Articolo 18, un falso problema

di Adriano Autino


Ancora una volta dobbiamo assistere impotenti all'ennesima messa in scena della solita vecchia compagnia di guitti: il tentativo da parte del governo di centro destra di eliminare la legge antilicenziamenti (articolo 18 dello statuto dei lavoratori), e l'alzata di barricate da parte dei sindacati dei lavoratori dipendenti. Un titolo adeguato per questo pessimo lavoro teatrale potrebbe essere "L'ultima battaglia industriale". Ma probabilmente sarebbe un titolo troppo ottimista: dubito infatti che sia l'ultima, visto che ancora la compagnia, per quanto decotta, non ha concorrenti, e non pensa minimamente ad andare in pensione.

Il fatto che, su questa scena, sinistramente illuminata da bagliori terroristici, siano recentemente scese in piazza milioni di persone, ha poco a che vedere con l'articolo 18, servito in realtà come occasione per esprimere la protesta popolare verso il governo, e contro la grottesca situazione della giustizia in Italia.

La rappresentazione si snoda, a beneficio di una stampa completamente asservita e timorosa di perdere il posto, con il consueto rituale di dichiarazioni risibili, avanzate e ritirate, dichiarazioni roboanti ed immobilismo nei fatti. Ad esempio si è sentito un esponente governativo dichiarare tranquillo: "Noi non pensiamo affatto a licenziare, e siamo certi che, abolendo l'articolo 18, le fabbriche si riempirebbero di lavoratori". Dall'altra parte un serafico Cofferati risponde con la consueta linea difensiva del proprio orticello del lavoro dipendente. La parola d'ordine di questa stagione è "stralcio": il governo deve stralciare l'articolo 18 dal disegno di riforma. Come dire: le cose vanno proprio bene così come sono, e di cambiare non se ne parla neppure. Insomma il consueto coro di bugiardi e/o incapaci di qualsiasi analisi sociale. Va bene lo status quo? Assolutamente no. E le "fabbriche", potrebbero mai tornare a riempirsi come nel pieno dell'era industriale? Solo un deficiente ormai potrebbe credere ad una bufala così grossa e pacchiana!

Molte persone perdono il lavoro che avevano (articolo 18 o no), e rischiano molto, perchè non sono informati nè formati per stare sul mercato. Inoltre, entrando nella categoria dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, vengono immediatamente presi di mira da un fisco vorace ed assassino, che continua (ma qualcuno poteva aspettarsi qualcosa di diverso?) a favorire in tutti i modi i grandi proprietari ed a falciare inesorabilmente i piccoli. Ma questo a BBF (Berlusconi-Bossi-Fini) non interessa, e neppure alla Confindustria, la cui direzione è da sempre in mano alla grande industria. E neppure interessa a Cofferati. Infatti gli ex-lavoratori dipendenti, nel momento in cui diventano lavoratori autonomi o piccoli imprenditori, cessano di pagare la tessera, quindi rappresentano solo una voce di perdita, nel bilancio sindacale. Eliminare l'articolo 18? E quante tessere in meno sarebbero?! Cofferati vede i suoi conti pericolosamente vicini al rosso, e quindi allenta il freno burocratico, lasciando che le piazze si tingano di rosso.

