Lavoro e disoccupazione, un problema filosofico

di Adriano Autino - 26 ottobre 1997


L’occupazione, crocevia di percorsi filosofici e sociali

Il terreno dell’occupazione si presenta, in questo ultimo scorcio di secolo, come il crocevia in cui si incontrano, drammaticamente, almeno le seguenti tematiche:

  • le opzioni filosofiche e di indirizzo dello sviluppo sull’arena mondiale
  • la trasformazione dei modi di produzione, nella società tecnologicamente avanzata
  • la trasformazione della composizione sociale nel mondo post-industriale
  • il processo mondiale di globalizzazione dell’economia
  • La stragrande maggioranza delle forze politiche, sociali e sindacali, ma anche degli antropologi, dei sociologi e dei filosofi, si caratterizza oggi per un penoso ritardo, sia nell’analisi sociale che nell’elaborazione di nuove filosofie di sviluppo. Per adempiere a quest’ultimo compito, che mi sembra oggi decisamente prioritario, occorre innanzitutto comprendere come le filosofie precedenti, basate sul paradigma dello sviluppo a risorse infinite, abbiano concluso il loro ciclo, diciamo così, “produttivo”, e questo a partire dalla presa di coscienza dei limiti dello sviluppo. Per tornare a guardare avanti occorrerà quindi rifondare la filosofia, accedendo ad una visione del mondo molto più ampia, rispetto a quella attuale.

    Per quanto possa apparire più ordinato e coerente, per un progettista, seguire lo sviluppo cosiddetto top-down, partendo cioè dalle grandi questioni filosofiche per arrivare poi al dettaglio politico-economico, la realtà dei processi sociali non segue alcuno standard nè metodologia strutturata, e si sviluppa invece, sulla scena planetaria, in modo assolutamente caotico, ineguale e combinato. Non è quindi un esercizio inutile quello di cercare di sceverare, tra le tematiche elencate all’inizio, i nessi ed i rapporti esistenti, nel tentativo di concepire strumenti analitici che permettano una maggior comprensione dei problemi e delle possibili soluzioni

    Non c’è alcun dubbio che il modo di produzione industriale, tayloristico, abbia, nel bene e nel male, creato le basi tecnologiche e sociali indispensabili per qualsiasi ulteriore sviluppo della società civile. Per i tre quarti di questo secolo, effettivamente, la forza lavoro si è concentrata, per il 90%, nelle fabbriche, incarnando perfettamente lo scenario produttivo così acutamente disegnato, e minuziosamente analizzato, da Carlo Marx. Una realtà di gesti ripetitivi e di ruoli tutti perfettamente sostituibili aveva portato ad una massificazione e ad una alienazione individuale capace, se fosse continuata per qualche decennio ancora, di portarci in massa alla completa follia. In queste due considerazioni, cronologicamente inquadrate nel loro contesto storico, sta la valutazione del carattere progressivo e, successivamente, conservatore ed oppressivo, del modo di produzione industriale tayloristico.

    Se l’affermarsi della produzione industriale aveva a suo tempo contribuito a dare dignità agli esseri umani (per un confronto si vedano le morali correnti tuttora vigenti in paesi pre-industriali, dove è considerato perfettamente morale affittare le proprie figlie per qualche dollaro al giorno ad occidentali in trasferta) il progressivo affermarsi del modo di produzione automatizzato ha posto le basi per un altro passo di maturazione sociale, e questo si sta puntualmente verificando. Così come il famoso soldato giapponese che continuava a combattere la sua II guerra mondiale nell’isola sperduta, le forze sindacali e politiche della sinistra continuano ad agire come se l’obiettivo più ambito per un giovane fosse ancora il “posto fisso” in fabbrica, o al più in una grande azienda. Questo mentre, da decenni, giovani e meno giovani, per scelta coraggiosa o per necessità, si sono trovati ad inventarsi mestieri, a mettersi in mare su barchette sempre più piccole, scoprendo con sorpresa che nel mare dell’economia post-industriale, per quanto tempestoso e difficile, si può tuttavia navigare.

