncia. Considerazioni dello stesso segno si possono fare per quanto riguarda la partecipazione a gare d'appalto, o all'ingresso di una piccola impresa nelle vendor list delle Agenzie Spaziali o di grandi aziende del mercato spaziale. Anche in questo caso, un piccolo imprenditore puo' in genere confidare soltanto nella fortuna. Gli uffici acquisti sono elefantiaci, le procedure di accreditamento in vendor list sembrano non avere mai fine: o si dispone di una propria struttura commerciale, che segue l'iter per mesi ed anni senza mai demordere, oppure si deve rinunciare. La piccola impresa in genere non dispone di strutture di marketing, quindi si trova spesso di fronte al bivio: lavorare o fare marketing. Verrebbe voglia di avere qualche tipo di valutazione oggettiva, dall'esterno, che dia un voto all'azienda, e permetta quindi, a chi ha buoni voti, di presentarsi con credenziali che permettano di muoversi con maggiore velocità e minor dispendio di energie. Ma l'illusorietà di un simile pensiero salta subito agli occhi: avremmo creato un'altra struttura burocratica, della cui imparzialità sarebbe più che lecito dubitare! Paradossalmente proprio il mercato spaziale, che sta tanto a cuore a noi astro-umanisti, è forse uno dei settori meno liberi, dal punto di vista di chi è piccolo e non ha mezzi per farsi sentire. In questo, peculiarmente, giocano anche fattori che abbiamo già analizzato: ad esempio la tendenza all'autoconservazione di un casta chiamata Space Community che, allo scopo di conservare i propri privilegi, mantiene artificialmente alti i costi di sviluppo delle tecnologie spaziali, ben aldilà di quanto sarebbe ragionevole, specie considerando poi i risultati (si vedano i nostri editoriali in archivio). Ma questo è un altro discorso, che non mancheremo di riprendere.

[AA – TDF 1/2001 – 18/01/2001]