Il 48mo Congresso IAF: un grande evento, pressochè ignorato dai mass media

di Adriano Autino (Tecnologie di Frontiera)


Il quarantottesimo Congresso dell’International Astronautic Federation, svoltosi a Torino dal 6 al 10 ottobre, è stato un evento senza precedenti, almeno in Italia, degnato di scarsissima attenzione da parte dei media, che sono giunti a questo appuntamento assolutamente impreparati, sia dal punto di vista scientifico (a parte i giornalisti specializzati, noti soltanto agli appassionati del genere), sia da un punto di vista culturale o, più specifico, di comunicazione. E di questa impreparazione ci siamo accorti sin dal primo giorno, quando RAI 1 ha ripreso il Presidente Scalfaro a Torino e lo ha intervistato sulla crisi di governo... dicendo che il Presidente si trovava a Torino, ma non che era al Lingotto, ad inaugurare il Congresso di Astronautica! Chi si informa unicamente attraverso i giornali, ed abita a Torino, ha appreso del Congresso la settimana precedente dalla cronaca locale de “LA STAMPA” o da un passabile attacchinaggio di manifesti per la città. Chi non abita a Torino non ha saputo nulla prima, ed ho ragione di ritenere che i più (coloro che non vanno a spulciare gli inserti scientifici dei giornali o alla ricerca del fantomatico “Leonardo” su RAI3) non sappiano nulla neppure oggi.

Eppure al Congresso hanno partecipato migliaia di congressisti ed osservatori, sono state presentate quasi mille relazioni, e gli eventi aperti al pubblico, nell’annesso spazio di esibizione, hanno avuto una eccezionale partecipazione (perlopiù torinese). Segno che il tema della Frontiera Spaziale è di grande interesse, e suscita un grande desiderio di discutere, soprattutto dei grandi indirizzi dello sviluppo umano; e questo appare un sentimento che filtra ovunque, nonostante l’insipienza culturale dei comunicatori di mestiere ed una certa inadeguatezza comunicativa dei soggetti organizzanti. L’unica organizzazione che appare essersi dotata di una parvenza di “filosofia” di comunicazione è certamente la NASA, reduce da una profonda crisi motivazionale dovuta principalmente alla scomparsa dell’antagonista sovietico nella corsa allo spazio. Il duro lavoro intrapreso per costruire un impianto comunicativo in grado di tornare ad attrarre l’attenzione della gente (ed i finanziamenti del Congresso USA) , ed ancor più il concreto successo della automobilina robot a spasso su Marte, hanno fatto figurare la NASA in una, seppur prudente, posizione di leadership mondiale, sicuramente tecnologica, se non politica tout-court.

Ma, se solo la si vuole vedere, la soluzione è talmente semplice. Nei molti eventi plenari -- non possiamo purtroppo testimoniare di tutti i simposi (centinaia) che si sono svolti durante la settimana congressuale -- si è potuto osservare in generale che, quando le relazioni presentavano aspetti puramente scientifici, sia pure in un clima di grande attenzione ed interesse, raramente si sviluppava una discussione animata: dopo un paio di osservazioni o domande da parte di qualche specialista, la presidenza poteva congedare gli intervenuti. Ma se qualcuno ha assistito, l’ultimo giorno, alla sessione plenaria dal titolo “Prospettive del programma spaziale civile mondiale, una futuristica visione del programma spaziale e del suo futuro” non può non aver notato l’atmosfera completamente diversa, di grande partecipazione, che si è venuta a creare, al punto che la presidenza ha dovuto, verso le 18:00, tagliare la discussione e mandare tutti a casa. Certo Thierry Gaudin, di Prospective 2100, ha avuto il pregio di tenere una relazione estremamente chiara ed anche, cosa che non guasta, scandendo un inglese comprensibile (a differenza di molti americani, poco attenti agli interlocutori non di madrelingua inglese).

La relazione di Gaudin ha toccato molti temi sociali, comunicando un’attenzione per l’umanità concreta, vivente, numericamente e conflittualmente consistente, di cui interessano le sorti e lo sviluppo presente e futuro, sempre in bilico tra evoluzione e rivoluzione (ed, aggiungiamo noi, anche involuzione, se dovesse passare e vincere nel mondo il concetto della stasi “sostenibile”). Nel tracciare con semplicità l’esigenza dell’elaborazione di un Programma Mondiale per lo Spazio Gaudin ha finalmente indicato un compito preciso, che aleggiava nell’aria del Congresso: dare una direzione politico-filosofica all’impresa umana nello spazio, che significa anche costruire finalmente una nuova weltanschauung, una visione del mondo un po’ più ampia di quella che ci siamo confezionati con la scoperta dell’America, ormai 500 anni fa. Rispondendo all’obiezione di un congressista inglese, preoccupato per la possibile creazione di una sorta di “super-agenzia”, Gaudin ha parlato del programma come di un documento di lavoro, fatto da ricercatori, senza alcuna pretesa di orientare l’azione delle agenzie spaziali, ma appare subito chiaro che, se un tale documento vedesse effettivamente la luce, ed ancor più se potesse essere presentato e discusso in ambiti un po’ più ampi del congresso annuale dell’IAF, costituirebbe di per sè un fatto di portata storica.

L’epoca presente ha visto crollare molti miti competitivi, che sorreggevano, spesso come effetto secondario, lo sviluppo. Una delle relazioni ricordava come le commesse militari per lo spazio siano in declino costante, e come questo rischia di portare ad un declino delle tecnologie nei prossimi 20 anni, se non subentrano commesse civili e commerciali altrettanto vigorose; anche se, come ha puntualizzato Dan Goldin, della NASA, per la prima volta nella storia, il 1996 ha visto il bilancio commerciale dello spazio superare quello governativo negli USA. Questo eccitante sorpasso si deve però principalmente allo sviluppo del settore dei satelliti per telecomunicazione. Personalmente non la riterrei poi una sciagura così grave, se alle authority militari che stanno giustamente lasciando la scena, subentrasse una sorta di authority civile, moderna, policentrica e democratica. Non credo neppure, come temono i critici del Programma Mondiale per lo Spazio, che questo metterebbe in forse la filosofia del “piu’ piccolo, più veloce e meno caro”, che si sta affermando nella strategia delle agenzie spaziali.

Siamo ad un punto di svolta epocale: ci sono tutti i presupposti perchè l’opzione spaziale diventi una opzione forte, capace di sostenere ed orientare lo sviluppo umano nel secolo prossimo venturo. Come realizzare questo miracolo, di cui l’Umanità ha un estremo bisogno, se non coivolgendo concretamente tutta l’Umanità, a tutti i livelli? L’inizio può ben essere un programma, certo, su cui tutti siano chiamati a prendere posizione. Il passo logicamente successivo dovrà essere quello di creare ambiti di discussione che permettano un confronto più allargato e coinvolgente. Dato l’elevato numero di relazioni presentate al Congresso, dubito fortemente che si sia svolto un adeguato dibattito prepatorio. Allora perchè non pensare ad una frequenza meno stressante (ad esempio ogni due anni) che permetta realmente la preparazione e la discussione, non dico di un documento di tesi, ma almeno di qualche testo di orientamento filosofico-culturale? Arrivare ad un congresso preparati a discutere su testi presentati con sufficiente anticipo, almeno a tutti gli interessati, è un’altra cosa, anche ai fini della comunicazione con i “non addetti ai lavori”.

A. Autino


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