WP 1120
L’economia globalizzata ha una gamba sola

Autore: A. Autino
Revisione: 1.00 del 31 luglio 2000

1. Un periodo di forte instabilità

Neppure gli economisti più bravi e preparati, se intervistati, non dico 10 anni fa, ma un anno fa, avrebbero saputo prevedere il corso dell’economia mondiale nell’anno 2000. Nel 1999 (o forse era il tardo 1998?) l’economia mondiale era attanagliata dalla crisi asiatica, appariva stagnante e ripiegata su stessa, stretta tra l’incudine della sovraproduzione classica delle società post-industriali ed il martello dell’inconsistenza infrastrutturale e delle economie emergenti. Gli altissimi livelli di corruzione in ambedue gli ambienti contribuivano a disegnare un quadro molto triste, di un’economia che ben difficilmente avrebbe trovato in sé risorse fresche e spinta per nuovi periodi di espansione.

Ma, come sempre, la storia si fa beffe della mancanza d’immaginazione degli uomini, ed ecco il 2000, con le sue dirompenti novità:
· gli investitori impazziti per la rete, l’e-commerce, la telefonia mobile e le telecomunicazioni in generale
· i petrolieri pronti a giocare ancora una mano al rialzo

e le borse riprendono a volare a livelli fino a ieri impensabili per le economie cosiddette mature.

Per quanto riguarda le motivazioni dei petrolieri, secondo me si tratta di una strategia preventiva ad ampio raggio, finalizzata a contenere le perdite future:

a) Il petrolio iracheno non potrà essere tenuto fuori del mercato ancora molto a lungo; quando la metà del greggio mondiale tornerà sul mercato, è facile prevedere quale direzione prenderà il prezzo del petrolio.
b) Sono stati annunciati diversi motori capaci di ridurre drasticamente il consumo di carburante, o di utilizzare carburanti alternativi ai prodotti petroliferi; quando tali motori entreranno in produzione, la domanda di prodotti petroliferi subirà un brusco calo.
c) La stessa prospettiva promossa dalla generalizzazione delle comunicazioni preconizza una diminuzione degli spostamenti. Anche questo porterebbe ad un calo della domanda di prodotti petroliferi.

Gli strateghi delle lobby petrolifere non intendono certo vedere le loro fortune drasticamente ridotte in poco tempo, non quando detengono ancora saldamente tanta parte del potere politico-economico a livello planetario. Di qui la strategia di rialzo preventivo dei prezzi, al fine di costruirsi un argine, essi sperano, abbastanza alto da contenere la piena delle opzioni contrarie.

Un altro fattore che può aver avuto peso notevole nelle strategie delle lobby petrolifere, è quello della semplice ingordigia: se l’economia inizia a crescere vertiginosamente, perché proprio le lobby più potenti del mondo dovrebbero restare escluse dai profitti? Non quando basta chiudere di qualche giro i rubinetti, e lasciare che il prezzo dell’oro nero si muova di conseguenza. 

Persino l’inflazione, che in periodo di stagnazione economica sembrava ormai irrevocabilmente condannata, ha timidamente mantenuto segno positivo per tutto il primo semestre del 2000.

La propensione a mettere velocemente le mani sul malloppo inaspettatamente disponibile, da parte di molti decisori del commercio planetario, riflette del resto l’estrema insicurezza ed instabilità del periodo che si è aperto: la fiammata delle telecomunicazioni può spegnersi da un momento all’altro, o stabilizzarsi in tono minore, una volta che le prime bolle gonfiate siano scoppiate ed i primi illusi siano rimasti con un palmo di becco. Chi avrà saputo intascare veloci profitti avrà guadagnato, chi si fosse illuso di avere a che fare con investimenti ad orizzonte più ampio rimarrà con un palmo di naso.

Il gioco si sposterà allora su altri tavoli: l’abilità degli istituti di credito nell’utilizzare diversificazioni per attutire i tonfi; l’abilità dei governi nell’utilizzare ammortizzatori sociali, ad esempio succhiando un po’ di sangue in più ai contribuenti, per regalare sgravi fiscali ai grandi che fossero rimasti invischiati in operazioni finanziarie in perdita; senza dimenticare l’eterna cura delle crisi economiche di ogni tempo, le azioni militari, per ridare fiato alle lobby degli armamenti, a tuttoggi uno dei pistoni del motore economico planetario.