Ma l'articolo 18 è ormai un problema completamente falso. Tanto per cominciare "difende" soltanto i lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti. Ma su 5 milioni di aziende italiane, la stragrande maggioranza (più di 3,5 milioni) sono aziende sotto i 15 dipendenti, che in genere non sanno neppure cosa sia il problema di licenziare, avendo un problema completamente opposto: trovare persone competenti e riuscire a tenersele. Tutte queste aziende fanno a meno, da sempre, dell'articolo 18, ed hanno ben altri problemi. Le piccole imprese non beneficiano infatti dei generosi sgravi fiscali di cui beneficia la grande impresa. Essendo piccole, tali aziende sono molto più controllabili, quindi devono dimostrare e motivare per filo e per segno ogni ora di lavoro dei dipendenti. Anche se fanno ricerca, raramente riescono a passare le forche caudine delle certificazioni richieste per avere finanziamenti. Nella stragrande maggioranza delle micro-aziende i soci e gli amministratori hanno anche compiti operativi in azienda (né potrebbe essere diversamente), ma - sentite bene - le ore di lavoro o di formazione dei soci non valgono ai fini dei finanziamenti per la ricerca e la formazione! Anzi, il lavoro operativo dei soci e degli amministratori è a malapena tollerato dai feroci controllori fiscali. Perché? È semplice: le piccole aziende, ormai la maggioranza nel panorama sociale dell'era elettronica, per lorsignori (destra, sinistra, sindacati), semplicemente non esistono! Le guardano con grande fastidio, si augurano che spariscano presto, e che "le fabbriche tornino a riempirsi" di schiavi industriali salariati, bravi ed ubbidienti! Gli amministratori non dovrebbero lavorare, infatti il modello aziendale dell'era industriale non contemplava le piccole e le micro aziende. Il modello dell'"occupazione", che continuano ad agitare per incantare i gonzi, è sempre quello: se un amministratore ha compiti tecnici in azienda, toglie "posti di lavoro"!

Allora, chi è che ha "bisogno" di licenziare? La grande azienda. Gettare sul mercato "mano d'opera" disinformata farebbe crescere l'offerta e quindi diminuire il costo del lavoro, per lorsignori, beninteso. La piccola e micro-azienda si troverebbe invece probabilmente a fronteggiare un picco di concorrenza in più, magari poco qualificata, ma certo in grado di far scendere anche i prezzi della consulenza. A qualcuno interessa sapere che le tariffe di consulenza qualificata in Italia sono già le più basse d'Europa? A molti interesserebbe certo, visto che moltissimi rapporti di lavoro si basano ormai su una base di consulenza, ma non c'è alcun sindacato né politico che parli della realtà vera, anche in questo caso, vista con fastidio. La parola consulenza desta ancora espremo sospetto, quasi come qualcosa di losco (ma, nel paese di Tangentopoli, spesso le consulenze sono state utilizzate per coprire traffici effettivamente loschi). La formula escogitata dai maghi della concertazione - al fine di prevenire ed ostacolare il più possibile la crescita sociale di interi strati di popolazione, mantenendo inalterato il potere della grande impresa e le enormi difficoltà delle piccole - è quella del "lavoro interinale". Si tratta di un lavoro pagato meno del lavoro dipendente, e per di più privo delle cosiddette "garanzie sociali". Nella nozione di lavoro interinale il concetto di rischio d'impresa è completamente mascherato o assente: il lavoratore interinale è configurato come un mendico, in attesa fuori della porta, che qualche "grande" si degni benignamente di farlo lavorare. Privo di qualsiasi potere contrattuale, il lavoratore interinale accetta qualsiasi paga (temporanea, beninteso). Trasformare tutto il lavoro intellettuale in lavoro interinale, o riportarlo "dentro le fabbriche", questi sono i sogni, neppure tanto segreti, della grande impresa e dei sindacati vetero-industrialisti. In ambedue i casi il loro potere sarebbe salvo: le burocrazie sindacali estenderebbero pseudopodi fuori dalle fabbriche, creando agenzie del lavoro interinale, riproducendo un ceto "dipendente", anche se fuori dalla fabbrica. La grande impresa avrebbe ancora, nella burocrazia, l'interlocutore servile e ben disposto che ha sempre avuto, e la possibilità di imporre tariffe, contratti capestro e tempi di pagamento millenari a sua completa discrezione. La piccola impresa, fornitrice di servizi, si troverebbe continuamente di fronte al ricatto: se non accetti le mie condizioni utilizzero' servizi interinali.

