NICHILISMO: in senso generale, orientamento filosofico che nega l'esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi. La diffusione del termine risale alla fine del '700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fitche. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione "annichila ogni cosa che sussista fuori di sé", "riduce la forma alla cosa e la cosa al nulla". Successivamente Schopenhauer riprese in chave nichilista il problema della conoscibilità e dell'essenza del reale. La realtà fenomenica è l'apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L'uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla. Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo "la morte di Dio". Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall'insensatezza e dal vuoto nulla) dall'altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento. Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla. L'evento della morte di Dio, conduce Nietzsche all'esigenza di superare questo nichilismo con un nuovo nichilismo disincantato e creativo, in grado di distruggere i valori tradizionali, disfarsi del cristianesimo per "dire di si" alla vita rigenerata dalla e nella infondatezza. Nel '900 elementi nichilistici sono ravvisabili anche nel confronto con la questione del nulla degli esistenzialisti (Camus, Sartre) e nella Nietzsche-Renaissance francese (Deleuze, Foucault)

NICHILISTI: movimento politico-filosofico di riforma della società nato in Russia (1860). Il termine nichilismo fece la sua comparsa in Russia col romanzo di Turgenev "Padri e figli", dove indicava il radicale rifiuto di ogni autorità costituita che non sia fondata su principi di razionalità ed utilità. I primi nichilisti formavano un circolo imperniato sul critico letterario Pinsarev, il quale sosteneva che l'emancipazione dell'individuo dai legami irrazionali di famiglia, società e religione era legata alla diffusione delle scienze naturali, di una filosofia materialistica e di un'etica utilitaristica. I nichilisti, prima radicalmente individualisti ("egoismo razionale") ai aprirono sempre più - su fondamenti utilitaristici - all'importanza della felicità sociale. Erano riformisti, fu la stampa conservatrice a usare il termine nichilismo esteso ai rivoluzionari, i quali lo rifiutavano ritenendo nichilisti coloro che cercavano ad ogni costo la propria felicità, mentre essi, i rivoluzionari, sacrificavano tutto all'altrui felicità.

CRISTIANESIMO: la religione di chi crede in Gesù come Cristo. Cristo, Unto, Consacrato, era il titolo che indicava il Messia atteso dal popolo d'Israele, colui il quale avrebbe compiuto le promesse di Dio al suo popolo. Il nuovo Testamento afferma con chiarezza il primato di Cristo, il "Cristocentrismo". Al centro del mondo sta l'azione di Cristo, principio di vita, quindi il destino del mondo è lo stesso di Cristo, destino di vita eterna, di resurrezione. Di qui la presenza attiva del Cristianesimo nella storia. Non solo il mondo, ma lo stesso uomo è stato creato a partire da Cristo. Egli è il modello, il primogenito: in ogni uomo c'è questa appartenenza a Cristo. Nasce dal Cristocentrismo il riconoscimento radicale della persona umana, della sua dignità e del suo destino. Sul piano storico cristianesimo è vicenda di molteplici divisioni fra quanti riconoscono il primato di Cristo. Il cristianesimo è la religione più diffusa nel mondo.
Nasce a Gerusalemme dallo "scandalo della croce" la comunità "Nazarena", semplice assemblea (ekklesia in greco, da cui chiesa) composta da tre settori. I fedeli, i predicatori anziani (presbiteri da cui più tardi preti) e gli apostoli. Gli apostoli sono impegnati ad annunciare al popolo Ebreo il prossimo avvento del Regno di Dio (Evangelo cioè la buona novella). Questa comunità si colloca per il momento nell'ambito della religione di Israele, osserva le leggi di circoncisione, festività del sabato ecc., frequenta il Tempio dove offre sacrifici e prega con gli altri fedeli. La sola differenza è la predicazione del Cristo quale Messia crocifisso, risorto, asceso al cielo e destinato ad un prossimo ritorno. Con l'aggiunta di due liturgie: il battesimo, trsformato da rito di purificazione come quello di Giovanni il Battista, in rito di iniziazione e i pasti in comune, con la "frazione del pane" come atto di commemorazione ("Eucarestia"). Questi due tratti fanno della chiesa di Gerusalemme una setta a sé stante tra le tante dell'epoca. In questa setta convivono due settori, uno quello degli "ebrei", è composto per lo più da contadini di origine palestinese e di lingua aramaica (la lingua di Gesù), l'altro quello degli "ellenisti" composto di ebrei provenienti dalla "diaspora" (diffusione di comunità ebraiche nel bacino del Mediterraneo) di lingua greca e influenzati dalla cultura pagana. A questo secondo gruppo, che tende dall'inizio a differenziarsi dall'ambiente ebraico, appartiene S. Stefano, il primo martire cristiano. Il martirio di S. Stefano nel 36 d.C. sotto l'accusa di aver bestemmiato il Tempio, segna la fine della tolleranza delle altre sette verso i nazareni e l'inizio di una divaricazione che costringerà Pietro alla fuga. La figura che imprime una svolta al movimento è S. Paolo, convertito al cristianesimo verso il 40 d.C.. A lui si deve la novità rivoluzionaria di trasformare Gesù da Messia di Israele a Messia universale (katholicos) e di estendere la predicazione a tutta l'"ecumene", cioè il mondo abitato, quindi ai pagani. Questa svolta nasce dal rifiuto della maggioranza del popolo giudaico di accettare Gesù come Messia ed è una enorme rottura con la tradizione, che voleva ogni religione legata ad un popolo, fare della religione non più una condizione di nascita ma una scelta personale di fede. Con questa svolta il cristianesimo inizia una rapida espansione fino a Roma. Il successo del cristianesimo si deve anche all'annuncio del prossimo avvento del Regno di Dio, alla promessa di una vita eterna nel Regno dei Cieli, visione molto più ricca di significati dei vaghi e scialbi "Campi Elisi" pagani, oltre a concetti come l'uguaglianza, il perdono, la salvezza universale, la fratellanza, l'amore come dono, concetti di forza dirompente anche sul piano sociale. Nerone è il primo imperatore romano a perseguitare i cristiani, egli vede in loro un comodo capro espiatorio per l'incendio di Roma del 64 d.C.. Ma la chiesa di Roma non solo sopravvive, ma aumenta la sua forza di attrazione e col martirio di Pietro e di Paolo, pone le basi del suo primato rispetto alle altre chiese. Con l'affermazione della chiesa di Roma e la fondazione di altre chiese nelle città dell'impero, la composizione sociale del cristianesimo è ormai giudeo-pagana e la struttura organizzativa si avvia ad una gerarchizzazione: gli originari "episcopi" (vescovi) da amministratori diventano eredi degli apostoli, i presbiteri diventano sacerdoti. In questo ambito nuovo, circa nel 100 d.C., si verifica ancora una svolta epocale, il IV Vangelo, quello di Giovanni. Non si sa se egli fosse l'ultimo dei Dodici ancora in vita, ma certamente era un ebreo soggetto all'influsso della cultura pagana, della filosofia greca e dei culti mistrerici. Giovanni segna il passaggio dal Gesù-Messia al Gesù-incarnazione del Logos (cioè della Sapienza di Dio), non è ancora la seconda Persona della Trinità, ma è già un essere divino: concetto questo naturale per la mentalità pagana, ma blasfemo per quella giudaica. Il IV Vangelo fa aumentare i proseliti del mondo greco-romano, ma chiude definitivamente col mondo ebraico. Il popolo ebraico, dopo la rivolta del 70 d.C., era malvisto a Roma; il cristianesimo ne prende le distanze ed anzi da qui inizia l'ostilità verso l'"ebreo deicida" che caratterizzerà la chiesa cattolica fino ai giorni nostri. La svolta giovannea apre una fase di scontri sulla natura di Cristo e sul suo rapporto con Dio. Nel III e IV secolo si riapre il capitolo delle persecuzioni contro i cristiani. Era ormai evidente che essi per l'impero romano erano un elemento disgregante, ma non ancora così forte da non tentare di schiacciarlo. I primi cristiani rifiutavano il servizio militare in nome del comandamento "non uccidere" e non si piegavano al culto pubblico degli dei, in un ambito in cui la religione e l'esercito erano molto importanti come elemento unificante per il potere e la coesione dell'impero. Questa concezione religiosa faceva dipendere le sorti dell'impero dalla protezione divina e il rifiuto cristiano veniva sentito come tradimento politico. Questo periodo si conclude nel 313 d.C. con l'Editto di Milano dell'imperatore Costantino, che consente la religione cristiana. Costantino è un pagano e la sua conversione al cristianesimo si inquadra nella stessa logica che aveva condotto alle persecuzioni, è cioè il passaggio al culto di un Dio ritenuto più capace di proteggere l'ipero, che già aveva iniziato a declinare. Da religione perseguitata, il cristianesimo si trasforma in religione di stato. E' lo stesso Costantino a convocare e presiedere il primo concilio ecumenico a Nicea (325), con quel concilio si apre la fase dei dogmi (il Credo, uscito dal concilio, afferma in forma dogmatica l'identità fra la natura del Padre e quella del Figlio) e delle eresie: cioè delle verità di fede obbligatorie e degli errori da scomunicare e reprimere con l'autorità della chiesa e la forza dello stato. Con la svolta di Costantino il culto cristiano assume forme pubbliche. Un tale cambiamento, anzi rovesciamento, non fu indolore, incontrò la resistenza di piccoli gruppi di cristiani, che già dalle prime forme di gerarchizzazione della chiesa (S.Antonio) e poi con la nuova compromissione sociale e politica, avevano costituito, dapprima nel deserto, nuove comunità ascetiche, di forte impegno penitenziale, dando inizio all'importantissimo fenomeno del monachesimo. Le chiese intanto assumono nella loro organizzazione il modello gerarchico dell'impero (provincie, diocesi). Col concilio di Calcedonia (451) si ha il primo scisma, quello delle chiese siriana, armena e copta, per le divergenze sulla natura divina e umana del Cristo e sulla Trinità, divenuta dogma nel 381 col concilio di Costantinopoli. La chiesa di Roma continua ad affermarsi; è l'intero secolare apparato imperiale che adotta la nuova religione, non la nuova religione che si radica nel suo popolo d'origine. La chiesa adotta il latino, lingua pagana, il diritto romano come modello per il diritto canonico, elabora una complessa teologia che poggia sulla cultura greco-romana mentre nella campagne, per secoli, si continuerà a praticare e tramandare, sotto la "vernice" cristiana, riti politeistici, legati alla fecondità della terra, alle stagioni, alla Dea Madre, ai misteri. Intanto il Sacro Romano Impero si è diviso in due, quello d'Occidente e quello d'Oriente, Roma non è più capitale dell'impero, ma diventa capitale del cristianesimo, l'impero si sfalda lasciando il posto al feudalesimo. Leone I nel V secolo si può considerare il primo papa, con lui nasce il "clero" come casta professionale di ministri della chiesa, e, il celibato, non previsto nella chiesa originaria, si avvia a diventare obbligatorio oltre che per i vescovi, per tutti i preti. Il processo di scollamento fra clero e laici diventa una divisione incolmabile, un rapporto di tipo monarchico in cui i laici sono soltanto sudditi. Inizia anche la gestazione dello Stato della Chiesa, quando Pipino il Breve, re dei Franchi, concede al papato, già dichiaratosi indipendente dal potere imperiale, la sovranità su alcuni territori. L'incoronazione di Carlo Magno imperatore da parte del papa, sancisce la superiorità spirituale del papa sul potere imperiale, ma provoca una divaricazione fra la chiesa di Roma e il patriarcato di Costantinopoli, che sfocerà due secoli dopo nel gravissimo scisma del 1054. Oltre che per le vicende politiche e culturali, la chiesa d'Oriente si allontana da quella d'Occidente perché non accetta le pretese di supremazia della chiesa di Roma. Lo scisma si consuma con uno scambio di scomuniche (revocate reciprocamente nel 1965) riguardo alla Trinità, in particolare gli ortodossi rifiutano la tesi della dipendenza dello Spirito Santo non solo dal Padre, ma anche dal Figlio. Si ha, con questa frattura una separazione tra indole spirituale, sacramentale della Chiesa come comunità animata dallo Spirito e la sua dimensione giuridico-istituzionale. Le Chiese Ortodosse hanno valorizzato soprattutto il primo aspetto, la chiesa di Roma il secondo. In Occidente la forte istanza unitaria del papato ha evitato la subordinazione della Chiesa al potere civile, ma il coinvolgimento politico e mondano del papato nel corso dei secoli, ha finito col metterne in crisi il prestigio e l'autorità. Nel corso del Medioevo, la chiesa di Roma acquista sempre più potere temporale, ma questo scatena furibonde lotte intestine fra gli aspiranti papi e continue gravi tensioni con l'impero e per circa un secolo (fino al 1377) la sede del papato si trasferisce ad Avignone in Francia, luogo più sicuro. Nel lasso di tempo fra il 1075 e il 1270 si ha il fenomeno delle crociate. Nel 1204 i crociati sulla strada per Gerusalemme, assediano e saccheggiano Costantinopoli e con questo episodio si chiude definitivamente il legame tra chiesa d'Oriente e chiesa di Roma. Non mancano, in questo quadro, nuovi movimenti ereticali che rifiutano la chiesa per la corruzione dilagante del clero, alla quale oppongono la purezza dei costumi e la povertà evangeliche. Prima i Patarini (straccioni), poi i Catari (puri), poi i seguaci di Pietro Valdo (valdesi), poi i discepoli del profeta apocalittico Gioacchino da Fiore (gioachimiti) e infine gli "Apostolici" di Fra' Dolcino. Tutti saranno sterminati, solo i valdesi sopravviveranno. A queste ribellioni la chiesa risponde attraverso i nuovi ordini monastici, fondati sulla povertà ma saldamente controllati dalla gerarchia ecclesiastica: i domenicani e i francescani, e attraverso il deferimento dei ribelli alla Santa Inquisizione, che doveva ottenere, anche con la tortura,, le confessioni, col trasferimento poi degli imputati alle autorità statali per l'esecuzione della sentenza, in modo che la chiesa non fosse macchiata dall'uccisione di questi ultimi. In Europa stavano mutando le condizioni economiche e politiche, il Mediterraneo perdeva importanza, le scoperte geografiche ingrandivano il mondo, il movimento missionario era in pieno sviluppo, l'Umanesimo con i suoi nuovi ideali di centralità dell'uomo apriva nuovi orizzonti scientifici, filosofici, culturali, religiosi e apriva la strada ad un senso pratico del sapere e della politica che era estraneo al clero legato al feudalesimo e consono invece ad una valorizzazione della figura del laico e, alle esigenze delle borghesie in ascesa. Nei mutamenti radicali di questi secoli, la chiesa è incapace di uscire dai vecchi schemi medievali e ciò determina la cruciale rottura, nel 1517, della Riforma. I protestanti rifiutano l'autorità papale, negano che i sette sacramenti siano stati istituiti da Gesù, condannano come superstiziosi la venerazione delle reliquie e il culto dei Santi, rifiutano valore assoluto all'interpretazione della Bibbia da parte della chiesa (la cosiddetta Tradizione) e negano l'esistenza di un "peccato originale". Attribuiscono la salvezza o la dannazione ad una scelta unicamente da parte di Dio. La risposta della chiesa di Roma è la cosiddetta controriforma (concilio di Trento fra il 1545 e il 1563). Su posizioni difensive di conservazione, mantiene la sua impostazione gerarchica, conferma l'origine divina e la validità dei sette sacramenti, ribadisce la reale preasenza nell'Eucarestia del corpo e del sangue di Cristo, respinge il libero esame dei testi sacri, riafferma l'utilità delle indulgenze (ora gratuite), il culto dei Santi, respingendo soltanto le superstiziose "esagerazioni" del culto popolare, ribadisce il peso sull'umanità del peccato originale, che da S.Agostino in poi ebbe una connotazione sessuale e determinò un rigido atteggiamento sessuofobico della chiesa, assolutamente estraneo alla originaria predicazione. Da questa ulteriore insanabile frattura, al cristianesimo si apre un nuovo bivio: il protestantesimo con le sue ulteriori filiazioni e particolarità interne, e, il cattolicesimo, che da ora in poi è una confessione fra le altre. Le questioni rimaste aperte riguarderanno soltanto la chiesa cattolica. Una, l'infallibilità papale, diventerà dogma nel 1870 con Pio IX, una seconda è quella di Maria, il cui culto è andato crescendo negli ultimi 150 anni.
Le Chiese Protestanti respingono il ministero papale, le Chiese Ortodosse negano al papa un primato giurisdizionale su tutta la Chiesa. ( anche la definizione dogmatica del primato giurisdizionale fu proclamata dal Concilio Vaticano I- 1869/70 - e confermata dal C. V. II)