Tutto questo è storia nota, e si ripete in spirali che coinvolgono sempre più l’intero pianeta in un flusso omogeneo e coordinato, per quanto diseguale nei suoi risvolti locali.

Uno degli aspetti di novità per noi più interessanti, è proprio questo funzionamento ormai coordinato dell’economia mondiale: non è questa o quella enclave del commercio mondiale ad essere partita per la tangente, ma è tutta l’economia planetaria, beninteso con ritmi e capacità di funzionamento ben diverse e disomogenee.

L’elemento catalizzatore, che ha scatenato la globalizzazione unificante dell’economia mondiale non è stata l’industria, né le tecnologie caratterizzanti quel modo di produzione (meccanica, siderurgia, petrolchimico, alimentare ed agricoltura industrializzate). La globalizzazione dell’economia prende veramente il volo nel pieno dell’era elettronica, e si sviluppa con la tecnologia dell’informazione.

Lo spostamento del focus in modo così accentuato sull’informazione non può non avere conseguenze decisive e devastanti a tutti i livelli delle attività umane. L’informazione e la comunicazione sono infatti due livelli sovrastrutturali, che non possono da soli sostenere la vita (già in forse per altri noti fattori) di più di sei miliardi di persone sulla faccia del pianeta. 

Se la società elettronica si indirizza prioritariamente alla comunicazione, trascurando altri fattori chiave della sopravvivenza umana, ne seguiranno enormi scompensi, che non faranno che accentuare l’instabilità del periodo storico che si sta aprendo: grandi fortune e grandi catastrofi si alterneranno e si disputeranno le prime pagine dei notiziari ad un ritmo mai sperimentato in precedenza.

Se si può discutere la metodologia della precedente civiltà industriale, che certo non ha lesinato scompensi, contraddizioni e rovesci, non si può tuttavia accusare tale civiltà di non aver focalizzato sugli aspetti fondamentali della sopravvivenza. Prova ne sono tutte le principali industrie, di carattere strutturale, che la società elettronica eredita dai genitori industriali.

Il punto è: come saprà, la società elettronica, conservare, far progredire e trovare nuovi sbocchi per tali industrie? È chiaro che, senza l’industria, metabolizzata e facente parte stabile della nostra cultura, non potrebbero esistere e progredire né l’elettronica né la comunicazione. 

Se tale cultura viene trascurata, se non si formano nuove leve di ricercatori, di ingegneri e di tecnici, presto la stessa economia della comunicazione crollerà come un castello di carte, priva del substrato industriale che le è vitale. 

L’economia terrestre, anche se per un caso fortuito potesse prosperare per qualche decennio basandosi esclusivamente sullo sviluppo della rete, delle telecomunicazioni e del commercio elettronico, sarà comunque un’economia zoppa, dotata di una sola gamba, destinata prima o poi a collassare. 

Inoltre tutti i fattori che avevano messo in crisi la società industriale non cesseranno in ogni caso di agire: 
· Il problema ambientale potrebbe persino incrementarsi, in assenza di attenzione specifica da parte della ricerca scientifica (la rete alimenta una pericolosa illusione: che basti muoversi meno, per risanare l’ambiente).
· Le risorse alimentari ed idriche non riprenderanno per magia ad aumentare.
· Se la popolazione mondiale, grazie alla globalizzazione, dovesse invertire il processo di crescita, gli effetti deprimenti agiranno sull’e-commerce come su ogni altra attività.

L’unico fattore che potrà, allora, ridare stabilità al sistema economico sarà la riattivazione della seconda “gamba” dell’economia: dopo l’ubriacatura di parole in rete, l’uomo dovrebbe tornare ad un comportamento più fattuale, ricominciando a muoversi, per aprire il sistema mondo, interfacciarsi con il Cosmo, colonizzare il proprio Sistema Solare.

Tutte le tecnologie ereditate dall’era industriale avranno quindi nuovo impulso, torneranno ad attrarre i giovani, ed a creare nuovo mercato ed una nuova economia: la Space Economy.

Prima si affaccerà questa seconda economia globalizzata, maggiori saranno le possibilità, per la società elettronica, di continuare il proprio sviluppo senza abortire miseramente.

