Oltre i limiti dello sviluppo
riflessioni in margine al convegno “Le vie dello sviluppo sostenibile” 10 Nobel per il futuro
MILANO 6 giugno 1996 - di Adriano Autino
 
Quanto distano le sbarre della gabbia?

“...Il punto di stabilita’ demografico e’ previsto quando la popolazione mondiale sara’ doppia rispetto all’attuale. Il pianeta, con l’aiuto della ricerca scientifica, puo’ sostenere tale situazione...”. Il messaggio iniziale di Umberto Colombo tende a rassicurare: l’uomo non sta ancora spingendo sui limiti planetari e, soprattutto, la Ricerca, purche’ la si lasci lavorare, puo’ risolvere i problemi in tempo utile. La relazione di Carlo Rubbia si sviluppa a partire da tali premesse, per puntare decisamente sul tema dell’energia: criticato il carbone (per le alte emissioni di anidride carbonica e solforosa), criticate le fonti rinnovabili (per le enormi distese di territorio richieste per essere applicate su vasta scala), rimandata di 50 anni la fusione nucleare, l’unica scelta che puo’ fornire energia a basso costo ai Paesi in Via di Sviluppo (altrimenti useranno il carbone, con aggravamento dell’effetto serra), appare l’amplificatore di energia basato sull’acceleratore di particelle, soluzione alla quale il Prof. Rubbia sta lavorando con il suo gruppo al CERN. Secondo Jean-Marie Lehn (Cattedra di Chimica delle interazioni molecolari al College de France, Parigi) l’impatto della popolazione sull’ambiente non e’ ancora funzione della quantita’, ma dei comportamenti: sarebbe quindi sufficiente modificare i comportamenti per rientrare in una prospettiva di sviluppo sostenibile. L’intervento del Prof. Lehn e’ stato peraltro molto bello per i numerosi spunti di riflessione di filosofia della scienza, culminati nel seguente: “Il pensiero cosciente e’ il punto piu’ alto di sviluppo della vita, quindi, parlando di rispetto per la vita e per la natura, e’ il pensiero umano ad essere degno del maggior rispetto”. Lehn suggerisce tuttavia (in linea con gli interventi precedenti) una visione che nega l’esistenza di una situazione di emergenza o il veloce approssimarsi di un punto di crisi. Chi scuote l’assemblea e’ invece Lester Brown che porta dati impressionanti sul calo, da cinque anni a questa parte, della produzione mondiale di grano, sul calo delle risorse ittiche e dell’acqua disponibile nel mondo. Tutto questo a fronte di una popolazione che cresce di 90 milioni di unita’ all’anno. Secondo Brown l’umanita’ sta gia’ premendo sui limiti delle risorse di questo pianeta, grazie a quella che egli definisce “Accelerazione della storia”: dal 1950 ad oggi la popolazione umana mondiale e’ raddoppiata, e’ quindi cresciuta di piu’ che nei 4 milioni di anni precedenti (Brown considera evidentemente anche le specie erette precedenti l’homo sapiens), e cosi’ l’economia, cresciuta nel solo decennio 1985-1995 di 4 milioni di miliardi di dollari, di piu’ che dall’inizio della civilta’ al 1950. Lester Brown, e non c’era tutto sommato da aspettarsi altro, visto che persino coloro che sembrano parlare maggiormente in nome dell’umanita’ (ed in particolare di quella parte che non si e’ ancora sviluppata) accettano pero’ il limite allo sviluppo, conclude che e’ altamente auspicabile la stabilizzazione -- oggi -- della popolazione mondiale. Che sia giusta la prima analisi -- siamo ancora distanti dai limiti -- oppure la seconda -- stiamo gia’ premendo sulle sbarre della gabbia -- cio’ che colpisce e’ soprattutto la generale accettazione dei limiti. Nessuno ha espresso l’unico concetto capace di imprimere realmente una svolta forte all’indirizzo generale: “L’umanita’ non puo’ accettare alcun limite al proprio sviluppo, se non vuole restare una specie a sviluppo coatto, soggetta ai cicli naturali di questo pianeta, e quindi destinata all’estinzione”. Se un simile pensiero alberga nella testa di qualcuno dei partecipanti al convegno, questi si guarda bene dal palesarlo. Eppure, in mancanza di un simile assunto, si finisce con l’esercitarsi in mere esortazioni morali o palliativi.