Ma è questo il futuro che vogliamo? Una società feudale, in cui pochi signori dispensino il "lavoro" come un bene raro ed estremo? Forse qualcuno avrà visto recentemente, in tv, qualche analisi socio-futuribile (estremamente rara, personalmente mi è capitato di vederne una solo sul canale satellitare di National Geographic) che, indicando come esempio certe cittadine statunitensi, prevede una società divisa tra una minoranza che ha lavoro, barricata in veri e propri villaggi-fortino dotati di sofisticatissimi sistemi di difesa, ed una maggioranza di disgraziati costretti a vivere di espedienti. Una simile società sarebbe probabilmente l'anticamera della fine della civiltà umana: un numero stragrande di ottimi intelletti sarebbe completamente tagliata fuori da qualsiasi possibilità di risolvere i problemi propri e della società, dovendo occuparsi quotidianamente della (propria) mera sopravvivenza. Il modo più rapido ed efficiente di dilapidare il patrimonio umano dell'era elettronica e tornare all'età della pietra.

Il modello vincente, per la continuazione della civiltà, è invece completamente un altro: proporre i problemi al numero più largo possibile di persone, retribuire le idee e le soluzioni, creare una società in cui le persone intelligenti siano stimolate ad utilizzare al meglio la loro materia grigia. Le persone meno dotate, visto che l'intelligenza è comunque una facoltà suscettibile di migliorare con l'allenamento, sarebbero stimolate a seguire e competere con i migliori, e non più a disprezzarli ed asservirli con la forza, come in passato. Il lavoro intellettuale, che si vorrebbe rinchiudere, svilire o cancellare, è destinato - sempre che l'uomo non getti alle ortiche le proprie conquiste tecnologiche, altro modo per suicidarsi come specie - a diventare più o meno l'unico lavoro. In questa prospettiva la consulenza, le borse di studio, il finanziamento (anche da privati a privati) della ricerca, una nuova normativa che regolamenti in modo più semplice e diretto la proprietà intellettuale, sono le forme di rapporto da considerare maggioritarie nella società imminente. L'articolo 18? Ma ci rendiamo conto o no che è ormai preistoria? Si vuole veramente favorire lo sviluppo, ed aiutare tutti ad essere più produttivi ed efficienti? È semplice, basta rovesciare completamente il sistema attuale:
  1. aiutare la piccola impresa, invece di mitragliarla;
  2. dare sgravi fiscali ed aiuti alle aziende che cercano faticosamente di superare la soglia minima di collaboratori (che permette agli amministratori di occuparsi dello sviluppo dell'azienda e non solo di compiti tecnici), e non sempre solo alle grandi imprese;
  3. finanziare la ricerca, anche la ricerca diffusa, compiuta da qualsiasi piccolo imprenditore che sviluppa propri prodotti, ed anche di singoli che sviluppano proprie ricerche tecnologiche o scientifiche;
  4. aiutare le piccole aziende ad essere visibili sul mercato e ad avere clienti.
Un programma semplice, non è vero? Realizzandolo non ci sarebbe alcun bisogno di rimuovere o difendere l'articolo 18, perché la gente non avrebbe più alcun interesse a rimanere intruppata nelle grandi aziende, dato che le piccole diventerebbero un luogo meno pericoloso in cui vivere e lavorare. Ma crediamo davvero che le persone in maggioranza amino essere numeri, in grandi aziende dove la burocrazia livella qualsiasi aspirazione di autonomia decisionale, qualsiasi creatività, qualsiasi desiderio di avere un ritorno dai propri investimenti in tempo, energie, dedizione? Chi crede questo vive fuori dal mondo. Chi invece vuol continuare a far credere questo lo fa esclusivamente per i propri sporchi interessi di sempre: campare sulle spalle, sulla frustrazione, e sulla miseria ideologica, di altri.

 


[006.AA.TDF.1/2002 - 09.03.2002]