    C’e’ in questo sviluppo (che le burocrazie politico-sindacali temono come la peste, perchè capace finalmente di spedirle nel museo di coloro che sono strutturalmente incapaci di aggiornare la loro analisi sociale), un certo avverarsi di quel destino di emancipazione che alcuni grandi rivoluzionari di fede progressista avevano tracciato. Certo, non nel modo ordinato ed egualitario che avevano sperato, ma la storia non si sviluppa mai secondo i desideri, neppure quelli delle menti più grandi e generose. Oggi, probabilmente, la maggioranza delle forze di lavoro non sta più nelle grandi fabbriche (taylorsaurus in via di estinzione) e, mentre sindacalisti, sociologi e politologi si disperano per la sparizione del lavoro ad opera della tecnologia (!), questa maggioranza vive e lavora, utilizzando quella stessa tecnologia che ha reso possibile la sua fuoriuscita dalla fabbrica (i nostalgici del modo di produzione tayloristico preferiscono parlare di espulsione dalla fabbrica). Sono nate, in Italia, 4.000.000 di nuove aziende in 30 anni. Secondo il censimento Istat, nel 1961 esistevano 600.000 imprese su un totale di circa 50 milioni di abitanti; nel 1991 esistevano invece 4.500.000 imprese su un totale di abitanti più o meno uguale. Il rapporto tra imprese e cittadini è passato da 1/100 a 1/10. Ciò significa 4 milioni di nuovi imprenditori. Se si considera che ogni imprenditore ha intorno a sè mediamente da 3 a 5 persone che ne condividono oneri ed onori, abbiamo una ventina di milioni di persone che hanno cambiato stato sociale (non necessariamente stato economico).

    In questo contesto di forte mutazione sociale assistiamo curiosamente al verificarsi ritardato di opzioni che, forse, sarebbero state risolutive venti o trenta anni fa. Mentre appare sempre più difficile definire i confini e la reale consistenza delle classi sociali il mondo politico italiano cerca affannosamente di allinearsi a criteri di bipolarismo; intanto appare sempre più appannata ed obsoleta l’identità ideologica e programmatica di qualsiasi polo. Mentre la realtà del lavoro si è emancipata dalla ripetitività ed intercambiabilità dei ruoli, e la maggioranza delle forze di lavoro non sta più nelle fabbriche, arriva sui tavoli di alcuni governi europei la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore a parità di salario (parola d’ordine portata avanti, già da qualche decennio, dalla minoranza trotzkista del movimento operaio). Nel lavoro odierno intervengono ormai molte componenti creative. Se la misurazione della produttività della catena di montaggio era oggettiva, tutt'altra cosa appare la misurazione della produttività del lavoro intellettuale e creativo. La maggior parte del mondo produttivo e dei servizi lavora ormai per obiettivi e per commesse: si fa quello che si deve per seguire la pianificazione concordata tra cliente e fornitore. Inutile sottolineare che le persone, senza voler con questo negare il contenuto di alienazione tuttora presente nel lavoro (o che in certi casi può essere addirittura aumentato) e senza voler negare la perdurante pericolosità di certi tipi di lavoro (le morti bianche purtroppo continuano, anche se se ne parla meno che negli anni '70), si realizzano di più in questa realtà che in quella precedente, anche se lavorano (ma per se stessi!) molto di più, lo fanno in modo appassionato! Quando una piccola azienda prende un ordine ha una sola preoccupazione: rispettare le date di consegna concordate con il cliente e stare nei costi previsti. Quante ore la settimana lavora un operatore dell'informazione? Chi può sindacare se, per sviluppare un certo argomento, ha impiegato troppo tempo o troppo poco? Se diminuisse il proprio impegno, potrebbe qualcun altro scrivere i suoi pezzi? Non ho dubbi che, nell’epoca del metallo pesante, la riduzione d’orario avrebbe portato ad una maggior occupazione. Esisteva allora una grande forza, compatta e rapidamente orientabile (come gli atomi di un materiale ferromagnetico) ma caratterizzata da enorme inerzia economico-imprenditoriale.