L’equazione della sostenibilita’ e quella dello sviluppo

Che il numero delle persone esistenti ed il trend di crescita numerica abbiano un posto di prim’ordine nell’equazione della sostenibilita’ (ammesso che qualcuno riesca a scrivere tale equazione) mi pare accettato da tutti, al di la’ delle differenti valutazioni sui margini ancora esistenti o non esistenti (ad esempio David Pimental, gia’ nel 94, sosteneva che il pianeta, nel 2100, potra’ sostenere bene una popolazione non superiore ai 2 miliardi di persone). Il numero delle persone esistenti pero’, e lo stesso Lester Brown sembra riconoscerlo implicitamente quando parla di accellerazione della storia, ha una parte rilevante anche nell’equazione dello sviluppo culturale (cioe’ tecnologico e civile) della specie umana nel corso dell’ultimo secolo. L’economia in crescita, i mercati in crescita, stimolano le idee per nuove imprese, nuove ricerche, nuovi obiettivi. In una popolazione maggiore come numero si sviluppa un maggior numero di idee innovatrici. In breve l’umanita’ arriva a possedere un’enorme ricchezza culturale ed un patrimonio immenso: sei miliardi di intelligenze. Nessuno riesce pero’ a vedere l’eccezionalita’, ne’ la probabile irripetibilita’, di questa grande ricchezza, nessuno fa caso alla grande criticita’ ed unicita’ di questa epoca storica, in cui l’umanita’ e’ confrontata con la prima grande sfida di portata mondiale, ed ha, per la prima volta nella sua storia, i mezzi per affrontarla. Questa ricchezza viene, anzi, vista come un problema fastidioso, al quale bisogna provvedere, in qualche modo, per poter continuare a lavorare. Che la pensino cosi’ i campioni della natura, quelli che antepongono la salvaguardia del pianeta a quella della specie umana, tutto sommato non stupisce. Cio’ che invece colpisce e’ che la pensino cosi’ anche coloro che parlano in nome dell’umanita’, non essendo capaci di farsi iniziatori di un nuovo umanesimo, ed anche, sospetto, non avendo l’umilta’ di riconoscere che abbiamo grande bisogno di aiuto, che serve l’aiuto di tutti (6 miliardi di persone) se vogliamo sperare di vincere la sfida. Per ottenere l’aiuto di tutti bisogna, per cominciare, evitare di negare il diritto al futuro ai piu’. Questa consapevolezza deve pure aleggiare, cosciente o no, anche nel background di chi con tanta leggerezza postula la stabilizzazione demografica, e che, dall’alto della sua cattedra, pontifica: “Questo qui e’ un pianeta che non ha ancora raggiunto la stabilita’ demografica...” Viene subito da chiedergli quanti pianeti con specie senzienti ha potuto esaminare e che, per gentilezza, faccia partecipi anche noi dei suoi dati statistici. La stabilizzazione demografica e’, inoltre, un obiettivo irraggiungibile. Nell’equazione demografica entrano tutta una serie di fattori sui quali ne’ il WWF ne’ l’ONU possono agire per decreto: fattori come la speranza nel futuro, la fiducia di poter costruire un mondo migliore, il desiderio di veder continuare la propria stirpe. Quando alla speranza si sostituisce la disperazione (unica ricetta antidemografica che sembra funzionare nei paesi piu’ evoluti) non si ha la stabilizzazione demografica: si ha il regresso, con tutte le deprimenti conseguenze che ognuno puo’ immaginare: cosa ce ne faremmo della sostenibilita’ e di una natura incontaminata in un mondo senza bambini? La sostenibilita’ dello sviluppo, inoltre, non e’ misurabile, quindi chi potrebbe stabilire quando fossimo rientrati nei limiti? Sarebbe invece piu’ che probabile che un’umanita’ numericamente ridimensionata, e presto tecnologicamente, scientificamente e culturalmente ridimensionata, tornasse a filiere energetiche piu’ primitive, con conseguente aggravamento dei problemi ecologici. In natura non esistono specie stabilizzate demograficamente: esistono solamente specie in sviluppo e specie estinte, secondo ritmi di avvicendamento che non sono certo disegnati a nostro uso e consumo. E’ chiaro che una specie senziente e tecnologica ha la possibilita’ di prendere in mano il proprio destino, evitando la propria estinzione oppure accelerandola. La sfida cui e’ confrontato il genere umano e’ di proporzioni enormi, e non ha precedenti nella nostra storia: sara’ la specie umana quella specie che riuscira’ a passare il limite dell’estinzione posto dall’orologio biologico della natura di questo pianeta? O dovremo lasciare il campo a qualche specie di taglia piu’ piccola (roditori, insetti, ecc...)?

