VOCI

A cura di Diana Baroni

Voci non segue un ordine alfabetico, perché nasce dalla necessità, almeno in partenza, di seguire le argomentazioni di Amartya Sen; in prospettiva, per poter ragionare criticamente su diversi argomenti ed autori e saper elaborare le nostre concezioni e porgerle con chiarezza. Non vuole essere l'ennesimo dizionario filosofico…. per filosofi, o un prontuario politico…. per politici, o un ricettario economico…. per economisti, o un manuale di tuttologia…. per tuttologi. E' innanzitutto un invito ad un lavoro collettivo, a condividere quello che sappiamo e a cercare quello che non sappiamo, ma che ci serve sapere. E' uno strumento che può essere coltivato da tutti quelli che vogliono contribuire alla nostra crescita ed efficacia.

L'esigenza profonda che ci spinge ad agire è riuscire ad essere inequivocabili per e con moltissime persone diverse e in almeno due lingue, in modo che le discussioni siano sostanziali e non si impantanino in incomprensioni. Deve essere possibile comunicare sui più svariati contenuti, senza essere necessariamente specializzati in questo o quel campo, comunicare non solo con specialisti, ma anche con non specializzati. Essere accessibili e rendere accessibili, superando problemi di gergo e snobismi.

Voci è pertanto concepito come ricerca anche di un linguaggio dinamico, non settario, unitario e fecondo. Come strumento il più possibile semplice - non banale - di studio e di confronto. Sono benvenuti contributi ed idee nello spirito di combattere nemici potenti ed insidiosissimi: il pressappochismo, l'ignoranza, la nostra e l'altrui, e di sostituirli con l’apertura di mente e di orizzonti.

Non ci interessa essere abili nel riportare vittorie verbali in discussioni sterili, né schiacciare "avversari" col peso di parole poco praticate o poco traducibili all'esterno di determinati ambiti, come il politichese o il burocratese. Dobbiamo dotarci di un metodo trasparente ed incisivo di elaborazione (azzardo a dire gestione) di concetti (compresi letteratura, teatro, poesia, sogni…) finalizzato ad azioni in tempi rapidi, sinergiche, nell'interesse degli umani.

Sen fa risalire la nozione di "capacità di funzionare" ad Aristotele, iniziamo quindi con la voce Neoaristotelismo.

DB

NEOARISTOTELISMO: non definisce una corrente filosofica, ma indica i filosofi del secolo XX che si riconducono, nei vari campi, al pensiero aristotelico. Per la metafisica, la scuola di Oxford (filosofia analitica) e la filosofia neoscolastica. Per la logica, si deve a neopositivisti polacchi la prima assiomatizzazione moderna della sillogistica, vista come legge logica, e la logica simbolica viene vista come teoria della deduzione rigorosa negli sviluppi della logica antica e medievale. Per la politica e l’etica, diversi filosofi inglesi rappresentanti della filosofia pratica e del neocomunitarismo, fanno riferimento all’etica e alla politica di Aristotele.

FILOSOFIA ANALITICA: E’ possibile affrontare i problemi filosofici solamente analizzando il linguaggio utilizzato per formularli. C’è una stretta connessione fra linguaggio e pensiero in quanto solo il linguaggio può chiarificare il pensiero. Si cerca con la chiarezza ed il rigore di eliminare falsi problemi e confusioni fra regole linguistiche di contesti o livelli diversi. Si basa sulla tradizione dell’empirismo inglese, avvicinandosi al procedimento scientifico, anche nell’essere un lavoro collettivo. Dagli anni 70, da analisi prettamente linguistiche si è passati anche a problemi di contenuto, con grande attenzione alla dimensione pragmatica dell’agire razionale. Nell’etica si è riscoperto il tema delle virtù.