CROCE: figura simbolica collegata a rappresentazioni divine solari, presente in diverse culture dal neolitico ai tempi cristiani sotto varie forme, è diffusa anche come motivo ornamentale. Diversi popoli antichi hanno usato la croce come supplizio, persiani, cartaginesi e soprattutto i romani, che la riservavano agli schiavi, ai provinciali, ai ribelli, mentre non era lecito crocifiggere cittadini romani (per tale ragione Paolo fu decapitato mentre Pietro fu crocifisso). La crocifissione di Gesù fu una pena romana, non ebraica, in quanto solo il procuratore romano aveva il diritto di confermare e far eseguire le sentenze capitali emesse dal sinedrio. La croce è il simbolo cristiano per eccellenza e fu molto usata anche nell'architettura ecclesiastica medievale. Sempre nel Medioevo, la croce divenne un diffusissimo simbolo araldico, la più nota è la croce ioannita o di Malta, insegna dei cavalieri di S. Giovanni o di Malta. La croce di Gesù divenne presto oggetto di culto e di venerazione, una reliquia. Secondo la leggenda, nel 326 l'imperatrice S. Elena, nel suo viaggio in Terrasanta, avrebbe ritrovato sepolta la croce di Gesù e i chiodi, riconoscendola fra le altre due dei ladroni, per i poteri miracolosi del santo legno. Il "segno della croce", segno di esorcismo e benedizione, di origine battesimale, in seguito assunse un significato trinitario.

CROCIATE: spedizioni organizzate dal secolo XI in poi, da parte dei Cristiani d'Occidente per la conquista, il mantenimento e il recupero della città di Gerusalemme e del Santo Sepolcro. In seguito si designò con tale nome ogni guerra mossa per ispirazione dei Pontefici contro quanti, pagani, eretici o nemici politici, fossero da essi ritenuti pericolosi per la vita e la libertà della chiesa. Fino dal secolo IV d.C. alcuni elementi preludevano lo spirito della crociata. Gli eserciti imperiali romano-cristiani, facevano largo uso dei simboli religiosi nelle insegne, e di preghiere per ottenere il favore di Dio, quindi la vittoria, sui nemici. Poi Carlo Magno iniziò a favorire la considerazione delle sue guerre come sacre, fossero di difesa o di allargamento dei "confini della cristianità". La grande crisi dei secoli IX-X, in cui l'Europa fu corsa da vichinghi, saraceni, ungari, rafforzò l'idea che l'esercizio delle armi in difesa dei cristiani fosse oltre che giusto, santo e meritorio. Si introdusse nella liturgia la benedizione delle armi, si dette più spazio alla venerazione di Santi guerrieri (soprattutto l'Arcangelo Michele) e i papi iniziarono a concedere speciali assoluzioni dai peccati a chi combatteva contro i Saraceni (anche per la "riconquista" cristiana in Spagna). Le origini lontane delle crociate sono nella secolare lotta fra cristianità ed Islam sul Mediterraneo, in Spagna e in Anatolia; le cause prossime e determinanti furono il risveglio economico e sociale, demografico e politico dell'Europa dopo il 1000, il rinnovamento spirituale dovuto al monachesimo (soprattutto la regola benedettina "ora et labora") e il rafforzamento gerarchico della chiesa. Le nascenti borghesie erano in Italia un buon alleato per sconfiggere l'imperatore; in Francia, il consolidamento del potere del re e di alcuni grandi signori, limitava gli strati intermedi della feudalità, i cadetti, in miseria per l'indivisibilità del feudo, che trovavano fonti di ricchezze nelle guerre intestine e in attività brigantesche, furono incoraggiati dalla chiesa, a cercare ricchezze e redenzione dai peccati combattendo gli "infedeli". La crociata era ritenuta dai papi una spedizione militare fornita delle caratteristiche spirituali e penitenziali del pellegrinaggio verso il Santo Sepolcro. Il crociato riceveva, alla partenza, una benedizione particolare, godeva di una protezione specifica della chiesa (privilegium crucis), per cui la sua persona, la sua famiglia, i suoi beni erano inviolabili fino allo scioglimento del voto. La croce era il segno di questo privilegio ed egli la portava ben in vista sulle vesti. L'unica differenza col pellegrino tradizionale erano le armi. Ma, reclutati con la prospettiva di indulgenze per i peccati e di legittimo bottino nelle ricche terre saracene, i crociati erano, in realtà poco efficienti, indisciplinati, armati e addestrati, quando lo erano, in modo inadatto al clima e alle superiori tecniche di guerra orientali. Erano infine inclini a ritornare subito indietro, lasciando di nuovo indifesa la Terrasanta. A questo, la chiesa cercò di ovviare, creando gli ordini religioso-militari: i cavalieri di Malta, i Templari, i Teutonici, ma questi, ben presto troppo arricchiti, presero a combattere fra loro per i propri interessi. Ciò li rese invisi all'opinione pubblica, soprattutto dopo che la spartizione del regno crociato li ebbe privati della loro principale ragion d'essere (la protezione permanente dei luoghi Santi e la difesa dei pellegrini). Cedendo terreno in Terrasanta, la crociata si estese prima a tutti i musulmani, poi si allargò contro gli Slavi pagani e ancora contro i Mongoli che minacciavano di irrompere in Europa. Il principio era divenuto che la crociata si poteva bandire contro i non-cristiani in genere e doveve tutelare non più la Terrasanta, ma tutti i confini della cristianità. Il passo ulteriore fu l'uso della crociata non solo per i pericoli esterni alla chiesa, ma per quelli interni: gli eretici e gli scismatici (crociata degli Albigesi; crociate antigreche, che approfondirono i contrasti fra cattolici e ortodossi). Infine si arrivò ad applicare il privilegium crucis a quanti combattevano contro i nemici politici del papato (Federico II, Corradino di Svevia, gli Aragonesi). Non si dimenticava l'originale carattere antisaraceno della crociata poiché i papi sottolineavano la collusione esplicita o implicita dei loro nemici con l'Islam. Nel corso del '200 si creò anche un vero e proprio movimento d'opinione pubblica ostile alla crociata, si cominciò a pensare che la croce di Cristo avrebbe trionfato sul mondo non grazie alla forza delle armi, ma a quella della fede, al ritorno integrale al Vangelo, all'umiltà e all'esempio dei cristiani. Tali tendenze erano sentite particolarmente dai francescani, che furono all'avanguardia nel movimento missionario. La sempre più larga accettazione del missionarismo da parte della chiesa, fu un passo avanti verso l'abbandono della crociata. Determinante fu la trasformazione dell'economia e dei ceti dirigenti in Europa: l'ascesa delle borghesie cittadine aveva bisogno di un equilibrio Mediterraneo e di buoni rapporti con l'Asia, essenziali ai mercati europei, e sconsigliava il ricorso alle armi. La passione crociata restava viva nei ceti più umili, che il nuovo corso economico rendeva ancora più poveri e disperati; per loro, la crociata, più che guerra contro i saraceni, era conquista della Gerusalemme celeste, sogno di un mondo di giustizia, a cui si mescolavano la rivolta contro i nobili, i ricchi, i borghesi, il clero (la crociata degli innocenti - 1212 -, quella dei pastoreaux - 1251 e 1320- ). I vari movimenti dei flagellanti ricordano l'atmosfera escatologica di queste crociate pauperistiche. A metà '300 si verificò un fatto che parve conferire alla crociata nuova attualità: i Turchi ottomani iniziarono una politica di conquista che li portò alla presa di Costantinopoli (1453). Le mutate condizioni spirituali e politiche in Europa, dove si erano affermati saldi stati nazionali, rendeva impossibile una crociata sottoposta alla volontà pontificia, allora i papi ricorsero alle "Sante Leghe", che presentavano la lotta contro il turco come risultante da un accordo di tutti gli stati cristiani. Ci fu dunque una serie di spedizioni, con crisma religioso, in cui Gerusalemme scompariva e il nuovo obiettivo, più limitato, era fermare gli ottomani. Il problema crociato si trasformava nel problema turco. Ma le inimicizie tra le repubbliche marinare italiane, la guerra dei Cent'anni, la terribile epidemia di "peste nera" e poi lo Scisma d'Occidente, resero inutili le misure antiturco e i progetti papali (Pio II) di crociata generale, urtavano nel disinteresse delle potenze cristiane che preferivano accordi pacifici, commercialmente vantaggiosi, col turco. I Bizantini furono da subito ostili alle crociate poiché consideravano gli Arabi avversari cavallereschi, appartenenti ad una civiltà non inferiore a quella cristiana, mentre il crociato appariva loro come un barbaro ignorante, animato non da ideali religiosi, ma da sete di ricchezza e di potenza. In area musulmana non ci fu una reale percezione del fenomeno crociate. La prima fu scambiata per un'offensiva dell'impero d'Oriente con al soldo degli occidentali (gli occidentali con frequenza si prestavano come mercenari nell'esercito bizantino) e i musulmani solo più tardi si resero conto dell'autonomia dei "Franchi" (come loro chiamavano gli occidentali), ma non si interessarono e non capirono il carattere religioso dell'esperienza crociata. Le crociate furono un effetto della rinascita dell'Occidente e a loro volta contribuirono all'arricchirsi dell'Europa. Il litorale siro-palestinese in mano ai Franchi fu, come i porti dell'Egitto e del Mar Nero, un tramite fondamentale fra Asia e Mediterraneo. Anche sul piano culturale le città siro-palestinesi, svolsero un ruolo, sebbene più limitato rispetto alla Spagna, Sicilia, Bisanzio, nell'importante passaggio della cultura arabo-ellenistica in Occidente. Il confronto militare fra cristiani e musulmani costrinse l'Europa ad uscire dal sottosviluppo rispetto all'Asia, in effetti, i primi progressi europei riguardavano l'arte militare; ma il continuo flusso di merci orientali in Occidente, unito alla conoscenza di nuove contrade e di nuovi modi di vita, aprì allo spirito europeo più vasti orizzonti. Le prospettive missionarie si alimentavano di questi contatti e sfociarono nell'invio di viaggiatori, mercanti e predicatori verso l'Asia profonda. La speranza di un aiuto orientale ai cristiani contro l'Islam (il mito del Prete Gianni) muoveva i primi esploratori e la civiltà cristiana diveniva più concretamente universale. Il rinnovato desiderio di ricerca che ne seguì, fu in parte la causa dell'era delle scoperte (Colombo sognava un accordo col Gran Khan). In tale senso, la fede dei primi pellegrini nella crociata come "ultima delle guerre", condizione all'instaurarsi di una nuova Gerusalemme di pace e giustizia universali, si proiettava nei tempi moderni convergendo con gli ideali umanistici.