    Oggi questa materia socio-produttiva è fortemente mutata, si è scomposta ed alleggerita, passando dallo stato di solido metallo ad uno stato corpuscolare a granulometria sempre più fine, caratterizzato non più da legami forti e strutturali, ma da legami deboli, di tipo reticolare. Il soggetto sociale che popola questa nuova realtà è un essere umano che ha molto più presente quali sono le sue responsabilità di individuo sulla faccia del pianeta, è molto meno incline ad affidarsi all’iniziativa di altri, ed ha coscienza delle proprie potenzialità imprenditoriali. Anche se una sinistra paternalista e retrograda (nè se ne vedono purtroppo ancora spuntare altre) a tuttoggi vorebbe ricacciarlo e pietrificarlo in un ruolo di eterno dipendente, questo soggetto si è liberato, almeno in parte, delle proprie catene, ed è più maturo ed emancipato, socialmente, di quello che trent’anni fa iniziava con il ‘68 un cammino di ribellione senza ancora sapere dove sarebbe approdato. Certo, questo soggetto ha le maggiori difficoltà a riconoscersi come classe che si siano mai precedentemente verificate. Certo, le nuove aziende sono individualmente molto più deboli da un punto di vista politico (rispetto alle loro mamme dell’epoca precedente), però sono pronte a muoversi, ed i mezzi di comunicazione non mancano, se volessero muoversi in modo minimamente concertato. Verso dove?

    Fra rinuncia “sostenibile” e sviluppo

    Se continua ad esistere, ed appare in crescita, un fenomeno europeo della disoccupazione (ma, in un contesto di emancipazione, direi meglio di inattività intellettuale, culturale e produttiva), non è per responsabilità delle nuove tecnologie che avrebbero espulso i lavoratori dalle fabbriche, ma per grave carenza di elaborazione filosofica in materia dei grandi indirizzi di sviluppo.

    Il progressivo saturarsi degli spazi di sviluppo sul nostro pianeta agisce culturalmente già da qualche decennio, a livello di grande opinione pubblica, perlomeno dalla tragedia di Chernobyl. La presa di coscienza dei limiti dello sviluppo, nei ristretti limiti del mondo così come oggi lo concepiamo, porta ad una serie di rimozioni culturali del problema e di comportamenti de-evolutivi:

  • il pianto in memoria della natura “uccisa dal progresso tecnologico” proprio di vari ecologismi, o "ecozismi", come qualcuno comincia più propriamente a definirli;
  • il pianto per l’improvvisa sparizione del lavoro ed addirittura dell’economia (Vivianne Forrester "L'orrore economico");
  • la teorizzazione del primato dell’industria dell’enterteinament, probabilmente giudicata la più “sostenibile”, visto che tende a farci rimanere in casa;
  • le diverse opzioni di suicidio genetico che si fanno purtroppo strada;
  • l’accresciuto gradimento dei rapporti virtuali, sempre più mercificati o, comunque, non procreativi;
  • e, ultimo orribile fenomeno, l’incredibile incremento della pedofilia.
  • L’umanità sembra voltarsi indietro smarrita, per aver percorso in poco tempo così tanta strada, quasi come se fosse stato preferibile andare più lentamente, e godersi per almeno un secolo la spensieratezza del sogno americano del dopoguerra: Cadillac dalle grandi code, benzina a poche lire al litro e grandi illusioni sulla illimitatezza delle risorse.

    In un contesto filosofico-culturale quale quello oggi dominante, che sostanzialmente accetta i limiti del nostro mondo attuale come invalicabili, e rifiuta quindi di andare oltre tali limiti, tutti i fenomeni sociali, a partire da quello della disoccupazione, vengono vissuti come problema angosciosamente insolubile. In questa filosofia della rinuncia si opta quindi per soluzioni assistenziali, di ripiego, come se il mondo fosse un grande ospizio per anziani, dove alla gente non resta che attendere la morte, sognando una natura non più contaminata, foreste e valli dove si sente il vento ed il canto degli uccelli... finalmente liberi da quel fastidioso chiasso dei bambini. Nel contempo ci si continua ad esercitare in una litanica invocazione del lavoro e dell’impresa.

    In questo contesto non stupisce vedere come negli USA (notoriamente e per definizione all’avanguardia) la palma del maggior gradimento vada all’entertainement: in un ospizio cosa rimane da fare se non guardare la TV o, al massimo, giocare con l’internet o con la realtà virtuale? E se fenomeni naturali come il freddo, la siccità, i terremoti, e magari l’AIDS, si portano via anzitempo molti gentili ospiti, che importa? Se si accettano i limiti naturali del nostro mondo non si potrà non accettare anche la Natura come suprema dispensatrice di vita e di morte, di sviluppo e di estinzione: è scritto nelle clausole in piccolo del contratto, quelle che nessuno legge se non quando è ormai troppo tardi. Su questa strada non si può che andare, nella migliore delle ipotesi, verso una lenta obsolescenza e progressivo decadimento della nostra cultura. Ma già si sentono inquietanti scricchiolii strutturali, e colpi sordi scuotono lo scafo della nostra nave cosmica. In una prospettiva di declino culturale, chi potrà seriamente curarsi della necessaria, costosa, manutenzione?