NEOSCOLASTICA: si diffonde nell’800 nel clima culturale del romanticismo e per impulso dei gesuiti. Comprende, oltre al neotomismo (ripresa della speculazione di Tommaso d’Aquino, consacrata da Leone XIII come filosofia ufficiale della chiesa cattolica, filosofia subalterna alla teologia) anche gli studi di scuola francescana e di matrice agostiniana e in generale gli studi sul medioevo.

NEOPOSITIVISMO O EMPIRISMO LOGICO: sorge in Austria nel 900, vede, come il positivismo dell’800, il primato della scienza come modello della conoscenza. Rifiuta la metafisica, ritiene fondamentale il principio di verificazione, cioè un processo di definizione della verità o falsità di un enunciato mediante prove di tipo empirico. Utilizza la logica simbolica (o formale, o matematica, chiamata anche logistica, cioè dotata di un linguaggio simbolico modellato su quello della matematica). Nell’antichità Aristotele costruì una logica dei termini, mentre gli stoici crearono la logica delle proposizioni. La logica formale ha riunificato questi due ambiti di indagine sistematizzando il contributo stoico come calcolo o logica delle proposizioni, quello aristotelico – con molti arricchimenti – come calcolo o logica dei predicati. Il calcolo si presenta come sistema assiomatico.

Proposizione: significato di un enunciato (Esempio: si può dire piove (significato) in lingue diverse (enunciato)).

Predicato: significa sia proprietà di singoli (Esempio: Socrate è saggio), che relazioni fra individui (Esempio: Platone è più alto di Socrate).

Sillogismo: struttura di ragionamento dove, date due premesse, espresse con proposizioni in forma di soggetto predicato (Aristotele), una terza proposizione, la conclusione, segue necessariamente da esse. Esempio:

  1. tutti gli uomini sono mortali;
  2. tutti i barbari sono uomini; quindi:
  3. tutti i barbari sono mortali.

A è la premessa maggiore, B la premessa minore, C la conclusione. Uomini è il termine medio, barbari il termine minore e mortali è il termine maggiore. La validità di un sillogismo è data dal fatto che non si possono affermare le premesse e negare la conclusione senza cadere in contraddizione. Oggi si vede la sillogistica come parte della logica dei predicati.

Il sillogismo può essere:

Poi c’è il sillogismo pratico o inferenza pratica, inventato ancora da Aristotele, riguarda la condotta umana. Le premesse danno un obiettivo e i mezzi per raggiungerlo, la conclusione descrive un’azione diretta a conseguire l’obiettivo. E’ stato ripreso dopo gli anni 50 dagli analitici. Il sillogismo pratico è di due tipi principali: intenzionale e prescrittivo.

FILOSOFIA PRATICA: sinonimo di ETICA, è un’espressione tornata in voga dopo la metà del XX secolo per esigenze di rifondazione delle scienze politiche, giuridiche, sociali come superamento di visioni solo teoriche e avalutative.

ETICA: disciplina filosofica che si occupa dell’azione umana, dei valori e delle regole a cui si conforma (o dovrebbe). Il termine deriva dal greco ethos: costume. E’ teoria, cioè ricerca concernente i principi dell’azione umana deliberata. Ci sono due modelli fondamentali:

  1. Etica teleologica, cioè fondata sul fine (Aristotele)
  2. Etica deontologica, cioè fondata sul dovere (Kant)

L’etica finalistica si interroga sul senso del desiderio e del suo oggetto, il bene. L’azione è un modo per raggiungere il fine e il fine è conoscibile.

L’etica deontologica ritiene inconoscibile l’oggetto del desiderio umano, quindi l’azione non è condotta in vista del bene ma si basa sul soggetto, cioè è condotta per il dovere.

Nel dibattito contemporaneo c’è l’intenzione di vedere l’etica come il terreno in cui far nascere quell’accordo fra gli uomini che le teorie sul senso della totalità dell’essere non riescono più a raggiungere. Ma è una scappatoia rischiosa in quanto priva della potenza dell’universalità della ragione, e di questa potenza, l’unica scevra da violenza, gli uomini necessitano.