FRATELLI NELLA VITA COMUNE: membri di una confraternita nata in Olanda alla fine del XIV secolo. Alcuni membri di questa confraternita fondarono un monastero con la regola dei canonici agostiniani; questi furono poi i principali rappresentanti della devotio moderna. I fratelli della vita comune, chierici e laici, non facevano voti, vivevano del loro LAVORO, avevano un vivo interesse per la cultura e l'educazione. Furono organizzatori di ottime scuole, gratuite, in Olanda e in Germania. Per fornirle di libri furono copisti e poi tipografi. Influirono moltissimo sull'Umanesimo cristiano del nord. (Cusano studiò nelle loro scuole). L'avvento delle università moderne e lo sviluppo dei seminari diocesani, alla fine del '600 condussero alla loro estinzione.

DEVOTIO MODERNA: corrente di risveglio e approfondimento spirituale del tardo Medioevo. Si diffuse dai Paesi Bassi in Germania, in Francia, in Italia e in Spagna. La devotio moderna si muove nella stessa atmosfera innovatrice dell'Umanesimo. Nell'ambito della devozione accentua il momento personale, l'individualità, rispetto all'elemento istituzionale impersonale, dominante nella struttura come nella preghiera della chiesa medievale. Caratteristica della devotio moderna è la sua direttiva pratica di edificazione, il ritrovamento di Dio nella propria anima mediante il raccoglimento e la meditazione, la lettura personale della Bibbia e l'imitazione di Cristo. Tale spiritualità favorisce la diffusione della Scrittura, specie i Vangeli, in copie accurate e la redazione di scrtti devoti tratti dall'esperienza ascetico-mistica personale. Dall'Umanesimo trae lo stimolo a risalire ai testi originari (Bibbia e padri della chiesa più che i trattatisti). Nel secolo XVI costituirà un fermento della riforma protestante e anche della corrente cattolica della "Riforma Personale" (Tommaso Moro, l'Erasmo dell'Euchiridion, Ignazio di Loyola fondatore dei gesuiti).

CLERO: termine del linguaggio canonico che designa una delle due componenti, insieme a laico, del corpo ecclesiale. La situazione del laico (dal greco laos = popolo) riceve nella tradizione cattolica, una definizione sostanzialmente NEGATIVA rispetto allo stato CLERICALE. Il laico è un membro del popolo di Dio che NON ha ricevuto, attraverso l'ordine, nessuna funzione che comporti un'autorità PUBBLICA su questo popolo. I due termini clero- laico, nell'uso tecnico attuale, non si trovano nel Nuovo Testamento. E' difficile che possa essere risolta, su basi di pura indagine storica, la seguente controversia: se nella chiesa del Nuovo Testamento siano già presenti due ordini o stati, o gradi, corrispondenti a ciò che più avanti sarà il clero e il laicato, o no. L'ecclesiologia cattolica sostiene tradizionalmente la presenza sin dalle origini, in forma più o meno embrionale, di una struttura GERARCHICA voluta da DIO, fondamento e modello della presente organizzazione ecclesiastica, da cui si distingue nettamente il "POPOLO", destinatario, ma non DETENTORE di funzioni ministeriali. Questa posizione è analoga a quella della chiesa ortodossa. Ben altra linea seguono gli studi storici da parte protestante. Uno dei motivi più originali della Riforma, è il SACERDOZIO COMUNE o UNIVERSALE dei credenti. Negli studi storici dell'ultimo secolo, si insiste sul carattere puramente funzionale (non "stato") della struttura ministeriale neotestamentaria e quindi PARITARIO, non gerarchico. In ogni caso è sicuro che, dallo stato FLUIDO delle strutture della comunità cristiana documentato dal Nuovo Testamento, si passa alla fine del II secolo, ad una situazione DEFINITA, con una rigorosa distinzione teorica, un preciso ordinamento canonico, una determinata prassi ecclesiale. L'affermazione dell'episcopato "monarchico" come unico detentore, di diritto, del POTERE di INSEGNARE, AMMINISTRARE, i sacramenti, disciplinare la vita della chiesa e la concezione dell'autorità della chiesa a PARTIRE DALL'ALTO, dall'autorità DIVINA, garantita storicamente dalla SUCCESSIONE APOSTOLICA, sanciscono ormai la netta SEPARAZIONE fra condizione laicale e condizione clericale. In questo quadro sono un elemento atipico i "confessori" (professatori), figure che traggono dalla persecuzione vittoriosamente affrontata, un tale prestigio da mettersi in concorrenza con la gerarchia ufficiale. Con la svolta Costantiniana c'è un elemento nuovo, il monachesimo, cioè il rifiuto del compromesso mondano, sfociato nell'escesi, prima individuale poi collettiva. La chiesa contemporanea ad Agostino si configura come composta di tre ordini o generi di membri: clero, laicato e monaci, spesso laici, in quanto privi dell'ordine sacerdotale, ma impegnati in una forma di vita radicalmente diversa da quella del popolo cristiano, tutta incentrata sull'ATTESA del Regno di Dio e sul rifiuto del mondo, rifiuto di ricchezza e potere, vita POVERA e COMUNITARIA. Il monachesimo diviene un SOSTANZIALE punto di riferimento come MODELLO di vita cristiana, non solo per il laicato, ma anche per il clero. Nasce da questo modello il celibato obbligatorio per tutti i preti. Mentre il clero riceve dal POTERE POLITICO privilegi e immunità da una parte, dall'altra assume pienamente (intorno al Mille, in Occidente) tale modello celibatario, molto meno che pienamente quello comunitario. Intanto sempre più monaci vengono ordinati SACERDOTI. Così, nel tempo, va componendosi la divisione fra MONACI e CLERO, mentre la frattura con il LAICATO si aggrava. Non solo perché il clero si propone come TITOLARE in via di DIRITTO, dell'AUTORITA' religiosa, ma anche perché, di fatto, è DETENTORE della CULTURA. La lingua del clero è il latino, lingua dotta in Occidente e in latino rimane scritta la Bibbia, si scrivono le elaborazioni teologiche, (anche se è doveroso sottolineare che tali elaborazioni poggiano su una base filosofica greca: il pensiero di Platone e Aristotele, riscoperti in seguito al contatto con gli Arabi musulmani, e da questi ultimi rielaborati ed anche, abbastanza arbitrariamente, unificati). Il latino è anche la lingua della liturgia e, essendo ormai incomprensibile ai più, la liturgia diventa qualcosa di simile ad un misterioso rito MAGICO. Il popolo cristiano, il laicato, è sempre più estraniato dai momenti fondamentali della vita cristiana, che in altri tempi GLI appartenevano, e, per sentirsi PARTECIPE attivamente, gli resta solo il DEVOZIONISMO. Le immagini sacre, le reliquie, diventano per il popolo laico più imporanti della parola e della scrittura, e riti antichi, mai totalmente dimenticati, convergono col culto dei Santi e di Maria. Il clero è potente interlocutore POLITICO, laddove il laicato costituisce una massa informe dove gli unici SOGGETTI di diritto a livello religioso sono gli ordini cavallereschi o la figura del PRINCIPE cristiano. Non può stupire se per lunghi secoli "chiesa" ha voluto dire UNICAMENTE "clero" o "gerarchia" e se molte sono state le ribellioni e le richieste di ritorno alle origini. La Riforma protestante RIDIMENSIONA il ruolo del ministero, affermando sia il sacerdozio universale dei credenti, sia RIDUCENDO la prassi sacramentale (solo due sacramenti:battesimo e Santa cena), sia TRADUCENDO la BIBBIA e AFFIDANDOLA direttamente ai fedeli, semplificando la struttura stessa del ministero ecclesiastico. La Riforma rifiuta non solo il potere papale di Roma, ma ridimensiona il concetto di AUTORITA' e ridimensiona l'articolazione del tipo clero-laicato. Nel mondo cattolico, solo col Concilio Vaticano II, in merito al rapporto clero-laici, al termine "chiesa" viene restituito CONCETTUALMENTE il suo significato PLENARIO e la gerarchia si situa non più al DI SOPRA, ma all'INTERNO del "popolo di Dio", con un ruolo di "SERVIZIO" non più di dominio. Sul piano CONCRETO restano comunque molte le questioni lasciate aperte nei confronti delle rapide e profonde trasformazioni sociali e culturali del mondo contemporaneo, che influiscono sul MODO STESSO DI PORSI delle esigenze religiose individuali e collettive.

CONFESSIONISMO: termine che indica l'atteggiamento e la politica dello stato in materia religiosa. La problematica dei rapporti tra potere civile e potere religioso è del tutto estranea al mondo antico, dove c'era un'intima compenetrazione tra religione e vita politica, ambedue accentrate nello stato. Fino al cristianesimo, lo stato è organismo teocratico con compiti sia politici sia religiosi. Dove il principio religioso prevaleva sul politico si ebbe uno stato retto dalla classe sacerdotale, secondo le proprie leggi (ierocratico), dove il principio politico prevaleva sul religioso vi fu una chiesa di stato, istituzione completamente subordinata all'autorità civile. Il cristianesimo sovverte completamente il principio unitario pagano. La nuova religione infatti proclama un esclusivistico principio monoteista e propugna la più completa indipendenza e distinzione tra potere civile e potere religioso. "Rendete a Cesare quello che è di Cesare a Dio quello che è di Dio" enuncia un NUOVO principio DUALISTA che presuppone organi e istituzioni distinte, la chiesa rivendica una propria sfera AUTONOMA, libera da ingerenze del potere civile. Sul piano storico tale SEPARAZIONE non si affermò in modo netto ed integrale. Anzi la svolta costantinea, che avviò il processo che fece diventare il cristianesimo religione imperiale, determinò il successivo corso della chiesa, in aperta CONTRADDIZIONE con l'originario messaggio neotestamentario. Nel basso impero e nell'alto Medioevo si ebbe il Cesaropapismo, forma attenuata di chiesa di stato, quindi prevalenza dello stato "tutore della religione", e che emana provvedimenti anche in materia dogmatica e disciplinare. Nei secoli XI-IVX, la chiesa prende il sopravvento, proclama il proprio potere TEMPORALE e si ha un asservimento del potere civile a quello religioso. Con l'affermarsi dello STATO NAZIONALE e con la RIFORMA protestante, si verificò il tracollo della supremazia ecclesiastica in materia temporale. La chiesa stessa passò dalla teoria della potestas directa alla potestas indirecta in temporalibus, cioè indipendenza e autonomia di chiesa e stato, con supremazia della chiesa in caso di conflitto su materia SPIRITUALE. Questo sistema fu detto "curialismo" perché, di FATTO, conferiva alla curia romana il potere di stabilire UNILATERALMENTE le competenze dell'autorità civile, rendendola SUBORDINATA. Questa prestigiosa enunciazione della Controriforma cattolica, restò incontrastata finchè lo stato, che a sua volta aveva rafforzato la sua sovranità, le contrappone il GIURISDIZIONALISMO, cioè il potere INDIRETTO dello stato di interferire negli affari ecclesiastici, finendo per asservire quasi completamente la chiesa allo stato. Ultimo sviluppo dei rapporti tra stato e chiesa è quello dei rapporti concordatari, affermatisi dopo la I guerra mondiale. Si sancisce CONCETTUALMENTE l'assoluta autonomia fra i due ordinamenti ed un piano di perfetta parità. Sul piano CONCRETO, molte sono le questioni insolute e molte le "zone grigie" che di fatto, devono ancora essere affrontate.