2. Elementi chiave

Lo diciamo da tempo: l’unica possibilità di continuazione dello sviluppo umano sta nella nascita di una economia spaziale, una space economy, che possa succedere alla, ed integrare la, new-economy delle telecomunicazioni. 

Nonostante, a nostro giudizio, la Space Community non si stia affatto preparandosi a tale congiuntura né cerchi di favorirla, ed anzi, secondo un’analisi particolarmente critica (P. Collins) la Space Community abbia tutto l’interesse alla continuazione del corso attuale (uso di denaro pubblico per ricerca ed esplorazione fini a se stesse), persino le azioni del tutto inadeguate che sono in corso stimoleranno il cambiamento. 

Per un altro verso, potrebbero verifichersi reazioni sane all’inconsistenza strutturale della new-economy: 
a) chi non si accontenta di viaggiare stando sdraiato in poltrona a casa propria; 
b) chi non ha rinunciato a sperimentare di persona posti ed ambienti prima sconosciuti; 
c) chi vuol vedere di persona come stanno le cose e non si accontenta dei resoconti falsati dei media; 
d) chi si rende conto della tragica obsolescenza di culture affidabilistiche ed industriali; 
e) chi ne ha abbastanza delle filosofie suicide ed umanicide dei verdi;
f) chi desidera fare investimenti ad ampio respiro, avendopne abbastanza del mordi-e-fuggi caratteristico della new economy. 

Tutti costoro sono nostri potenziali alleati, e dovremo trovare il modo di far loro conoscere TDF ed il Vettore.

Alcuni eventi, in consonanza o anche contro la volontà stessa di chi li realizza, stimoleranno il cambiamento.

L’inizio dell’attività vera e propria di assemblaggio della International Space Station, pur condotta con enorme spreco di denaro pubblico e mezzi tecnologicamente obsoleti, porterà parecchie persone a lavorare in orbita nei prossimi anni, in un habitat che apparirà finalmente un po’ più simile ai modelli fantascientifici che popolano l’immaginario collettivo (pensate a Star Trek, a 2001 Odissea nello Spazio, e simili). La gente allora si sentirà un po’ più nel futuro, e comincerà a pensare di conseguenza. 

Le immagini di laboratorio che provenivano in precedenza dalla MIR e dagli shuttle non presentavano questa attrattiva. La ISS darà per la prima volta l’impressione che nello spazio ci può andare gente normale, e non solo individui selezionati, rassegnati a fare in continuo capriole con elettrodi attaccati ovunque e cibo-dentifrico in tubetti.

L’utilizzo commerciale della MIR, anche se la MirCorp non fosse in grado di ristrutturare la vecchia stazione russa adeguatamente, rappresenta di per sé un fatto senza precedenti. Significa, tanto per cominciare, che non è più necessario essere la NASA per andare in orbita, basta essere sufficientemente determinati ed aver raccolto i capitali necessari. 

Immediatamente le attività della NASA e dell’ESA saranno costrette a riqualificarsi: che figura ci fa l’ESA, ad esempio, con le sue strategie a traino ritardato, focalizzate ancora e sempre sul satellitare? 

Se nello spazio ci va chiunque, per essere ancora i leader, le agenzie dovranno fare nello spazio qualcosa di estremamente qualificante. Se uno solo può sedersi sulla sedia più alta, potrà anche starci semplicemente seduto a grattarsi la pancia, ad interpretare il ruolo della bandiera. Se sono due, tutto cambia: la gente si chiederà cosa fanno, chi fa qualcosa di utile e chi si gratta semplicemente la pancia spendendo danaro pubblico o denaro degli investitori. Rinasceranno una o più dialettiche, pur con connotati ben diversi da quella della guerra fredda, primo, ed ormai defunto, motore stellare ideologico.

Oltre a quelli tratteggiati, sicuramente la realtà getterà sul piatto, come sempre succede, altri elementi chiave, non immaginabili oggi.

Il periodo che si apre, lo ripeto, sarà molto ricco di colpi di scena e rovesci. Nulla è scontato. Il Vettore TDF, come altri raggruppamenti simili, ha il vantaggio di avere un’analisi, una strategia, delle proposte e degli strumenti, per favorire, nel corso tumultuoso della storia imminente, la nascita della Space Economy.

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