NEOCOMUNITARISMO: tendenza di pensiero politico affermatosi negli USA a partire dagli anni 70. Si oppone al liberalismo di cui critica l’immagine totalmente svuotata del soggetto individuale e quella falsamente universalistica della società umana. Si dà rilievo alla costante interazione fra società civile e società politica e si ritiene irrinunciabile il ruolo di forme di virtù civica (governo degli uomini anziché delle leggi, come nella tradizione liberale). Si riprendono tradizioni di critica all’individualismo moderno come:

L’umanesimo Civico, nato a Firenze (Machiavelli), arrivò allo stesso T. Jefferson nonché a Rousseau. Secondo l’interpretazione storiografica, accompagna tutto il pensiero politico moderno, parallelamente e in conflitto col liberalismo. Il Neocomunitarismo si contrappone sia all’Etica Utilitarista che a quella Kantiana, incentrate sull’individuo e sui diritti e doveri dell’individuo visti come regole di valore universale ed impersonali, e si basa sulle virtù, cioè le espressioni della cultura e della tradizione condivisa dai vari membri di una società, di una res-publica pertanto viva e feconda.

UTILITA’: in origine, la proprietà di un oggetto di soddisfare un bisogno. L’utilità di un bene, a partire dal marginalismo divenne la base del valore al posto dei costi di produzione. Attualmente l’utilità designa la collocazione di un bene in un ordinamento di preferenze.

UTILITARISMO: corrente dell’etica iniziata da Bentham, che basa il giudizio morale sul "principio di utilità", poi chiamato "principio della massima felicità del maggior numero" e infine "principio della massima felicità". E’ il principio <<Che approva o disapprova ogni e qualsivoglia azione secondo la tendenza che essa mostri di avere ad aumentare o diminuire la felicità della parte il cui interesse è in questione>>. Questo giudizio morale è il calcolo delle conseguenze delle azioni nei confronti della totalità dei soggetti toccati da queste conseguenze, misurando in termini di utilità nel senso o di uno stato mentale o sensibile come piacere, felicità, benessere, non-sofferenza, o nel senso di uno stato del mondo valutato in base a ordinamenti di preferenze di quei soggetti. L’utilitarismo associa alla scelta razionale l’ideale morale dell’imparzialità allontanandosi dall’egoismo etico (gli interessi di altri possono essere ignorati) e anche dall’egoismo psicologico (le motivazioni degli uomini sono sempre egoistiche). Una teoria utilitaristica è data dalla somma di:

  1. Una concezione del bene (o valore intrinseco, cioè ciò che promuove la felicità, il piacere ecc..) come metro per valutare le conseguenze.
  2. Una concezione del rapporto fra il giusto e il bene per poter valutare il rapporto fra ciò che è moralmente permesso o dovuto e il bene da realizzare.

A seconda delle diversità nella concezione dei due elementi, si sono avuti diversi tipi di utilitarismo. Il bene è sempre il bene degli individui, se altre cose sono "bene" lo sono soltanto perché contribuiscono al bene degli individui. I vari utilitarismi danno per scontato di poter sommare fra loro vantaggi e svantaggi derivanti a individui diversi per determinare l’utilità complessiva; ciò presuppone che vi sia qualche modo di misurare con lo stesso metro, unità di benefici o svantaggi non solo individuali ma interpersonalmente. Molti negano la possibilità della comparazione interpersonale delle utilità, negando quindi che le teorie utilitaristiche siano in grado di risolvere la massima parte dei problemi morali, in quanto essi presentano, per la massima parte, conflitti di interessi fra individui.