    Nelle nostre condizioni attuali, cullarsi nell’illusione di un nuovo mondo virtuale è secondo, per pericolosità, solamente all’illusione che la Natura possa riparare ai nostri errori al posto nostro, e nel nostro interesse.

    Un nuovo orizzonte di sviluppo

    Ben altro effetto si avrebbe, invece, se si cominciasse a pensare ed a muoversi finalmente in direzione delle frontiere del nostro mondo. Se questo movimento inizierà, e per quanto mi riguarda farò tutto ciò che posso per aiutarne l'avvio, si verificherà una rivitalizzazione dell’economia di proporzioni enormi e senza precedenti. Ci si renderà conto, allora, di quanto sia stato stupida la cultura assistenziale, praticamente come rifiutarsi di respirare.

    Intendiamoci: l’uomo si volge comunque alle frontiere, non è in discussione il se, bensì il come, con quali risorse, con quali aiuti e con che risultati. Non dubito che vi saranno, prima o poi, tanti spiriti liberi che rifiuteranno la prospettiva di una più o meno dolce eutanasia e preferiranno rischiare la loro vita per dare vita a nuovi spazi di sviluppo. Il punto è un altro. L’andare oltre i limiti non è mai stato difficile ed impegnativo come nell’epoca attuale, poichè richiede il massimo della nostra cultura tecnologica. Quei pochi o tanti generosi avranno molte , forse troppe possibilità di fallire, se non agiranno, questa volta, insieme al resto dell’umanità, in uno sforzo unitario ed integrato.

    Vi è un bisogno disperato, ormai, di intavolare una grande discussione sugli indirizzi globali di sviluppo. L'orizzonte geo-politico di tale discussione non può che essere planetario, l'orizzonte temporale può coprire il prossimo secolo. La discussione dovrebbe riguardare innanzitutto le priorità della ricerca scientifica e tecnologica. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di indicare chiaramente una direzione preferenziale in cui convogliare sforzi ed investimenti. E' angoscioso infatti pensare a quante risorse finanziarie vengono ancora bloccate su attività puramente speculative:il fenomeno dei "pochi potenti che non avrebbero più bisogno del lavoro degli altri" di cui parla Vivianne Forrester esiste, movimenta quotidianamente migliaia di milioni di dollari, o meglio, li distoglie da obiettivi di sviluppo. Per non parlare dell'economia delle diverse mafie planetarie. Ma ho fiducia che, se solo verranno indicati con sufficiente risonanza gli obiettivi giusti, nascerà e si svilupperà rapidamente un'altra economia, basata su coraggiose iniziative nuove, di imprese finanziate mediante l'azionariato popolare. Questa nuova economia saprà canalizzare risorse importanti verso lo sviluppo, e mettere a frutto l'unico vero capitale, abbondante e rinnovabile che abbiamo: le risorse umane. Ma bisogna agire presto, prima che qualcuno decida, sulle nostre teste, che questo capitale umano deve essere in parte distrutto, così come succede periodicamente ai capitali monetari in borsa.

    Vi è dunque tanto lavoro da fare, che per ora ci rifiutamo di vedere, mentre opzioni contrastanti si contrappongono nella società. Parlando dell’”uomo nuovo”, in “Letteratura e Rivoluzione”, Lev Trotzky scrisse “Il tipo umano medio si eleverà al livello di Aristotele, Goethe, Marx. Su questo crinale si eleveranno nuove cime.” E, in altri passi dello stesso testo, dialogando con i futuristi, fa cenno al futuro svilupparsi di tendenze politiche popolari su opzioni di progettazione architettonica, piuttosto che sulla rimodellazione del mondo, più funzionale ai bisogni ed all’evoluzione dell’umanità. Tutto ciò non si sta certo realizzando nel quadro della rivoluzione socialista mondiale che Trotzky auspicava, però si sta verificando, in modi diversi e meno evidenti. La scolarizzazione di massa ha veramente creato una base culturale più elevata e più larga, e c’e’ davvero l’esigenza di dividersi, di dar vita ad una dialettica tra opzioni che non siano quelle trite ed obsolete di forze politiche che si muovono ormai nel vuoto, prive di retroterra sociali e culturali, bensì le opzioni delle grandi scelte che ci stanno di fronte:

