L’internet, il poeta e l’astronauta

di Adriano Autino

Nei primi mesi del nuovo millennio abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno chiamato "New Economy". Come Dale M. Gray osserva acutamente nel suo articolo "I Paradossi", la International Space Station viene assemblata in orbita nel bel mezzo della corsa all’oro delle telecomunicazioni e dell’esplosione della frontiera dell’Internet. Capitali enormi si sono messi in movimento in tutto il pianeta, intorno al commercio in rete ed alle imprese che forniscono servizi in rete. Con gli accordi recentemente stipulati tra aziende private sul riutilizzo della MIR assistiamo nel contempo ai primi vagiti di un’astronautica commerciale, prospettiva che auspichiamo fortemente, essendo l’unica che può aprire realmente la frontiera alta agli investitori privati, quindi alla società.

Una situazione molto fluida quindi, che sembra smentire l’analisi di quanti, nella space community, hanno osservato nervosamente l’esplosione della frontiera dell’internet, come se questa avesse in qualche modo usurpato le opportunità di partenza della frontiera spaziale. Come più volte ho osservato in precedenti interventi, i fattori chiave per una vera ripresa dello sviluppo sono: (i) l’apertura del sistema, (ii) la messa in movimento di capitali, (iii) la creazione di nuova economia, (iv) la crescita di nuovi mercati. Se parte un simile ciclo virtuoso (e tutto lo lascerebbe pensare) sono date le condizioni per la riuscita di progetti molto più ambiziosi, compresa la soluzione del problema dei problemi: il superamento del pozzo gravitazionale terrestre. Aggiungo che, in mancanza di quest’ultima soluzione, anche la internet economy si rivelerà infine insufficiente per rilanciare un vero sviluppo a lungo termine.

Sembra avviata, anche, una discussione tutt’altro che oziosa tra critici e sostenitori della tecnica, come strumento più o meno indispensabile di sviluppo dell’umanità. Galimberti, ad esempio, su RAI 3, tira in ballo il concetto kantiano dell’uomo come fine, e si chiede se sia il caso di aggiornarlo, spostando l’aria e l’acqua dalla categoria dei mezzi a quella dei fini. Se si vuole con questo intendere che l’aria e l’acqua sono entrambe componenti essenziali anche del corpo umano, e che dalla loro purezza dipende anche la nostra sopravvivenza, posso discuterne. In un certo senso, però, perfino il nostro corpo puo’ essere annoverato tra i mezzi, intimo ed emozionale, finchè vogliamo, ma pur sempre mezzo del nostro vivere e progredire come creature d’acqua raziocinanti. L’acqua è intima ed emozionale, come sostengo in un mio modesto commento all’affascinante articolo di Adelia Bertetto su Schauberger. Ma come pensare di risolvere i problemi di sei miliardi di corpi umani, e del prezioso alimento liquido che condividono intimamente e che ne sostiene la vita, con meno tecnica? Questa è follìa. Incolpare la tecnica dei mali del mondo moderno ed auspicarne la diminuzione a causa della sua scarsa prevedibilità, inoltre, nasconde un difetto di fondo del pensiero anti-tecnologico. Costoro immaginano che l’umanità stia seduta su un’isola di stabilità, prevedibilità e sicurezza, dalla quale ci sia il tempo di decidere se muoversi ed in che direzione. La realtà è naturalmente (prego di notare che non utilizzo mai questo avverbio se non a ragione molto veduta) l’opposto. La realtà è mutazione continua, noi siamo seduti su un granello di sabbia che rotea nel cosmo, ed anche se crediamo di stare fermi il nostro futuro è completamente imprevedibile. Un futuro non tecnologico è persino meno prevedibile di uno tecnologico, o forse tristemente prevedibile, come scenario di nuova barbarie e ritorno a modelli sociali autoritari di gestione di risorse scarse. Una chance di maggior sicurezza per l’umanità sta invece proprio nell’aprire il sistema mondo, iniziare ad abitare anche fuori da questo granello, imparare a navigare nel cosmo. In questo scenario, che ritengo fortemente umanistico, l’unico approccio etico (forse ancora riferibile all’etica kantiana dell’uomo e della sua evoluzione come fine ultimo e categorico) è quello di perseguire l’affidabilità e la sicurezza di tutti i sistemi cui affidiamo noi stessi e la nostra acqua. Questo implica un miglior padroneggiamento, un livello superiore di gestione della tecnica e dei suoi strumenti, e la creazione di strumenti sempre più umanizzanti, per l’utilizzo e la progettazione dei sistemi.