CATTOLICESIMO: il termine cattolico deriva dal greco e significa unito, universale. Compare intorno al 110 d.C. ed indica la Chiesa Universale che comprende le Chiese particolari. Con il manifestarsi di posizioni dottrinali diverse e divergenti (secolo III) il termine cattolico, oltre che universale significava anche ortodosso, vera Chiesa. Con la nascita del Protestantesimo, l'aggettivo Cattolico ha finito con l'indicare una sola confessione: la Chiesa Cattolica-Romana, con la sua specifica elaborazione dogmatica e col particolare rilievo del ruolo del Vescovo di Roma (il papa). Alla Riforma, la gerarchia ecclesiastica cattolica, oppose, su posizioni arretrate e difensive, la "Controriforma" da cui si ebbe la costituzione della Congregazione dell'Inquisizione (o Sant'Uffizio) e dell'Indice dei libri proibiti. Cioè, più che alla libera RICERCA della verità, la Chiesa si affida all'autorità di un magistero infallibile e ad una rigida disciplina. Dopo la Riforma protestante, il cattolicesimo resta dominante nei paesi di lingua e cultura latina, dove l'ECONOMIA è ancora largamente legata alla terra. Nel sud dell'Europa occidentale la gerarchia ecclesiastica mantiene il suo potere in quanto nel mondo agricolo le strutture nate dal feudalesimo si manterranno forti ancora per molto tempo (il latifondismo esiste ancora nel mondo). Altre forme di economia sviluppatesi nei Comuni, il mercantilismo delle città Marinare e, in seguito, di città come Firenze, per la frammentazione politica territoriale e le rivalità interne cui sono connesse, rimarranno isole sparse. Daranno luogo a viaggi memorabili, a realizzazioni artistiche, a esplorazioni e fiorenti commerci portatori di ricchezze, in determinati luoghi e per alcune famiglie, ma non forniranno sufficiente tessuto connettivo per la crescita compatta e contemporanea di una borghesia imprenditrice come invece accade nel Nord Europa. E' un caso a sé la Francia, che vede uno sviluppo simile a quello dei paesi protestanti, e sul piano religioso è terreno di lotta fra protestantesimo e cattolicesimo. Per un lungo periodo si perseguitano gli UGONOTTI, che infine saranno costretti ad emigrare in paesi protestanti, e subito dopo iniziano i contrasti con la chiesa di Roma per via del Giansenismo (da Giansenio teologo olandese). Il papa condannerà più volte questo movimento definito ereticale, movimento con posizioni teologiche di compromesso fra cattolicesimo e protestantesimo, con forti richiami ad un rigore morale nel privato e nel pubblico. La Francia avrà per secoli una posizione polemica con Roma. I fermenti di rinnovamento e di progresso rafforzati dall'Umanesimo, dovranno trovare vie laiche e misurarsi con molti conflitti per affermarsi nei paesi cattolici; infatti solo in parte saranno accolti dalla chiesa della controriforma. Alcune istanze della devotio moderna saranno vincenti, per esempio la nascita dell'ordine dei gesuiti, l'istituzione di seminari per la formazione del clero, divulgazione di testi di devozione e di edificazione morale. Ma nel complesso la chiesa cattolica si arrocca difendendo l'origine divina della sua impostazione. Anzi gli episodi più gravi dell'Inquisizione sono di questo periodo (Giordano Bruno). Si riafferma il culto dei Santi, si ribadisce in sostanza il ruolo indispensabile, voluto da Dio, della mediazione del clero cattolico fra uomo e Dio. Si rafforza il concetto di AUTORITA' della chiesa. Le pratiche religiose cattoliche accentuano il loro carattere pubblico e collettivo, mantengono la loro impersonalità e la loro esteriorità, la liturgia e i testi ecclesiastici continueranno per secoli ad essere in latino, la messa, con la centralità dell'eucarestia, sarà il "rinnovamento" del sacrificio di Gesù, non solo una "memoria", anche il matrimonio resta un sacramento di origine divina, così la confermazione (cresima), la penitenza (confessione), l'estrema unzione, l'ordine sacerdotale. Si ribadisce il peso di quella specie di tara ereditaria che è la concezione Agostinea del "peccato originale", ribadendo la concezione sessuofobica e misogina della dottrina cattolica, si aggiunge alla verginità della Madonna (il dogma della verginità di Maria è del V-VI secolo) il dogma della sua immacolata concezione nel 1858 in seguito all'apparizione di Lourdes e dopo l'apparizione di Fatima si stabilisce il dogma della sua assunzione, corpo e anima, in cielo (1950). Il papa diventerà infallibile (quando parla ex-cathedra) col dogma del 1870.
Nel secolo XIX nacque la corrente politica e culturale del Cattolicesimo Liberale, che teorizzò la conciliazione tra i principi di libertà della rivoluzione francese e le verità della fede cristiana ed ecclesiale, respingendo anche qualsiasi uso della religione a fini sociali o politici (Manzoni, D'Azeglio, Tommaseo, Gioberti, Rosmini), ma questa corrente fu condannata come incompatibile con la dottrina cattolica da papa Pio IX (1864). Anche altri movimenti come il "modernismo", che tentava una conciliazione fra teologia e sapere scientifico, furono condannati dal papa. Il Sant'Uffizio nel 1948 stabiliva la scomunica per chi era comunista. In ambito cattolico, bisogna aspettare il concilio di papa Giovanni XXIII per vedere l'avvio di un ammodernamento della chiesa, per una restituzione di dignità alla figura del laico, per una apertura alle istanze di rinnovamento della base cattolica, che , a contatto coi sommovimenti sociali importantissimi, di portata planetaria, dalla rivoluzione francese a oggi, non trovava risposte dai sui vertici.

MOVIMENTO ECUMENICO E RINNOVAMENTO DELLA CHIESA: nonostante l'arroccamento dell'autorità ecclesiastica portasse il pensiero scientifico e filosofico moderno ad allontanarsi dal cristianesimo, nonostante le chiese nazionali cercassero garanzie per i propri privilegi appoggiando i ceti economicamente e socialmente più forti, venivano sviluppandosi istanze di rinnovamento (protestantesimo liberale, modernismo cattolico). A livello operativo, ci si orientò verso l'attività sociale in favore dei ceti poveri e operai e (in ambito cattolico) verso un recupero dei laici all'apostolato mediante l'Azione Cattolica. Gli avvenimenti sociali alla fine del XIX secolo vedevano le varie chiese fronteggiare un vasto movimento anticlericale, che spingeva spesso i governi a distanziarsi dall'organizzazione religiosa. In tutti gli stati c'è una notevole riduzione dei beni delle chiese, mediante leggi di secolarizzazione, insieme ad affermazioni sempre più esplicite della libertà di coscienza e di religione. Il movimento socialista, con la sua carica di messianismo, si stava allargando e criticava la funzione frenante delle chiese cristiane verso le istanze popolari di emancipazione, comprese quelle dei paesi colonizzati. Come tutta risposta, la chiesa cattolica vietava ai fedeli di essere comunisti. Riguardo alle due guerre mondiali, le chiese cristiane, sebbene impegnate, sul piano pratico, in opere di soccorso e di aiuto, sono apparse impotenti ed esitanti nel condannare le immani crudeltà commesse, perdendo drasticamente credibilità. Solo il Concilio Vaticano II e il contemporaneo impegno ecumenico delle chiese riformate e ortodosse nel Consiglio ecumenico delle chiese di Ginevra, sembra riaprire la via al cristianesimo per un nuovo dialogo con gli uomini. Da allora è in corso in tutte le aree cristiane un profondo ripensamento della fede. Questo fenomeno parte spontaneamente dal basso, spesso in polemica con l'autorità. Si cerca una dimensione del cristianesimo non più solo verticale, uomo-Dio, ma soprattutto orizzontale, il cristiano e gli altri uomini. Non si chiede più che la chiesa abbia un proprio programma sociale, ma che si schieri di volta in volta, con i movimenti che realizzano la liberazione dell'uomo nel mondo. In ambito cattolico ci sono tentativi di nuove forme di vita religiosa; il più eclatante è quello dei preti operai e delle comunità spontanee di base, che favoriscono l'impegno religioso dei singoli e dei gruppi. E' sul terreno anche la questione della figura femminile, finora esclusa dal potere ecclesiastico, e ancora esclusa da qualsiasi ruolo ministeriale che non sia di servizio e subalterno al clero maschile. Personalità come Madre Teresa, e, su un piano diverso, Chiara Lubich, che non sono riconducibili alla riduttiva immagine della donna data tradizionalmente dalla chiesa cattolica, sono un forte stimolo al rinnovamento. Un ulteriore nuovo piano di problematiche è che l'egemonia del cristianesimo europeo appare in declino, mentre sono in forte ascesa quello latino americano, africano e orientale, anche questo elemento giocherà un ruolo determinante per il futuro delle varie chiese.

LUTERO: Lutero tradusse la Bibbia nella sua lingua, il tedesco e consacrò la vita all'insegnamento della Scrittura e alla predicazione. Si è soliti far iniziare la Riforma (riforma protestante) dal 1517 con le 95 Tesi e la disputa sulle indulgenze. La vendita delle indulgenze doveva raccogliere i fondi per la costruzione della basilica di S. Pietro a Roma. Lutero si scagliò contro questa mercificazione della Grazia ed aveva già elaborato il suo pensiero teologico: l'uomo non si libera da sé dal suo stato di peccatore, nemmeno compiendo le opere buone, anzi pretendere di giustificarsi (rendersi giusto davanti a Dio) da sé è il più grave peccato. La Scrittura, Parola di Dio rivelata, dichiara che ogni uomo è peccatore, cioè incapace di un rapporto giusto con Dio. Gesù Cristo è l'unico giusto che è stato dato ed è morto per redimere i peccati degli uomini. Chi accoglie con fede il Crocifisso come il proprio redentore è considerato giusto da Dio. La fede non fa parte delle prestazioni umane, ma è puro dono di Dio, che toccando il cuore, concede un ascolto salutare della sua parola. L'uomo resta peccatore, non viene "modificato" dalla giustizia donata da Dio (contro tutta la tradizione Cristiana precedente), ma Dio lo considera giusto in virtù dei meriti di Gesù Cristo. Il luteranesimo si diffuse rapidamente dalla Germania ai paesi baltici e scandinavi, nell'Europa centro-orientale e occidentale, non trovò accesso in Inghilterra e Scozia, ma con le emigrazioni germaniche e scandinave si diffuse in America del Nord.

CALVINO: francese, si rifugiò a Basilea in Svizzera (a causa dell'intransigenza cattolica), dove c'era un gran numero di esuli per motivi religiosi. Qui elaborò la sua opera Institutio Christianae Religionis nel 1536, in origine concepita sulla falsariga del catechismo di Lutero. E' centrata sulla sovranità assoluta di Dio, che concede la salvezza ai prescelti secondo criteri insondabili dall'uomo e al di là dei loro meriti (predestinazione). I prescelti si riconoscono per la fede assoluta in Dio e nella sua Provvidenza, che regge il mondo, e per l'integrità di vita. Rimase fino alla morte a Ginevra, attivo come maestro, predicatore ed organizzatore della comunità. La Chiesa è la comunità degli eletti, che riunisce i predestinati da Dio alla salvezza, il Regno di Dio deve realizzarsi anche nell'ordine terreno privato e pubblico. Il calvinismo formò su queste basi uomini responsabili e intraprendenti in ogni ambito della vita culturale, economica e politica. Si diffuse capillarmente in Europa centrale, Gran Bretagna E Stati Uniti dando origine a diverse Chiese (Puritana, Presbiteriana, Metodista).

PROTESTANTESIMO: movimento cristiano uscito dalla Riforma del sec. XVI inaugurata da Lutero. Le varie correnti del Protestantesimo si configurano come Chiese diverse accomunate dalla separazione dalla Chiesa Cattolico-Romana. Appartiene al protestantesimo, sebbene abbia conservato una struttura acclesiastica e l'accettazione di tutti e sette i sacramenti; quindi sia rimasta abbastanza simile alla chiesa cattolica, la chiesa Anglicana. Essa fu staccata da Roma con l'Atto di Supremazia del 1534, che attribuiva al re d'Inghilterra Enrico VIII, e ai suoi successori, la dignità di CAPO SUPREMO della chiesa.
Al cuore della fede protestante c'è la figura di Gesù Cristo concepito come UNICO mediatore offerto all'umanità per la propria salvezza. Il luogo privilegiato in cui Gesù Cristo è accessibile alla fede del credente è la Sacra Scrittura. Pertanto ogni Cristiano, nel proprio atto di fede e nella PROPRIA interpretazione della Scrittura, non può essere sostituito e non può essere sottoposto a nessun'altra istanza o CONTROLLO di tipo ecclesiale (libero esame). E' il principio protestante del Solus (solus Christus, sola Scriptura, sola Gratia, sola Fide). Si esclude qualsiasi altra mediazione salvifica, in particolare polemica contro una chiesa istituzionale che poteva dare l'impressione di SOSTITUIRSI all'opera salvifica di Cristo. L'essere stesso della Chiesa non è garantito da nessuna continuità istituzionale, da nessuna autorità magisteriale e da nessuna legislazione ecclesiastica: solo lo Spirito Santo mediante l'annuncio della Parola (scritta, la Sacra Scrittura e predicata ,il sermone) e la celebrazione dei sacramenti assicura l'esistenza della Chiesa. Chiesa del "sacerdozio universale", cioè identica situazione in cui si trovano TUTTI i credenti. Lutero affermò che non esiste alcuna differenza fra papa, preti e fedeli; nell'unico corpo della Chiesa ci sono diverse funzioni non diversità di gradi. Si reagiva anche al modo quasi magico in cui nel tardo Medioevo venivano intesi i sacramenti e la loro amministrazione, non ammettendo come efficace un sacramento solo perché compiuto, rifiutando l'idea che la celebrazione di un sacramento sia di per sé opera buona e meritoria, si insiste invece sulle disposizioni spirituali di chi lo RICEVE, in particolare sulla fede. Mentre nel Cattolicesimo il rapporto del Cristiano con Cristo è mediato dalla Chiesa (intesa come istituzione e gerarchia del clero al di sopra dei fedeli) e dai sacramenti della Chiesa, nel Protestantesimo l'incontro PERSONALE del fedele con Cristo tramite la Scrittura è incondizionato e determina l'appartenenza alla Chiesa. E' evidente l'accentuazione del ruolo dell'INDIVIDUO, la cui coscienza e libertà risultano valorizzate. C'è grande rilevanza della responsabile consapevolezza di ogni singolo e il riconoscimento della dignità di OGNI attività umana. La vocazione al Regno di Dio si concretizza di fatto nella PROFESSIONE esercitata con coscienza e responsabilità nel mondo terreno. Ogni coscienziosa occupazione mondana è vero culto reso a Dio. Il valore delle opere non sta nel giustificare il fedele davanti a Dio, ma nell'essere necessaria CONSEGUENZA della fede. I protestanti rifiutano il primato papale e l'obbligo del celibato per i preti, attribuiscono valore sacramentale solo al battesimo e all'eucarestia; respingono, come superstizioso, il culto dei Santi e di Maria. Non si pratica la confessione, il rapporto di fede uomo-Dio, è COMPLTAMENTE responsabilità individuale. La semplificazione delle pratiche di fede, la CENTRALITA' non solo dell'uomo che vive ed opera nel mondo, ma del singolo individuo, rispetto a Dio e di fronte alla propria coscienza,agli altri uomini, il ridimensionamento del concetto stesso di AUTORITA', sono stati, al tempo della Riforma, una molla efficacissima di progresso. I precursori del protestantesimo, come gli "eretici" Valdesi, erano riusciti a stento a sopravvivere alla loro sfida alla chiesa cattolica, ma,il protestantesimo ha riunito, sul piano morale, culturale, religioso e politico, quando i tempi erano MATURI, le esigenze di cambiamento e PRATICITA' della borghesia in ascesa, in paesi dove l'economia era ormai su basi mercantili-manifatturiere, dove il rapporto col DENARO (con relative pratiche di credito, di prestito di transazioni commerciali, bancarie), di fatto, non era possibile CONDANNARE come peccaminoso (come invece faceva la chiesa cattolica e come ancora oggi fa l'Islam), infatti erano necessari grandi capitali liquidi, per avviare e sostenere attività NAVALI e manifatturiere, e dove l'imprenditorialità dei singoli era condizione necessaria a quel tipo di sviluppo economico. Saper leggere e scrivere era esigenza di vita quotidiana per individui che trovavano fonte di ricchezza nella navigazione e nel commercio, erano responsabili di sé stessi e trattavano di persona, direttamente con le autorità civili, si confrontavano con CONTRATTI commerciali. Per gli abitanti di stati nazionali forti e strutturati, contribuire al mantenimento della lontana, sia ideologicamente, sia geograficamente, chiesa di Roma con relativi privilegi e POSSEDIMENTI nei loro territori, con la mentalità feudale del clero, ormai superata nei loro paesi, era una condizione sentita come INGIUSTA oltre che dannosa. Anche la figura femminile recupera dignità con la Riforma, in un ambito in cui la fede rientra nelle scelte individuali, private, si rispecchia nel retto comportamento, nella sfera di responsabilità dei singoli, ed in cui nasce libertà nelle scelte ETICHE. Dove la burocrazia e l'autorità clericale sono drasticamente ridimensionate, gli uomini sono CITTADINI non solo SUDDITI. Lo spirito del protestantesimo sarà connesso alle economie più avanzate del pianeta, agli stati più potenti, ad una concezione politico-economica EUROCENTRICA del mondo che sfocerà nel COLONIALISMO, con conseguenze di immane gravità. Approderà presto anche in America del Nord e sarà legato alle vicende eroiche e tremende di quella parte del continente. Nell'800 ci fu una corrente teologica del protestantesimo liberale, esito dell'incontro tra liberalismo e teologia accademica. L'intenzione era di accreditare la teologia come libero sapere, ritenuta l'ultima occasione, per il Cristianesimo, di non essere relegato ai margini dell'epoca moderna, questa tendenza affine per alcuni aspetti al modernismo in campo cattolico, si esaurì nei primi decenni del '900 con i conflitti mondiali.
In America nel secolo XVIII, il protestantesimo inizia la sua grande espansione, oltre all'originario gruppo puritano dei padri pellegrini, prima comunità del Regno Unito oltreatlantico, nasceranno chiese diverse come quella Battista e Metodista, e il fenomeno dei Quaccheri. La mancanza di strutturazione e centralizzazione, caratteristica della dimensione personale e privata delle chiese protestanti, oltre che alla proliferazione porta anche ad una frammentazione, ad un particolarismo di intenti religiosi, al sorgere infine di movimenti al di fuori della Riforma, di "ispirazione cristiana" come i Mormoni, gli Avventisti del 7° giorno, i Testimoni di Geova, i Pentecostali. L'America, sul piano religioso, come su quello sociale, diventa un grande crogiolo di diverse concezioni, un crocicchio di varia umanità, dalla stimolante diversità ma anche di difficili equilibri e di grandi tensioni. Con le massicce immigrazioni, anche l'ebraismo è una forte presenza, le comunità nere al recupero di una propria identità non "occidentale", hanno scoperto l'Islam, il cattolicesimo diventa una presenza influente e, data la sua organizzazione, invece centralizzata, il suo peso sociale è attualmente in aumento. D'altro canto, molte tematiche religiose, dall'America, sono di ritorno anche in Europa, anche nell'area tradizionalmente "baluardo" del cattolicesimo.