  • la continuazione dello sviluppo umano oltre i limiti, da una parte;
  • l’accettazione dei limiti, della chiusura su se stessa e della morte della nostra cultura, dall’altra.
  • Nessun dubbio che, in un contesto di economia mondiale globalizzata, il problema dello sviluppo si pone ormai nella dimensione planetaria. Il fallimento rovinoso di tanti tentativi utopistici basati sull’illusione che la forma di governo fosse essenziale per lo sviluppo della democrazia ci ha insegnato che, probabilmente, occorre fare molta più attenzione alle persone, alle loro attitudini morali ed all’amore che dimostrano o non dimostrano (nei fatti) per l’umanità. Nel nostro definirci laicamente neo-umanisti (e questa è una proposta di definizione che faccio, per ora, a forse una decina di persone con le quali sto discutendo, ma ovviamente c'è posto per tutti!) non c’è, allo stato attuale, altra motivazione se non la forte, determinata, volontà di far prevalere l’opzione dello sviluppo umano contro la rinuncia allo sviluppo, l’amore contro la chiusura egoistica e suicida, la vita, contro la morte. In questo c'e' anche, da parte mia, il desiderio di accogliere l'insegnamento concreto di grandi ed umili figure contemporanee, quali Madre Teresa di Calcutta, per esempio, che ha continuato a prodigarsi ed a fare il bene affinchè anche l'ultimo, apparentemente più insignificante, respiro umano potesse continuare: quel respiro potrebbe avere in serbo una parola determinante per il nostro futuro, ed il prossimo Galileo Galilei potrebbe nascere tra i ninhos de rua brasiliani o in una bidonville keniota. Personalmente ritengo molto importante, in un'ottica di molto maggior investimento sulle risorse umane, che il grande mondo del Volontariato accetti contaminazioni dal mondo della Ricerca Scientifica, e che il mondo della Ricerca Scientifica accetti di confrontarsi e collaborare con il Volontariato.

    Se l’opzione dello sviluppo riuscirà a prendere la direzione politica effettiva (e questo appare tutt’altro che facile e scontato, sia per la forza delle opzioni contrarie, sia per l’egoismo arraffone e l’assoluta mancanza di ideali di tanta burocrazia che infesta i governi della politica, dell’economia e persino della ricerca) vi sarà una rivitalizzazione di tutte le attività umane, a tutti i livelli. Finalizzate ad obiettivi di sviluppo sulle frontiere del nostro mondo, le nostre attività necessiteranno di tutte le intelligenze disponibili nel mondo, 6 miliardi di persone, e probabilmente non saranno neppure sufficienti. La creatività avrà un nuovo formidabile impulso, ed il collegamento in rete di comunicazione mondiale di tanti nuovi vettori di ricerca porterà a scoprire soluzioni prima impensabili, ed acquisteranno nuova importanza settori quali:

  • l’agricoltura in condizioni estreme,
  • il presidio delle fascie di confine con il deserto, la progressiva bonifica e sviluppo di nuovo terreno fertile,
  • lo studio, la comprensione e la riproduzione della vita e degli ecosistemi, la sfida più difficile, da cui dipenderà in ultima analisi la nostra sopravvivenza,
  • la valorizzazione di regioni a forte insolazione come produttrici di energia,
  • il miglior utilizzo delle risorse idriche e la manutenzione idrogeologica del territorio,
  • lo sviluppo di abitazioni, città, attività di ricerca e produttive sulla superficie del mare e sui fondali marini,
  • l'uso della tecnologia spaziale e delle facilities orbitali uscirà dalle agenzie spaziali per servire a tanti piccoli e medi progetti industriali e commerciali.
  • A tutto questo saranno funzionali le tecnologie satellitari. E tutto questo sarà finalizzato e coerente ad un grande progetto di colonizzazione del Sistema Solare, da svilupparsi nel prossimo secolo. Le nuove aziende, pronte a muoversi, sapranno allora dove andare, ed anche i giovani (il nostro futuro) troveranno occasioni innumerevoli per fare esperienza ed apprendistato. Il problema della disoccupazione, allora, sarà solo un lontano ricordo.


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