Anche rispetto all’agire per uno scopo, paragonato al lavoro senza scopo apparente dell’epoca industriale appena terminata, gli scopi di cui sopra reggono tranquillamente qualsiasi confronto. La nuova società elettronica ha contenuti ideologici infinitamente superiori. Nel lavoro intellettuale dilagante ognuno riflette molto più che in passato sul significato di quanto sta producendo, anche se l’operaio-massa industrialista appariva molto più ideologizzato, nella sua lotta contro lo sfruttamento. Lo scopo ultimo della comunicazione globale non puo’ che essere quello, imperativo, di concepire metodologie e tecnologie per valicare le nostre frontiere, e continuare la crescita dell’umanità. Scacco ai detrattori della tecnica, dunque? Non credo: questa discussione è destinata a continuare ed, anche se ne faremmo volentieri a meno, essa può essere dialetticamente fertile, purchè i critici non siano intenzionati a distruggere, ma a far valere, magari, la poesia dell’acqua sussurrante o impetuosa, accanto alla poesia dell’interazione genetica delle molecole d’acqua nei nostri esseri corporei (bolle d’acqua, tremolanti nello spazio cosmico).

E, sullo scopo della tecnica e delle tecniche, ritengo necessario riflettere a fondo. Sono infatti rimasto di sasso quando un amico, che costruisce per hobby amplificatori stereofonici ad altissima fedeltà, mi ha fatto toccare con… orecchio la qualità superiore del suono valvolare, confrontato a quello transistorizzato ed integrato. Ancora più sconvolgente il paragone tra il suono analogico del disco in vinile ed il più pulito, ma infinitamente meno dinamico, suono digitalizzato del compact disc. Innegabile che l’avvento dei chip integrati e dei dischi ottici abbia allungato la vita delle nostre memorie musicali, ma un tubo RCA del 1940 ed un disco in vinile danno la sensazione di avere di fronte l’orchestra, il CD non altrettanto. Chiarezza di requisiti, dunque, e di obiettivi. Il nostro concetto di tecnologie di frontiera non si deve intendere come un parossistico spingersi avanti sulla strada di tecnologie fini a se stesse. A noi interessano le tecnologie che permettono di valicare le frontiere. A volte, come nel caso della qualità del suono, bisogna, anche noi più inclini a guardare al futuro, essere capaci di guardare indietro, per non perdere strumenti e metodologie preziose. Non dimentichiamo che più di trent’anni fa alcuni uomini hanno calpestato il suolo lunare, con tecnologie certo più costose ed arretrate di quelle odierne, ma sono tuttavia tornati sani e salvi. Diverso certamente lo spirito ed i requisiti con i quali la civiltà occidentale industrialista di trent’anni fa, in piena guerra fredda, si avvicinava alla Luna, ma vale certo ancora la pena di ricordare il coraggio e la generosità di quegli uomini, e di chiederci se non abbiamo sprecato, sinora, tale dono.

Siamo stati anche criticati, noi del Vettore TDF, perché saremmo lenti nel procedere (e qui mi piace paragonarci alla forza calma di un grande fiume, rispetto a precipitosi torrentelli di montagna J ), e non maciniamo progetti a decine, né ci precipitiamo ad unire le forze con altre componenti del movimento astronautico. Ebbene, anche se siamo consapevoli dell’urgenza del nostro lavoro, innanzitutto ci piace pensare bene a ciò che facciamo. Il nostro lavoro ha necessariamente il ritmo lento di chi aggiunge, con costanza, un mattoncino all’edificio solo quando è certo di non provocarne il crollo. Diamo molta importanza al lavoro di elaborazione filosofica e politica, che ci pare molto carente in tutti gli ambienti, dove si bada in genere molto più al fare che allo scopo ed ai requisiti, correndo e facendo correre ad altri grandi rischi. In questo senso proviamo a colmare un vuoto enorme, che esiste in Italia ed anche in altri Paesi, o forse dovrei dire nel mondo.

Abbiamo tuttavia avviato alcuni progetti di ricerca: si veda ad esempio il progetto Affidabilità e Sicurezza dei Sistemi e del Software, di cui pubblichiamo il 3° capitolo. E ci stiamo ponendo, su suggerimento del nostro Direttore Scientifico, il Dr. Marco C. Bernasconi, il seguente problema: disegnare un programma di passi abbordabili, sulla strada dell’Astronautica Mercantile, nello spazio Geo-Lunare. Fatto ciò, vorremmo provare a cimentarci con l’analisi di fattibilità del primo passo. I passi, specialmente i primi, dovrebbero essere economicamente abbordabili, con un programma di investimenti privati, ovviamente non disdegnando aiuti governativi. Accettiamo volentieri idee: i nostri forum sono aperti, ed i vostri suggerimenti saranno discussi nel corso di un prossimo seminario che stiamo preparando. Ritengo la formulazione di simili progetti di vitale importanza, in questa fase, come dicevo, di economia in movimento. Vale tutto: anche approcci modesti, purchè concretamente orientati sul vettore che porta alle stelle.

AA - TDF 2/2000 - 30/04/2000

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