COLONIALISMO: termine degli ultimi decenni del XIX secolo che designa le costruzioni ideologiche e le pratiche politiche che mirano ad imporre il regime coloniale ad altri popoli. Proprio perché il termine implicava una supposta complessiva superiorità culturale dei paesi colonizzatori, fu sentito dagli avversari del colonialismo come la LEGITTIMAZIONE TEORICA dello sfruttamento e delle vessazioni che si erano sempre accompagnate alla colonizzazione europea. In generale, per colonialismo, si intende quella predisposizione particolare della mentalità e della civiltà EUROPEE che si è espressa concretamente nell'incapacità di avere con ALTRE civiltà rapporti che non fossero SOPRAFFATTORI e DISTRUTTIVI. Lo spirito colonialista costituisce il retroterra culturale della colonizzazione e ne svela l'essenza stessa e il vero significato storico: l'ELIMINAZIONE delle civiltà diverse e l'estensione INDISCRIMINATA della propria. La premessa di questa prospettiva, fu la DIFFUSIONE della concezione del mondo giudaico-cristiana INNESTATA sul tronco dell'eredità del PENSIERO CLASSICO. Già le conquiste del pensiero greco, come la scoperta del carattere logico dei processi conoscitivi, l'abbandono del pensiero mitopoietico per un atteggiamento puramente intellettuale di fronte alla natura, la distinzione dell'oggettivo dal soggettivo, avevano messo la civiltà euromediterranea su vie DIVERSE da QUALSIASI ALTRA. Quando poi, grazie alla vittoria del cristianesimo, si aggiunge il MONOTEISMO ETICO e il SENSO DELLA STORIA come serie significante di fatti (capisaldi entrambi della riflessione ebraica), insieme al carattere di proselitismo UNIVERSALISTICO impresso al cristianesimo dall'interpretazione paolina, il distacco divenne INCOLMABILE. La civiltà europea si formò e crebbe, nei secoli del Medioevo su queste basi e l'unico CONTATTO con una civiltà diversa fu quello con la civiltà araba, con la quale tuttavia, c'erano FORTI SOMIGLIANZE. La prima realtà affatto estranea alla civiltà europea fu l'AMERICA. Fin dall'inizio si radicò nei conquistatori l'idea della CONNATURATA INFERIORITA' dei "selvaggi" Naturalmente, dato il quadro ideologico dell'uomo europeo del tempo, la nozione di "selvaggio" aveva bisogno di una sanzione religioso-teologica. Dalle dispute in proposito, emerge un dato fondamentale: accanto all'INCOMPRENSIONE per tutto ciò che è diverso, e, alla conseguente proclamata LICEITA' della sua DISTRUZIONE, si manifesta anche la capacità del pensiero europeo di riflettere CRITICAMENTE su questa diversità alla luce di categorie ETICO-UNIVERSALI, in uno sforzo di conoscenza con esiti di tolleranza. I domenicani spagnoli denunciarono i crudeli soprusi dei colonizzatori, difendendo la VALIDITA' del diritto naturale, ANCHE per gli indigeni del Nuovo Mondo e, una bolla del papa Paolo III (1537) proclamava gli Indios VERI UOMINI, liberi di disporre della loro persona e dei loro averi. Tuttavia, prevaleva il carattere "pratico" della civiltà europea e quindi il DISPIEGARSI dello spirito colonialistico nella duplice forma dello sfruttamento economico dei territori conquistati e dell'acculturazione degli indigeni. Gli spagnoli, dallo spirito religioso temprato nella lunga lotta contro gli Arabi musulmani, sentirono la conquista delle terre americane come il proseguimento della "reconquista" (il cristianesimo non solo riconquistava la Spagna in mano ai "mori", ma conquistava nuove terre) e quelle regioni vennero considerate vere e proprie provincie d'oltremare. La corona fu investita della difficile mediazione fra le pretese di sfruttamento degli emigrati nelle nuove terre e l'ideologia dell'universalismo cattolico che esigeva l'obbligo dell'elevamento morale e materiale degli indigeni. I missionari cattolici furono i primi a concepire l'immagine del "buon selvaggio" e cercarono di convincere le autorità a sottrarre le popolazioni locali ai contatti "corruttori" con i bianchi. Essi andarono a vivere in mezzo agli Indios nella speranza di avviarli all'incivilimento e alla fede. Ma questi sforzi rimasero quasi sempre senza risultati, e a nulla valsero i tentativi degli ordini religiosi (soprattutto gesuiti in Paraguay) di dare vita a colonie missionarie, che apparvero in certi momenti veri e propri embrioni di stati teocratici retti dai principi di un comunismo primitivo. Se nella pratica, la concezione colonialistica spagnola e portoghese fu oppressiva e spoliatrice come qualsiasi altra, tuttavia, sotto l'influenza dei caratteri dell'economia della madrepatria e dell'universalismo cattolico, essa fu, rispetto a quella inglese e olandese, più tollerante e meno razzista, sì da dare vita a una realtà nuova e vitale come quella dell'America Latina.

COLONIALISMO INGLESE E OLANDESE: verso la metà del '600, i teorici del mercantilismo elaborarono quella che può ritenersi la prima coerente dottrina economico-politica colonialistica: la conquista coloniale giovava alla madrepatria per rifornirla di materie prime a buon mercato e nel contempo, la bilancia commerciale era in attivo perché le colonie assorbivano i prodotti nazionali. Ne derivava la necessità del MONOPOLIO sui traffici con le proprie colonie. Questa dottrina rifletteva lo stadio commerciale-manifatturiero dello sviluppo economico dei paesi più progrediti dell'Europa del tempo. Fra madrepatria e colonie si stabilì il commercio "triangolare" Europa-Africa-America-Europa. Esportazione in Africa di chincaglieria, tessuti, armi per l'acquisto di schiavi, esportazione di questi nelle Americhe, importazione dalle Americhe dei prodotti AGRICOLI coloniali. Questo commercio, richiedendo oltre a capitali ingenti CAPACITA' MANIFATTURIERA, ebbe come protagonisti soprattutto inglesi e olandesi. E, solo in secondo ordine i francesi, mentre erano praticamente assenti gli spagnoli e i portoghesi. A questo sfruttamento di tipo agricolo-commerciale, corrispose un quadro ideologico che si mostrava del tutto INDIFFERENTE alla sorte delle TERRE conquistate e dei loro abitanti, perciò assai diverso da quello che caratterizzò la colonizzazione spagnola. La presenza inglese in Nordamerica ebbe effetti completamente DISTRUTTIVI. <<L'unico indiano buono è l'indiano morto>> fu per il governo e i coloni britannici la principale direttiva di comportamento verso le tribù indigene. Il rigido moralismo puritano e il sentimento dell'ELEZIONE divina, proprio della Riforma, unitamente al più avanzato carattere PRATICO-IMPRENDITORIALE, predisponevano la società inglese, ad un rapporto di assoluta ESTRANEITA', intimamente RAZZISTICO verso i "primitivi". Lo stesso vale per la colonizzazione olandese, e, né questa, né quella, si curavano dell'evangelizzazione, né si preoccupavano riguardo all'onorabilità del commercio di schiavi. Non è casuale che gli spagnoli, pur impiegando gli schiavi, ne disdegnassero tuttavia il COMMERCIO e lo lasciassero interamente ai negrieri inglesi, olandesi e in misura minore francesi. Il contatto con altre civiltà, nel tempo, influenzò molto la cultura europea. Nella riflessione illuminista dell'Europa su sé medesima, i "selvaggi" erano la prova vivente di una visione RELATIVISTICA e "scientifica" dei valori etici e dei fatti sociali e furono anche presentati come modello di una società "pura" perché "naturale". Il selvaggio divenne il personaggio preferito della nuova cultura LAICA BORGHESE per criticare i vecchi assetti ideologici. Nel secolo XVIII, il ridimensionamento dell'ESCLUSIVISMO EUROCENTRICO si accentuò con la più approfondita conoscenza delle grandi civiltà orientali (India, Cina) che avevano una loro grande storia, e, pur essendo extraeuropee, non potevano essere definite "selvagge". Con la rivoluzione francese (4 febb. 1794), la convenzione francese decretò l'ABOLIZIONE della schiavitù nelle colonie e concesse la cittadinanza francese a <<tutti gli uomini, senza distinzione di colore, domiciliati nelle colonie>>.
Nell''800, per effetto della rivoluzione industriale, però, la società capitalistico-borghese dell'Europa occidentale, segnò il culmine del colonialismo. Il rapporto coloniale si estese a tutti i continenti extraeuropei con un carattere irrimediabilmente distruttivo perché subordinato all'UNICA esigenza di produrre e vendere sempre più merci. Il colonialismo divenne esclusivamente "pratico", tralasciò qualsiasi motivazione religiosa, fondandosi sulla stessa ideologia LAICA del progresso: come all'interno dei vari paesi la borghesia ritenne di rappresentare gli interessi di TUTTA LA SOCIETA', così l'Europa borghese si convinse di essere investita di una missione civilizzatrice su scala mondiale. Tale convinzione nasceva dal CULTO del PROGRESSO TECNOLOGICO identificato con quello della civiltà tout court, e dalla diffusione delle teorie biologiche evoluzionistiche, da cui l'opinione pubblica ricavò l'idea che esistesse una NATURALE PROGRESSIONE dagli stadi inferiori a quelli superiori dello sviluppo INDIVIDUALE e SOCIALE e che i popoli non europei, ovviamente "arretrati", avrebbero avuto vantaggi dal contatto con i bianchi. Oltre a ciò, la cultura positivistica contribuì a radicare ulteriormente il convincimento della "naturale" superiorità della civiltà europea, proponendo l'idea che il CLIMA, l'ambiente GEOGRAFICO, e perfino i caratteri SOMATICI, avessero un'azione LIMITATRICE sulle civiltà extraeuropee. La penetrazione capitalistica diffusa su scala mondiale, determinò una distruzione senza pari delle culture dei paesi colonizzati. La mentalità e il rapporto colonialistici cominciarono a entrare in crisi ai primi del '900. Ci fu un profondo mutamento nella coscienza europea verso gli altri popoli. Nella cultura europea penetrarono profondamente temi e motivi extraeuropei, soprattutto nelle arti visive (disegno cinese e giapponese, scultura africana e polinesiana) e lo sviluppo di nuove DISCIPLINE come l'etnologia e l'antropologia, sul piano scientifico, il diffondersi di ASSOCIAZIONI UMANITARIE e PACIFISTE, l'azione del MOVIMENTO OPERAIO, la teoria LENINISTA che indicava nei popoli coloniali i naturali alleati dei lavoratori dei paesi industrializzati, tutto ciò tolse credibilità al colonialismo presso le classi POPOLARI, e questo rimase patrimonio esclusivo delle forze più retrive e conservatrici. I popoli ex coloniali, dopo la II guerra mondiale, cominciarono a parlare di NEOCOLONIALISMO, intendendo il PERMANERE di rapporti di sfruttamento e l'ingiusta distribuzione delle risorse mondiali attraverso i NUOVI SISTEMI DI PREDOMINIO delle MULTINAZIONALI, specialmente statunitensi e la sopravvivenza di forme di INGERENZA POLITICA, dovute alla "guerra fredda" e alla spartizione di varie zone d'influenza, ma anche la complessiva supremazia che la civiltà bianca ancora era in grado di esercitare. Il tentativo di recuperare una PROPRIA identità ha prodotto anche ideologie a sfondo xenofobo, talvolta di tipo RELIGIOSO e sfociate in nuove forme di INTEGRALISMO. Il colonialismo lascia forti ombre sul mondo. Spesso permangono coi paesi industrializzati rapporti di dipendenza economica e quindi politica, mediati dagli apparati LOCALI, tali da CONDIZIONARE l'effettivo PROGRESSO ECONOMICO e l'AUTONOMIA culturale e civile dei paesi ex coloniali.