Non si puo’ che andare avanti

Ha ragione Lester Brown, quando sottolinea l’estrema specificita’ di questo periodo e dei problemi di enorme portata, per risolvere i quali l’uomo non ha precedenti esperienze da poter utilizzare come training. Ed hanno ragione Rubbia e Lehn quando dicono che solo la ricerca scientifica e tecnologica possono portarci fuori dalla crisi. La strada, ma nessuno dei NOBEL presenti a Milano sembra sinora averlo intuito, e’ quella di prendere intanto coscienza dell’eccezionalita’ del periodo storico che stiamo vivendo, rifiutando tutte le strade che portano all’eutanasia della specie, piu’ o meno allettanti che possano essere. Enormi risorse sono a tuttoggi bloccate da un ecquivoco culturale e filosofico di portata gigantesca. Lester Brown diceva, tra l’altro: “Cosi’ come il periodo storico precedente e’ stato caratterizzato dal conflitto ideologico, il periodo a venire sara’ caratterizzato dal conflitto alimentare”. Sorgono spontanee alcune riflessioni immediate: se alcuni secoli di conflitto ideologico tra liberalismo e collettivismo (teorie che postulavano uno sviluppo basato sull’illilimitatezza delle risorse) non ci hanno preparato a questa congiuntura, a che cosa sarebbero serviti? Coscienti che l’unica vera ricchezza e’ la nostra potenzialita’ di lavoro (per questo l’umanita’ non e’ mai stata cosi’ ricca come nel periodo attuale), credo invece che occorra cercare anche nelle ragioni e negli ideali di quel conflitto gli elementi positivi che ci possono aiutare ad affrontare un’epoca in cui ci sara’ scarsita’ di risorse: useremo ancora il metodo della chiusura egoistica, dello scannarci a vicenda, questa volta senza neppure piu’ una pretesa nobilta’ di ideali? Credo che ci converra’ condividere le risorse, con molta piu’ attenzione all’equita’, se e’ vero che iniziano a scarseggiare (utilizzando principi e motivazioni collettivistiche, religiose o laiche che siano) e sollecitare l’iniziativa e la creativita’ di tutti (utilizzando concetti propri del pensiero liberale) per arrivare ad accedere ad una nuova abbondanza di risorse, per riuscire a scorgere nuovi orizzonti, unico fattore in grado di riaccendere la speranza, e quindi lo sviluppo. Noi del mondo industrializzato abbiamo una grande responsabilita’, e’ stato detto con ragione sia da Carlo Rubbia che da Jean-Marie Lehn: aiutare il restante 80% della popolazione mondiale a svilupparsi. Dobbiamo, aggiungo io, farlo con grande umilta’, portando loro cio’ che sappiamo ma chiedendo il loro aiuto prezioso, promuovendo una cultura di ricerca analitica e sperimentazione, per lavorare sulle frontiere del nostro mondo con l’obiettivo di andare, con intelligenza, oltre le sbarre della gabbia. I problemi da porci con urgenza, se riusciremo a guardare le cose da questo punto di vista di molta maggiore lucidita’, non sono solo quelli, pure vitali, dell’energia. Presto o tardi, se vorremo continuare a svilupparci, dovremo costruirci del nuovo mondo abitabile, quindi credo che una buona priorita’ sia da dare allo studio degli ecosistemi naturali con l’intento di saperli riprodurre in piccolo, in zone (sia planetarie che extraplanetarie) dove prima la vita non c’era. La lotta contro i deserti mi sembra quasi piu’ importante che salvare la foresta amazonica, la creazione di piantagioni e frutteti in zone prima aride puo’ permetterci di ottenere un quintuplo obiettivo: incrementare la produzione alimentare, creare spazio civile, creare polmoni verdi, dar lavoro a milioni di persone ed accrescere il loro livello culturale. Serve quindi una nuova rivoluzione neolitica, che ci porti a popolare e rendere fertili zone che sino ad oggi non lo sono mai state, ed a costruire un habitat piu’ sicuro per lo sviluppo umano, cosa che questo pianeta, a ben vedere, non e’ mai stato. Nella speranza che l’universo sia davvero infinito.

A.A.

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