SCELTA RAZIONALE: in economia, una scelta è considerata razionale se la soluzione prescelta implica una utilizzazione ottimale delle risorse a disposizione (Pareto-efficienza, cioè un’allocazione ottimale è caratterizzata dal fatto che, date le usuali ipotesi sulle preferenze, o sulla tecnologia, è impossibile migliorare il livello di benessere di qualcun altro, o la produzione di qualche altro bene). Si dà per scontata la razionalità dell’agente economico (se consumatore, la percezione che dovrebbe avere dell’insieme di opportunità di consumo su cui esercitare la scelta, cioè della struttura delle sue preferenze; se produttore, delle possibilità offerte dalla tecnologia disponibile in un certo istante).

PRINCIPIO DI RAZIONALITA’: gli agenti agiscono sempre in modo razionale, cioè appropriato in base alla situazione (valutazione della situazione tecnologica, minimizzazione dei costi, massimizzazione dei profitti). In questo modo (ipotesi+ principio di razionalità) si ottiene l’identificazione della posizione (ottimale) di equilibrio.

ECONOMIA NEO-CLASSICA: oggi dominante, si basa sul marginalismo dalle origini agli sviluppi attuali.

MARGINALISMO: metodo di analisi economica basato su misurazioni "al margine" (ultima unità del bene consumato o del fattore produttivo impiegato). Secondo il Marginalismo ciascun soggetto confronta le variazioni incrementali di due variabili (l’Utilità o il profitto con il costo, ecc..) e adatta i propri piani di consumo o di produzione fino a farle coincidere (condizione di ottimalità). L’attività economica è il risultato di queste massimizzazioni. Si escludono considerazioni di natura sociale e istituzionale e ci si basa esclusivamente sulla razionalità degli agenti economici seguendo le indicazioni dell'individualismo metodologico, dottrina secondo la quale la spiegazione dei fatti sociali deve essere condotta a partire dai comportamenti individuali. Il Marginalismo ha posto fine alla fase dell’economia politica classica proponendosi l’elaborazione di una "scienza economica" pura. Ha determinato una rivoluzione scientifica con una teoria soggettiva del valore collegato all’utilità marginale, invece del criterio classico fondato su una teoria oggettiva del valore come costo di produzione (valore-lavoro). L’avvento della scuola neoclassica ha decretato il successo del marginalismo alla fine del XIX secolo. Fu elaborata una teoria soggettiva del valore deducendo, grazie al principio dell’utilità marginale decrescente, i rapporti di scambio tra i beni (prezzi relativi) dalla struttura delle preferenze dei consumatori. In seguito si perfezionarono le dimensioni produttiva e distributiva e il Marginalismo si caratterizzò come un’analisi complessiva di un sistema economico. Sono stati individuati diversi limiti teorici nel Marginalismo, come l’artificiosità del concetto di concorrenza perfetta, della formazione dei prezzi, l’utilizzo di variabili chiave come la struttura delle preferenze o la tecnologia, assunte come esogene. Sono messi in discussione particolarmente la valutazione dei beni capitali e la validità del criterio di ottimalità dell’equilibrio economico.

LIBERALISMO: dottrina politica il cui valore massimo è la libertà individuale. E’ una tradizione politica di grande rilievo ed influenza. Le sue radici sono l’affermazione dell’individuo nell’Umanesimo e nel Giusnaturalismo, nel conflitto religioso dovuto alla Riforma Protestante, col conseguente problema della tolleranza, nella formazione di un mercato aperto e concorrenziale, nella progressiva laicizzazione delle istituzioni e della cultura. Essenzialmente, si intende per libertà la condizione di non soggezione ad alcuna coercizione arbitraria. Non coincide con la "libertà naturale" di un individuo isolato, ma è la libertà possibile in società, quindi limitata da quelle norme che garantiscono la libertà altrui. In questo il liberalismo differisce nettamente nettamente dall’anarchismo in quanto non rivendica la totale eliminazione della coercizione, ma la sua riduzione al tanto che basta ad impedire ad individui o gruppi di esercitare una coercizione arbitraria a danno di altri. In relazione alle varie sfide politiche, il liberalismo ha assunto caratterizzazioni diversificate ed anchecontraddittorie, di unitario rimane oggi il metodo del dissenso e confronto critico di una pluralità di posizioni, valorizzando la libera competizione della diversità come fonte di bene collettivo. Il liberalismo vede lo stato come frutto di accordo sociale, come garanzia di libertà, sempre perfettibile, si distingue pertanto dalle dottrine che vedono lo stato come risultante di prevaricazione sociale e strumento di continuità di tale condizione.