IL PROTESTANTESIMO COME FILOSOFIA DEL PREMIO AL SUCCESSO (DEI PRESCELTI): sicuramente Lutero, quando decise di dare uno scossone alla chiesa, non immaginava, che così facendo, un grosso pezzo di chiesa gli restasse in mano. Egli, come già altri prima, voleva riformare QUELLA chiesa, non era sua intenzione fondarne una nuova. Ma la sua iniziativa ebbe un larghissimo seguito, e, d'altra parte, la chiesa cattolica gli oppose un atteggiamento di arrogante chiusura. Più volte la chiesa si era trovata a fronteggiare rivolte, eresie, movimenti di "ritorno alle origini" e ne era sempre uscita vittoriosa, anche se con le mani grondanti sangue. Ma non quella volta. Il non aver saputo accogliere quell'estesa e profonda richiesta di rinnovamento, è costata alla chiesa cattolica la perdita di qualsiasi potere ed influenza sulle popolazioni della parte più avanzata socialmente dell'Europa. Lutero, Calvino, Zwingli, Enrico VIII d'Inghilterra, hanno favorito la nascita di un nuovo corso religioso e storico. Quello che qui viene focalizzato è che il protestantesimo ha considerato le due sfere divino- umano e le ha nettamente separate. Dio è imponderabile per l'uomo, agisce in assoluta libertà, non è influenzabile in alcun modo. Dio decide di offrire salvezza all'uomo tramite Gesù, Gesù è stato crocifisso per l'uomo, per i meriti di Gesù, Dio salva l'uomo, Gesù è l'unico intermediario dato all'umanità. Dio stabilisce, in modo insondabile per l'uomo, chi è destinato alla salvezza e chi alla perdizione. E sempre Dio dà all'uomo la fede, come suo dono. L'uomo non può nulla sul piano divino, l'uomo è peccatore e resta peccatore, l'azione di Gesù non modifica la natura di peccatore dell'uomo. Non è l'uomo che con la fede in Gesù SI salva, ma è Dio che lo salva oppure no, col criterio della predestinazione. Si potrebbe credere che questo modo di pensare Dio e l'uomo, porti ad una specie di fatalismo, in cui l'uomo non avendo "potere di salvezza", sia quindi passivo. Non è così perché questa separazione fra divino e umano, di fatto, restituisce all'uomo l'azione in questo mondo, il mondo terreno. L'uomo è un peccatore, non ha alcun potere sul suo destino ultraterreno, ma ha pieno potere sul suo destino di agente del mondo terreno. Non può pregare, per salvarsi, non può appoggiarsi a nessuna autorità, a nessun "rito", a nessun intermediario, se egli è predestinato alla salvezza, pur essendo peccatore, ciò è evidente nel corso della sua vita terrena. L'eletto ha fede, conduce vita integra, la divina provvidenza che regge il mondo gli fa condurre con successo la sua professione, lo rende prospero. La coscienza è l'unico giudice della condotta dell'individuo, il guadagno, il successo sono il segno tangibile della salvezza. Non solo si ridà in mano all'uomo il suo destino terreno, ma anche il premio è evidente, concreto, nel mondo terreno. Si toglie la tematica della salvezza dalla dimensione ultraterrena per collocarla nella pratica. Questa trasposizione di piani, è una delle leve più potenti della Riforma. L'individuo è prescelto da Dio, non ha sopra di sé nessuna altra autorità o condizione di nascita. E' la ricchezza il segno del favore divino, il premio in questo mondo e non solo DOPO la morte. E' chiara qui la voce della borghesia in crescita, che reclama la propria legittimazione, la propria dignità, in nome del successo economico, della ricchezza non dipendente da nobiltà di nascita e privilegi feudali, ma proprio da un rapporto diretto col denaro, col commercio, con la produzione manifatturiera. La netta divisione umano-divino porta, di fatto, la religione su un piano personale, privato; nelle scelte individuali si spazia dal più rigido rigore morale (Puritanesimo) al sentimento più intimo e mistico (Pietismo). Il sacerdozio universale rende sacra la vita quotidiana e fa crescere l'individuo da suddito a cittadino, persona adulta e responsabile cui non servono tutori. Le chiese protestanti, sganciandosi dalla chiesa cattolica si sganciano anche dal suo potere politico e temporale e, ponendo la religione sul piano pratico, lasciano spazio ad un processo di laicizzazione delle attività umane. Nasceranno da qui concezioni come il Liberalismo religioso, il liberalismo economico o liberismo, il liberalismo politico (l'idea di autogoverno), avrà impulso la moderna ricerca scientifica, l'idea di democrazia.
La predestinazione non è manifesta alla nascita, non è riconoscibile da qualche segno a priori; gli uomini non sanno chi è eletto se non in base ai risultati. Chiunque può essere un eletto, non c'è possibilità per altri uomini o autorità umane, di stabilire regole su questo punto, non c'è condizione di nascita che determini uno stato o l'altro. Con questa mentalità, gli individui sono fortemente incentivati all'azione. E' ugualmente legittimo sia pensare a sé stessi sia aiutare gli altri, non ci sono rapporti di dipendenza fra le due cose. Come il divino è altro dall'umano, cosi la propria persona è altro dalle altre persone. Ognuno è responsabile di sé, ognuno vive la propria vicenda, ognuno è un mondo a contatto con i propri simili ma non responsabile per loro. I protestanti, senza la tara del peccato originale ad accomunare le persone, sentono sé stessi come individui con un proprio destino e non come condivisori di una stessa condizione. Sono qui le premesse del progresso economico, politico, sociale, scientifico che la storia successiva ci mostrerà, e, anche le premesse di enormi problemi che lacerano il mondo attuale. Questa mentalità, che era nata dalla centralità dell'uomo nel mondo, e che ha stimolato l'uomo ad agire nel mondo, arriva poi ad onorare non più l'uomo ricco, ma la ricchezza, non più l'uomo di successo, ma il successo, non più l'uomo intraprendente e abile navigatore nel mare dell'economia, ma l'economia. Arriva a onorare e servire varie "attività" dell'uomo senza l'uomo. Arriva a credere che il denaro, il mercato, l'economia siano qualcosa di altro dall'uomo e sopra l'uomo, e che l'uomo sia un corollario nella legge dell'economia: il "consumatore".

IL CATTOLICESIMO COME FILOSOFIA DEL PREMIO AL SACRIFICIO: il Cattolicesimo, al tempo della Riforma, era una consolidata potenza di conservazione, non di progresso. La chiesa fortemente gerarchizzata, come sempre fa qualsiasi burocrazia, agiva per conservare il proprio potere effettivo. Il clero cattolico, come casta professionale, era preoccupato soprattutto della propria sopravvivenza. Il cattolicesimo è rimasto dominante dove il feudalesimo aveva sufficiente forza d'inerzia per continuare il suo cammino, dove la borghesia non trovava spazio per crescere come fenomeno sociale unificante.. La gerarchia ecclesiastica resta fedele alla nobiltà, ne fa parte essa stessa, sia come istituzione monarchica, sia come sovrana dello Stato Pontificio. Mentre il protestantesimo si schiera con la borghesia e ne segue le sorti nel corso posteriore della storia, il cattolicesimo continua a porsi come un impero che si difende dai barbari. La chiesa ha come ragion d'essere il compito di intermediaria nel tempo, non una tantum come Gesù per i protestanti, fra la sfera umana e quella divina. Ne segue la necessità che le due sfere siano nel tempo collegate, e lo siano non solo sul piano spirituale, ma nella concreta vita dei cattolici. La chiesa è un apparato gerarchico teso a mantenere il monopolio della mediazione fra uomo e Dio. La religione non può essere spostata sul piano privato, personale, individuale senza che l'autorità ecclesiastica perda potere e influenza e, sicuramente la chiesa di quel tempo non aveva la lungimiranza di togliersi da sé ricchezze, privilegi e potere. Non ha nessuna importanza che il singolo laico, che per tradizione è escluso da questo potere, capisca, prenda coscienza di sé, si responsabilizzi. Il laico è un suddito, il suo compito è obbedire. Il clero stesso è suddito e deve obbedienza ai vari gradi della gerarchia. Il potere ecclesiastico, in defimtiva, è presentato esso stesso come obbedienza ad un mandato divino. L'obbedienza è una rinuncia a sé, al proprio giudizio, per il bene di tutti, è cioè un sacrificio. Il potere della chiesa è, in quanto obbedienza, infine, un sacrificio. Il papa stesso si piega al sacrificio per il bene comune di tutti i cattolici, prendendo su di sé la responsabilità di questa opera di mediazione con Dio. Ne deriva che tutti i cattolici possono santificarsi solo con un percorso di umiltà e obbedienza, cioè di rinuncia e sacrificio. Alle autorità il sacrificio del governo, ai sudditi il sacrificio del lavoro. Con buona pace di qualsiasi ricerca personale della verità e di qualsiasi spirito critico. In questo ambito, la tematica del peccato originale, che determina lo stato di peccatore dell'uomo, punito per questo, con la morte, la malattia, il lavoro con sudore, in una parola la condizione umana, uguale per tutti ,a parte il lavoro con sudore e il parto con dolore, è fra le più importanti e ponderose per richiedere tale obbedienza da parte di tutti. La tradizionale diffidenza verso qualsiasi spirito d'indipendenza, mortale nemico delle strutture gerarchiche, ha portato la chiesa cattolica ad ostacolare l'iniziativa personale in ogni campo. Le possibilità professionali sono di tipo militare, ecclesiastico, o la ricerca di qualche privilegio soggetto alle autorità. L'unico tipo di ricchezza lecita è quella che deriva da proprietà terriere, e quindi condizione di nascita, o nel caso della chiesa, frutto di donazioni, la ricchezza proveniente dal "maneggiare" denaro o frutto di intraprendenza personale, è un disvalore nella mentalità cattolica, perché chi
maneggia denaro si sottrae alla legge del "lavorerai con sudore". Per la mentalità cattolica, la ricerca della realizzazione di sé, del benessere materiale, della felicità, equivalgono a pretese cui non si ha alcun diritto e neppure nessun interesse perché solo col sacrificio si otterrà il premio del paradiso, e la vita terrena va spesa per guadagnarsi il paradiso, il paradiso è eterno la vita no. Non è lecito perseguire solo i propri fini terreni; da soli, senza la dimensione ultraterrena, non hanno valore e possono farci perdere di vista il vero obiettivo. L'individuo cattolico di per sè non conta molto ed è incoraggiato alla passività, c'è la chiesa che si preoccupa di tutelarlo, guidarlo, soccorrerlo. L'individuo però ha potere sulla sfera divina, può contribuire alla propria ed altrui salvezza nell'al di là con preghiere, buone opere, penitenze. La chiesa dà potere all'uomo in campo spirituale, i Santi e Maria possono intercedere e contribuire alla salvezza dell'anima, aumentare i meriti guadagnati. La singola persona non è stimolata ad emanciparsi, ma anzi è incoraggiata a rispettare le autorità, obbedire a chi comanda, a delegare la propria sorte, a pensare a sé stessa come incompiuta ed incapace, ad aspettarsi appoggio ed assistenza dall'esterno. Ci si abitua a venerare i Santi come ad ossequiare le autorità e ad ingraziarsi il potere e, nella pratica, il meritarsi la vita eterna diventa il procurarsi la vita eterna. Il cattolico avverte la condizione umana come condizione di colpa, ma ha il potere di cambiare questa condizione col pentimento, la confessione, la penitenza. C'è modo di aggiustare le cose sia con Dio che con gli altri uomini. Si nasce nella colpa ma non si è mai inesorabilmente colpevoli, responsabilmente colpevoli, si può sempre cercare di non pagare il prezzo fino in fondo, si può contrattare. Si disprezza il commercio dei beni e del denaro, ma si pratica senza scandalo il commercio dell'anima. Col declinare del potere della chiesa il paternalismo prende il posto dell'autorità. Sebbene sia ormai superato quel baratro enorme fra clero e laici, fra potenti e sudditi, la gente educata in ambiente cattolico, trova naturale essere classificata sotto queste due categorie: gente che conta, che ha cultura, potere e perciò responsabilità nei confronti dei più "deboli", e, appunto, gente debole, che non conta, che va assistita ed aiutata indipendentemente dall'età. E' radicatissima l'idea che la maggior parte delle persone non siano capaci di badare a sé stesse, che siano un peso e una responsabilità di coloro i quali, chissà perché, sono "migliori", o delle autorità. Quest'idea ha il peso che nella mentalità protestante ha il razzismo, viene scambiata per "legge di natura", divide le persone non in base al colore, o ai "risultati" della loro esistenza, ma in base ad una misteriosa "qualità dell'anima" a priori. Il cattolicesimo ancora dà grande valore all'obbedienza e cerca di mantenere il proprio controllo sulla vita delle persone "comuni"decidendo che non sono mai adulte, perpetuando il pregiudizio di secoli di sudditanza. Questo pregiudizio, unito al concetto del potere come sacrificio, come servizio al prossimo, è così radicato che dalla sfera cattolica è passato nelle organizzazioni laiche come i partiti politici, le associazioni umanitarie, di volontariato, tanto che sono loro a chiedere al loro "laicato" rinunce e sacrifici e a trattarlo come eterno minorenne. In ambito cattolico, la fede non è diventata mai una libera elaborazione della coscienza di ognuno. E' rimasta manifestazione pubblica e collettiva di culto, spesso divenendo pura esteriorità e conformismo. L'idea cattolica che col proprio impegno si possa redimere anche gli altri fa sentire il rapporto fra gli uomini come necessaria condivisione della condizione umana, in un mondo terreno concepito come transitorio e dipendente anche dalla sfera divina, su cui l'uomo ha potere più che sulla dimensione umana. Nel bene e nel male, la dimensione collettiva è molto importante, tanto da sacrificarsi per gli altri fino alla rinuncia di sé, in nome di una realizzazione più alta e più piena da condividere, anche se non in questo mondo. Purtroppo tanto anche da decidere al posto degli altri, quale sia il loro bene senza nemmeno interpellarli. Oltre a gravi limiti però, questa mentalità ha un merito: lascia grandi possibilità ad un concetto che invece nel mondo protestante non ha molto peso, la solidarietà, la sincera disinteressata solidarietà umana. Non la beneficienza fatta dall'alto del proprio benessere materiale e della propria appartenenza agli "eletti", ma la capacità di condividere e di partecipare.

EBRAISMO: le credenze religiose e le tradizioni culturali del popolo ebraico. Il fondamento primo dell'ebraismo è costituito dalla triade: Torà, popolo, terra. La traduzione letterale di Torà è "istruzione-ammaestramento", ma poiché la traduzione greca della Bibbia ebraica detta dei Settanta (Alessandria d'Egitto III-II secolo a.C.) ha reso la parola Torà con Nomos, il termine viene reso in italiano con "Legge". Questa accezione in ambito ebraico si riferisce a ciò che è detta "Torà scritta" e cioè i primi 5 libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Questi libri contengono i 613 precetti che contraddistinguono il modo di vita proprio della comunità ebraica. Alcuni di questi precetti si possono eseguire solo in terra d'Israele (alcuni sacrificali erano legati al Tempio di Gerusalemme che fu distrutto nel 70 d.C. dai romani). Torà, popolo, terra: tre termini che si rimandano reciprocamente. La Torà indica il comportamento del popolo ebraico in connessione con la terra d'Israele. Il legame fra popolo ebraico e terra d'Israele sussiste idealmente anche per le comunità che vivono nella diaspora. L'ebraismo nella sua storia plurimillenaria si è sviluppato in vari modi e tutti si riflettono nella definizione di Torà, popolo, terra. Che la Torà scritta sia la parte fondamentale della rivelazione biblica, e che si appartiene al popolo ebraico perché si ha una madre ebrea o perché ci si converte, sono punti fermi, su altri aspetti c'è diversità. La forma di ebraismo più importante è il giudaismo rabbinico, che accetta come fonte di rivelazione anche una Torà orale (una serie di commenti, interpretazioni, integrazioni, fatta risalire, nel suo nucleo, a Mosè). Per questo il giudaismo rabbinico si chiama anche della doppia Torà. Il documento letterario più importante del giudaismo rabbinico è il Talmud (Talmud = studio, dottrina, fondamento delle discussioni secolari). Il sistema del giudaismo rabbinico restò immutato fino all'emancipazione, cioè l'acquisizione di pieni diritti civili degli ebrei, intesi come singoli, avvenuta nell'Europa occidentale nel secolo XIX. Tra le ripercussioni dell'emancipazione in seno all'ebraismo, ci fu la nascita del giudaismo riformato, che abbandonò normative rituali considerate superate e spesso accantonò anche il riferimento alla terra d'Israele, perché considerato incompatibile con la lealtà verso le singole patrie di appartenenza. Anche come reazione al giudaismo riformato si sviluppò il sionismo (movimento politico e culturale con lo scopo di creare in Palestina "un asilo per il popolo ebraico, garantito dal diritto pubblico"). Il sionismo ha propugnato, attraverso un'azione storica concreta, il raggiungimento di una meta, il ritorno degli ebrei in Israele, precedentemente sperato dal giudaismo soltanto in termini meramente religiosi. Il cosiddetto sionismo pratico è consistito in una vasta opera di fondazione di colonie agricole in Palestina. Il secolo XX ha visto due fatti storici determinanti per l'ebraismo: lo sterminio nazista (Shoà) e la nascita dello Stato d'Israele (1948). Questi due fattori capitali hanno determinato l'elaborazione di una identità ebraica contemporanea, nel senso di un rafforzamento di questa identità; l'accettazione del sionismo è ormai universale e sia nello Stato d'Israele, sia nella diaspora si assiste ad una ripresa della tradizione nella pratica religiosa, a volte connessa alla nascita di movimenti fondamentalisti. Sul piano dottrinale, nell'ebraismo non c'è una vera e propria dogmatica enunciata da un'autorità e vincolante per tutti i fedeli. La credenza più celebre è quella formulata in 13 punti da M. Maimonide (teologo, medico e filosofo ebreo spagnolo-1135--1204-): 1) esistenza di un creatore; 2) unicità di Dio; 3) negazione di ogni materialità di Dio (contro l'antropomorfismo); 4) eternità di Dio; 5) servizio di Dio attraverso l'esecuzione dei precetti rivelati; 6) esistenza della profezia; 7) primato della profezia di Mosè; 8) la Torà deriva dal cielo; 9) Mosè estensore della Torà; 10) conoscenza delle azioni umane da parte di Dio; 11) ricompensa dei giusti e punizione dei reprobi; 12) i tempi messianici; 13) resurrezione dei morti. Nell'ebraismo il monoteismo non è una dottrina teorica, ma parola rivelata che va ascoltata e messa in pratica. L'ascolto (shemà) e l'esecuzione sono la professione di fede per eccellenza e rappresentano la concretizzazione dell'alleanza stipulata da Dio con il suo popolo. Il ceto culturalmente e socialmente dominante del giudaismo è quello dei rabbini (rabbi = maestro), dall'epoca della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Nel corso del Medioevo, in Europa, con rabbino si cominciò a intendere la guida liturgica e giurudica della comunità ebraica. A partire dal secolo XIX si istituiscono appositi seminari e collegi per la formazione dei rabbini, mentre le loro competenze civili sono stabilite in conformità alle legislazioni dei singoli stati. Attualmente nel giudaismo ortodosso le donne non possono conseguire il titolo rabbinico, nel giudaismo conservativo e riformato si. Il giudaismo ortodosso è il giudaismo ufficiale dello Stato d'Israele, quello riformato e quello conservativo sono nati in Europa, nella diaspora, il primo soprattutto in Germania, tutti e due si sono consolidati negli USA in prevalenza. Il riformato nasce legato all'emancipazione, il conservativo si preoccupa di conciliare i dati tradizionali con la civiltà occidentale. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, le sinagoghe (dal greco assemblea) divennero il centro religioso dell'ebraismo. La sinagoga è luogo di preghiera, sede del tribunale locale, delle scuole, dell'ostello, sia in terra d'Israele sia nella diaspora. E' d'obbligo accennare, parlando di ebraismo, all'antisemitismo da parte di non ebrei. Già in epoca romana imperiale gli ebrei venivano accusati di proselitismo fanatico, di disobbedienza alle leggi, di culti abominevoli. Col cristianesimo si diffuse l'accusa di deicidio per la crocefissione di Gesù. Nell'Europa cristiana si sviluppò un antisemitismo religioso che portò al massacro di ebrei al tempo delle crociate. Si diffondevano leggende sulla discendenza demoniaca degli ebrei e sui loro riti di profanazione dell'ostia consacrata; Sul piano sociale, agli ebrei era vietato possedere terre e svolgere molte professioni, mentre ai cristiani era vietato il prestito a interesse, attività ritenuta causa di dannazione. Si diffuse così tra gli ebrei europei l'attività del prestito a interesse e si diffuse in pari modo un pregiudizio antisemita di tipo "economico". Dal secolo XVI si obbligarono gli ebrei, i quali non avevano diritto di cittadinanza, a risiedere nei ghetti. Tali forme di segregazione furono condannate dalla rivoluzione francese in poi. Ma dopo la metà dell''800, la progressiva integrazione sociale degli ebrei iniziò a scontrarsi con una nuova ondata di antisemitismo fondato su ideologie ultranazionalistiche e su miti pseudoscientifici di superiorità razziale. In Russia, dopo l'attentato ad Alessandro II ci furono violenti pogrom e fra i vari obblighi imposti agli ebrei per legge c'era quello di risiedere nelle città (1882). Nel mondo di lingua tedesca, anche componenti del movimento cattolico, saldarono la critica al capitalismo con quella all'ebraismo. In Germania, la sconfitta nella I guerra mondiale e la spaventosa crisi economica, furono causa di ulteriori manifestazioni antisemite (repubblica di Weimar). Il nazismo arrivò ad individuare negli ebrei in quanto "razza", il nemico principale e ne organizzò sistematicamente la persecuzione (anche in Italia si ebbero leggi razziali, 1938). Dal '41 in poi il regime hitleriano avviò la "soluzione finale" del problema ebraico, cioè lo sterminio fisico di tutti gli ebrei europei e fece circa 6 milioni di vittime. Questa immane tragedia provocò una forte reazione della coscienza del mondo civile, ma la nascita dello Stato d'Israele e le sue vicende hanno portato anche nuovo antisemitismo, per non considerare l'Europa orientale dove, prima si lottava contro i regimi comunisti con sentimenti antisemiti, poi l'antisemitismo è rimasto intrecciato al disagio sociale, dopo il loro crollo.

ISLAM: il termine arabo Islam significa abbandono-sottomissione alla volontà di Dio. E' la religione monoteistica fondata da Maometto. Nasce nella zona centrale della penisola Arabica nel VII secolo d. C., una zona periferica rispetto ai più importanti centri politico-culturali. L'Islam si considera in continuità con l'Ebraismo ed il Cristianesimo, religioni che ritiene di aver completato e superato, ma molto più profondo è il suo carattere arabo. Le origini del monoteismo furono collegate ad Abramo, presentato come il fondatore del Tempio della Mecca. L'Islam è nato dall'annuncio della rivelazione divina del Corano, trasmessa dal profeta Maometto. Accanto al Corano, la fonte del credo e della morale musulmana è la Sunnah (il comportamento), l'insieme di "detti e fatti" di Maometto narrato dagli Hadith (racconto). Le verità fondamentali sono: l'esistenza e l'unicità di Allah (Dio), la fede negli angeli, nei libri rivelati, nei messaggeri divini, nel giudizio universale e nella predestinazione, con sfumature anche molto diverse a seconda delle scuole e dei periodi. L'unico vero dogma dell'Islam è l'unicità di Dio (purezza del monoteismo, lontano sia dalla Trinità cristiana sia dalla sorta di Dio nazionale, contrapposto ad altri dei, dell'Ebraismo). Quella dell'Islam più che una teologia è un'apologia difensiva per contrastare gli avversari della fede. Infatti l'indagine sul mistero divino fu scoraggiata dallo stesso Maometto, che invitava a non cercare di conoscere quello su cui Dio ha mantenuto il silenzio. Per la teologia islamica l'atteggiamento religioso è radicato nella natura dell'uomo, creato per adorare Dio e legato ad un misterioso patto primordiale tra Dio e l'umanità. I precetti fondamentali (i cinque pilastri dell'Islam) sono: 1) non esiste altro Dio all'infuori di Allah e maometto è il suo messaggero; 2) compiere la preghiera rituale; 3) versare l'elemosina; 4) digiunare durante il Ramadan; 5) il pellegrinaggio alla Mecca. Altre pratiche di culto e divieti hanno grande peso per i musulmani (niente carne di maiale, niente alcolici ecc.) Il Corano (dall'arabo lettura-recitazione) contiene le rivelazioni fatte da Allah a Maometto, attraverso l'arcangelo Gabriele negli anni 610-632 d.C.. Il Corano, insieme alla Torà mosaica e al Vangelo cristiano, rappresenta l'ultima parte di una "Scrittura celeste" che Dio ha rivelato agli uomini tramite i suoi profeti. Il Corano è diviso in Sure (capitoli), non in ordine cronologico ma in ordine di lunghezza decrescente. La Sunnah insieme al Corano è una delle fonti non solo della teologia ma anche del diritto islamico, uno dei fondamenti del sistema giuridico e religioso. La corrente ortodossa e maggioritaria dell'Islam (80%) è quella dei Sunniti, opposta agli Sciiti nelle lotte di successione a Muhammad (il lodato, per gli occidentali Maometto) Gli Sciiti sconfitti e perseguitati a lungo, si differenziarono dal resto della comunità islamica. Per gli Sciiti la sofferenza ed il martirio hanno una prioritaria importanza. La figura dell'Imam è insieme capo temporale e spirituale. Il termine Imam "chi sta davanti", indica nel senso più comune chi guida la preghiera comunitaria nella Moschea. Per i Sunniti è un capo politico-religioso, per gli Sciiti un'indispensabile mediatore fra Dio e uomo. Per i Sunniti gli Imam sono anche i fondatori delle quattro scuole ortodosse di rituale e di diritto (hanafita, malikita, safi'ita, hambalita). Il calendario musulmano inizia dall'anno 622 d.C., quando avvenne l'evento centrale della loro storia: l'Egira, cioè la migrazione, per l'ostilità alla sua opera incontrata nella sua patria, di Muhammad e seguaci dalla Mecca a Medina. L'ostilità sfociò in una guerra che si concluse con la conquista della Mecca, dove Maometto non rimase, morì infatti a Medina nel 632, nello stesso anno in cui aveva annunciato la conclusione del suo compito ai fedeli. 