LIBERISMO: o Liberalismo economico. Non si tratta di una dottrina a se stante, bensì di un sottoinsieme del Liberalismo, ossia la teoria economica del liberalismo. Il liberismo ritiene essenziale la libera iniziativa individuale per il funzionamento di un sistema economico, poiché gli interessi dei singoli si armonizzano nel mercato tramite la libera concorrenza e il libero scambio, portando alle condizioni di massimo benessere generale. Lo stato non deve intervenire direttamente in campo economico, deve soltanto garantire il funzionamento dei meccanismi economici e prevenire gli squilibri che derivano dall’eccessiva concentrazione di potere economico in pochi soggetti.

ILLUMINISMO: vasto movimento il cui programma centrale è condurre tutti gli aspetti dell’esistenza umana sotto i "lumi" della ragione. E’ una ribellione a tutte le forze che mantengono le menti in stato di "minorità", nell’errore, nel pregiudizio, nella superstizione, viste come "tenebre". La Parigi settecentesca fu il cuore dell’illuminismo che si diffuse in quasi tutti i paesi europei, modificandosi a seconda delle tradizioni che incontrava. L’illuminismo francese si radicalizzò in senso rivoluzionario, in Germania ebbe un carattere moderato, facendo confluire in sé motivi dello Sturm und Drang e del classicismo, sfociò nella filosofia dell’umanità, che aveva una concezione organicistica della ragione e che non seguiva la convinzione di una linearità astratta del progresso, ma riconosceva la peculiarità delle diverse epoche.

Il valore principale dell’illuminismo è la ragione, considerata guida sia del singolo che della società. E’ una ragione della realtà terrena, pragmatica e anche quotidiana, non a caso si afferma nel periodo dello sviluppo della civiltà industriale con parole d’ordine come felicità ed utilità. Questo tipo di razionalità laicizzò le concezioni umane ed insieme alla libertà ed all’uguaglianza si diffuse l’esigenza della tolleranza. L’attenzione prevalentemente si rivolge alla scienza ed alla tecnica; rispetto ai precedenti "sistemi", si preferisce la ricerca concreta con verifiche sperimentali, con fiducia nel carattere progressivo delle conquiste della ragione nello studio della natura e dell’uomo. L’illuminismo fu anche spinta riformatrice non solo per l’economia, il diritto e la politica, ma anche per la pedagogia, in quanto l’educazione è considerata strumento primario di progresso. La nozione di progresso è alla base anche del giudizio e della valutazione delle epoche storiche, da un lato è un processo per portare tutti i popoli al livello di razionalità raggiunto nel ‘700, dall’altro il progresso viene assolutizzato e si intende come compito illimitato ed inesauribile della ragione. Si universalizza la concezione della storia, si secolarizza, ma questa universalità arriva ad una sostanziale astrattezza di prospettiva, cioè intrinsecamente antistoricistica. L’influenza dell’illuminismo fu fondamentale e feconda in moltissime realtà diverse e fu un grandissimo stimolo in ogni settore delle attività umane.

CATTOLICESIMO - L'ETICA DEL SACRIFICIO

To Be Written

CALVINISMO E LUTERANESIMO - L'ETICA DEL SUCCESSO

TBW

MARXISMO - L'ETICA DELLA GIUSTIZIA SOCIALE IN EPOCA INDUSTRIALE

TBW

ANARCHISMO EUROPEO

TBW

LIBERTARISMO AMERICANO

TBW