ANARCHISMO: dottrina e movimento politico che mira all'abolizione rivoluzionaria dello Stato e di ogni forma di autorità per avere una società senza oppressione, di uomini liberi e uguali, ispirata da un ordine "naturale" spontaneo. La tesi centrale è che lo stato sia un'istituzione funzionale alla conservazione dell'ineguaglianza e sia inutile per il mantenimento dell'ordine sociale. La società si autoregola se gli uomini sono liberi e uguali. Il movimento anarchico si sviluppò nell''800, di seguito i principali esponenti.
Proudhon: francese, teorico, scrittore e politico (1809-1865). Interrotti gli studi per necessità economiche, fece il correttore in tipografia. Si trasferì poi a Parigi dove nel 1844 conobbe K.Marx. Partecipò alla rivoluzione del 1848. E' l'autore della celebre affermazione "la proprietà è il furto". In realtà Proudhon voleva che la proprietà fosse accessibile a tutti, quello che non voleva (a ciò si riferisce la frase) era che il profitto illegittimo dall'interesse capitalistico fosse a vantaggio del capitalista. Ideò, per eliminare il profitto capitalistico, il credito gratuito assicurato dalla Banca del Popolo da lui fondata nel 1848, ma che dopo poco fallì. Proudhon elaborò un modello utopico di società in cui la libertà individuale si sarebbe conciliata con l' armonia sociale e polemizzò con tutti gli altri esponenti del socialismo di allora. Marx, al quale rivolse "Il sistema delle contraddizioni economiche, ovvero La filosofia della miseria" (1846) gli rispose con la celebre "Miseria della filosofia".
Bakunin: russo (1814-1876), fu l'ideatore dell'anarchismo collettivistico. Teorico e rivoluzionario, di origine nobile, partecipò ai principali moti rivoluzionari in Europa. Costretto all'esilio, a Parigi, conobbe Proudhon e Marx. Aderì alla I Internazionale (1867) ma nel '72 si scontrò con Marx a proposito della "dittatura del proletariato". L'anno seguente uscì l'opera che sintetizza il suo pensiero politico, "Stato e anarchia", manifesto teorico dell'anarchismo collettivista. Bakunin ha molto in comune col comunismo ottocentesco: l'abolizione delle classi e della proprietà privata, l'uguaglianza dei sessi, l'ateismo, ma egli accentua il soggettivismo della volontà e l'istanza dell'estinzione dello stato.
Sorel: francese (1847-1922), saggista e teorico politico, fu promotore dell'anarcosindacalismo. Fu prima riformista poi rivoluzionario. Partecipò al dibattito sulla "revisione" del marxismo, cercando di evidenziare, contro il troppo determinismo economico, gli elementi etici e ideali del socialismo e l'organizzazione spontanea e preideologica delle classi lavoratrici. Questa impostazione lo portò a difendere posizioni tipicamente tradizionaliste come il nazionalismo e l'antisemitismo e lo avvicinò alla destra dell'"Action francaise" (1910). Non arrivò mai a sconfessare la sua adesione al marxismo, passata attraverso l'anarcosindacalismo. Questo movimento, nato nell'ultimo decennio dell''800, si sviluppò in Francia. Si proponeva di trasformare la società in senso socialista tramite l'attività sindacale diretta senza alcuna mediazione politica. Affermò come strumento di presa di potere da parte del proletariato, lo sciopero generale. L'anarcosindacalismo o sindacalismo rivoluzionario, basato sul mito dello sciopero generale elaborato da Sorel, si diffuse soprattutto in Francia, Italia, Spagna e negli USA.
Stirner: tedesco (1806-1856), fu esponente della sinistra hegeliana. E' stato giudicato precursore da un lato di Nietzsche e dall'altro dell'anarchismo individualistico. Criticò Hegel e l'idealismo perché sottomettono l'uomo alla schiavitù di una Ragione assoluta e criticò i socialisti perché in nome della libertà sottomettono l'uomo allo stato. Anche la religione sottomette l'uomo impedendone la dignità. Nella sua opera più famosa "l'Unico e la sua proprietà" (1845) sostenne che l'unico modo per salvare l'uomo da ogni schiavitù politica, religiosa, culturale, è esaltarlo come valore unico e assoluto. Il singolo uomo, nella sua irripetibile individualità, è il vero Assoluto, ossia l'"Unico". Questo Unico deve appropriarsi, con la propria volontà di potere, di una sola autentica proprietà, se stesso, e conservarla. Il principio morale è l'egoismo inteso come sforzo di affermare se stesso e la propria volontà. Per l'Unico tutto ciò che è fuori di lui è necessariamente oggetto, anche gli altri uomini. Alla rivoluzione bisogna sostituire l'"insurrezione" dei singoli, la cui meta non è una nuova organizzazione sociale, ma un'"associazione" dove ognuno tende ad affermare la propria volontà di potenza.

LIBERTARISMO: orientamento politico-culturale che considera la libertà di pensiero e di azione come il massimo valore della vita individuale, politica, sociale. Tale libertà va difesa da tutto ciò che tende a limitarla. Non coincide con l'anarchismo, pur essendone considerato spesso sinonimo, ne condivide alcuni presupposti fondamentali: la diffidenza verso ogni organismo sociale in cui siano espliciti rapporti di autorità; l'opposizione ad ogni pretesa di coercizione della libertà personale; lo stato avvertito come basato su rapporti di prevaricazione e non di consenso e soprattutto la convinzione che la massima libertà personale conduca a forme di convivenza naturalmente buone. Si nota una concezione semplificata della libertà, intesa in modo autoreferenziale, unicamente come realizzazione di sé, con poco spazio per l'assunzione di responsabilità.

DOLORE: nel cristianesimo il dolore è intimamente connesso al rinnovamento interiore, "produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza" e pertanto è un mezzo di purificazione e di elevazione spirituale. La concezione del dolore è legata alla concezione del male. In tutte le religioni primitive il dualismo fra bene e male è interno alla divinità stessa. Una riflessione successiva ha teso a eliminare questo dualismo separando nettamente il bene dal male, creando il principio del bene contrapposto a quello del male, per es. per Empedocle il bene deriva dal principio di amore, il male dal principio di discordia. Una seconda concezione identifica l'essere con il bene ed il non-essere con il male, cioè il male come non-essere; risale a Platone ed Aristotele. Questa concezione è sostenuta da tutta la tradizione cristiana. Tutto ciò che esiste essendo creato da Dio è buono, il male è privazione di bene. Per Agostino il male fisico attesta la punizione divina per il peccato, il male o peccato è compiuto dal volere umano. Il dolore è connesso alla concezione del peccato (intenzionale trasgressione di un comando divino), del male e della colpa. Il dolore fisico nel cristianesimo fa parte del processo di espiazione (punizione di una colpa e al contempo ristabilimento dell'ordine sacrale infranto dalla colpa stessa), quindi punizione e anche avvenimento salvifico. Se c'è dolore è per colpa dell'uomo peccatore quindi il dolore va sopportato con rassegnazione vergogna e pentimento per salvarsi dal male espiando la colpa. C'è una terza concezione del male visto come oggetto negativo di un desiderio o di una valutazione. Per Socrate il male deriva dall'ignoranza. Questa tesi si ripresenta nella filosofia moderna, parallela ad una soggettivizzazione dei concetti di bene e di male.

BIOETICA: settore della filosofia morale, si occupa dei problemi etici della ricerca e prassi biomedicale. La sua nascita è stata favorita dalla diffusione di nuove tecnologie e dalle possibilità di manipolare la vita umana. Trapianti di organi, fecondazione in vitro, ingegneria genetica ecc. pongono interrogativi inediti sul valore della vita biologica e della corporeità, sull'identità del soggetto umano, sul rapporto fra sessualità e vita, tra natura e persona, sulla liceità della manipolazione delle strutture della vita, sullo stesso concetto di salute. Una questione molto dibattuta oggi è la questione del dolore fisico, che oltre certe soglie minaccia la dignità della persona, per le sue implicazioni col tema dell'eutanasia. Il termine bioetica è recente (1970) ed è ancora in corso di definizione. La posizione del magistero cattolico è vedere la bioetica come mezzo di affermazione, nel contesto scientifico-tecnologico, della perenne "sacralità della vita umana". C'è chi avverte il sorgere della bioetica come nuova sensibilità per la "qualità della vita", in contrasto con la tradizione religiosa e metafisica dell'Occidente. Affermazione quindi dell'autonomia e del benessere dei singoli individui secondo le loro soggettive preferenze. C'è chi ritiene che la bioetica non possa assumere impegni sul senso della vita umana, ma debba fornire un'etica minima di regole condivise di comportamento. Su alcuni valori fondamentali è maturato un certo consenso internazionale: il principio di autonomia (rispetto delle libere scelte del malato); il principio di beneficialità (fare il bene del malato, togliergli o prevenirgli il male); il principio di giustizia (equità sociale e solidarietà nella ripartizione degli oneri terapeutici); il principio di integrità morale (correttezza tecnica della professione sanitaria). La bioetica non ha solo il compito di enunciare principi, ma anche di applicarli nella prassi medica e di suggerire gli opportuni provvedimenti legislativi e politici. 


UTOPIA: dal greco ou e topos, luogo che non esiste; dimensione del non ancora. Il termine fu coniato da T. Moro, è il titolo dell'opera del 1516 che descrive il suo modello di società ideale, imperniato sull'abolizione della proprietà privata e sulla tolleranza religiosa. Come quello descritto da Platone nella "Repubblica", così come poi da F. Bacone nella "Nuova Atlantide" e da T. Campanella nella "Città del Sole", è un modello di struttura sociale senza privilegi, diseguaglianze e ingiustizie. In seguito la tematica dell'utopia si intreccia al marxismo. Marx, da un lato, la accolse nella propria idea di comunismo come "regno della libertà" contrapposto al "regno della necessità", ossia alla società divisa in classi; dall'altro la considerò una velleitaria fuga in avanti, un nascondiglio per la rinuncia a trasformare lo stato di cose esistenti. In questa accezione deteriore parlò dei socialisti "utopisti". E. Bloch (spirito dell'utopia-1918) e K.Mannhein (Ideologia e utopia-1929) contrappongono entrambi l'utopia autentica, per Bloch "sogno a occhi aperti", all'ideologia che addormenta le coscienze; la prima ha la funzione di aprire un varco al futuro, delineando il criterio per orientare la trasformazione del presente, mentre la seconda chiude il presente nel suo essere dato e si limita a giustapporgli l'astratta immagine di un futuro irrealizzabile (utopismo).

UTOPISTI SOCIALISTI E COMUNISTI

SAINT-SIMON: (1760-1825) francese, filosofo e storico di fomazione illuminista. Nel 1814 pubblicò "Della riorganizzazione della società europea" in cui intende la storia come progresso necessario e continuo, scandito da fasi alterne di epoche "organiche" fondate su ideali solidi e limitatamente progressive (per es. l'Antichità e il Medioevo), ed epoche "critiche", caratterizzate da forti innovazioni che mettono in crisi le credenze precedenti (per es. l'avvento del monoteismo, la nascita della scienza moderna). La nuova epoca organica, che non si aprirà su basi violente e rivoluzionarie, essendo inscritta nel naturale progresso delle cose, è delineata da Saint-Simon su queste convinzioni. Nell'opera del tardo periodo "Nuovo Cristianesimo" (1825 postuma) egli riprese, sulla linea di una nuova religione, l'idea centrale della fratellanza e della solidarietà con le classi più deboli e delineò il concetto di un socialismo umanitario in chiave moralistica, concetto alle origini del cosiddetto positivismo sociale, sulla linea proseguita poi da A. Compte e da J.S. Mill.

OWEN: (1771-1858) inglese, industriale e riformatore sociale. Cercò di trasformare il sistema industriale dall'interno, iniziando a migliorare le condizioni di lavoro nel suo cotonificio. Espresse le sue idee filantropiche e riformatrici di stampo socialista nelle opere: "Una nuova concezione della società" (1812) e "Rapporto alla contea di Lanark" (1821). Negli USA fondò la comunità di New Harmony, su principi comunitari, ma l'esperienza fallì. Tornato in patria, per breve tempo, si pose alla testa del movimento sindacale, diffondendovi le proprie idee cooperativistiche. Ostile alla lotta di classe, il suo pensiero venne avvicinato alle forme di socialismo utopistico.

FOURIER: (1772-1837) francese, filosofo ed economista. Nella "Teoria dei quattro movimenti" (1808) e in "Nuovo mondo industriale e societario" (1829) criticò radicalmente il disordine e l'anarchia della società borghese, a cui imputava la deviazione delle passioni umane dal loro libero corso armonico. Passioni naturalmente buone perché dovute a Dio. Egli elaborò un progetto di utopia comunitaria per realizzare pienamente la natura umana. Prospettò il decentramento delle forze produttive, organizzate in comunità (falangi) di non più di 1800 persone, ospitate in apposite costruzioni (falansteri). Gli individui non avrebbero più avuto come base di organizzazione sociale la famiglia, ma sarebbero stati legati da gusti e inclinazioni simili e dal "lavoro attraente", ossia una divisione del lavoro conforme alle capacità e agli interessi di ognuno. Non solo produzione di ricchezza ma felicità pubblica.

BABEUF: (1760-1797) francese, teorico e rivoluzionario. Aveva una visione preindustriale dei problemi sociali, legata alla terra. Propose l'abolizione della proprietà privata, fonte della diseguaglianza fra gli uomini e propugnò una società "comunista" egualitaristica, fondata sulla proprietà comune della terra, la ridistribuzione dei beni prodotti e la democrazia diretta. Con F. Buonarroti organizzò nel 1796 la "Congiura degli uguali" per rovesciare il regime del Direttorio, ma venne arrestato e giustiziato. Oltre al concetto di democrazia diretta, c'è da rilevare che Babeuf segna il passaggio dall'utopia filosofica al programma politico per la prima volta nella storia.