Guerra e Spazio

di Adriano Autino


L'India ha dato il fischio (anzi, il botto) d'inizio, con le sue cinque esplosioni nucleari sotterranee. In seguito abbiamo assistito ad un crescendo di riaccensione di focolai di guerra e manifestazioni di bellicosita'. I cinque (o piu') botti nucleari di risposta del Pakistan (che ci rivelano come India e Pakistan siano ad un passo dalla guerra), la riesplosione della follia etnica nel Kossovo, la guerra tra Etiopia ed Eritrea, la situazione di stallo esasperato in cui versa il negoziato tra Israeliani e Palestinesi. E' vero che, nel panorama internazionale, vi e' anche qualche timida buona notizia: il voto degli Irlandesi per la pace, ad esempio, o l'impegno dell'ONU per combattere l'impero mondiale della droga. Complessivamente, pero', il panorama internazionale appare scoraggiante: fa da sfondo l'inquietante indice dell'economia degli armamenti, di nuovo in aumento, per la prima volta, dopo la caduta dei muri e la fine della guerra fredda tra i due blocchi.

Che cosa sta succedendo nel mondo? E' come se l'Umanita' -- o la sua parte culturalmente piu' arretrata che, purtroppo, sembra avere ancora saldamente in pugno la direzione politica mondiale -- si ritraesse atterrita dai compiti e dalle vere sfide che le stanno di fronte, e preferisse rifugiarsi in sfide piu' consuete e tradizionali: le buone vecchie guerre territoriali di predominio economico che, come c'insegna la storia, la fanno da padrone sulle prime pagine dei giornali, perlomeno dai tempi di Elena di Troia. Ecco le Nazioni emergenti, ancora ignare (?) del terrore ecologico, esercitarsi nel buon vecchio terrore nucleare, guardate forse con benevolenza da qualche Nazione "avanzata", come la Francia, che tre anni fa ci ha gratificati di altrettanti bei botti nucleari a Mururoa.

Come saranno stati contenti, allora come adesso, i generali e gli stati maggiori militari di tutto il mondo: poter tirare fuori dalla naftalina le loro uniformi piu' bellicose, poter esibire i loro simulatori di scenari bellici, e soprattutto, poter pregustare, insieme alle lobby loro fornitrici, succose commesse multimiliardarie. Una buona vecchia guerra: ecco il motore dell'economia, fin dai tempi piu' remoti. Quando c'e' di mezzo una, o piu', guerre, non si fanno complicati calcoli di ritorno d'investimento (e non si procede a continui tagli di bilancio, come nel caso della ricerca spaziale): tutti spendono, cantando marcette, pregustando i profitti miliardari che comunque verranno, se non dagli investimenti, dai mercati neri, dalla disperazione della povera gente coinvolta, dagli accordi con le mafie locali, dai fiorenti commerci che passeranno di mano per poche lire, dalle rapine rese possibili dagli sfollamenti di massa, dello sconfinato business delle ricostruzioni. Una buona vecchia guerra, dove ogni reato diventa un punto d'onore, con tanto di medaglie sul petto dei valorosi, come si conviene in una buona, vecchia, comunita' di scimmie antropomorfe in cui ristabilire, una buona volta, le rassicuranti gerarchie basate sulla maggior tracotanza del maschio capobranco. Persino l'avanguardia tecnologica mondiale, forse, a questo punto passera' di mano: dal re dell'entertainement casalingo a qualche altra divinita' piu' truce, e persino i sistemi ferroviari, alla fine, ne trarranno giovamento in termini di sicurezza (la puntualita' dei treni, ecc...).

Ma e' davvero questo che ci serve? Non staro' a ripetere ovvie considerazioni sulla necessita' di dare una migliore destinazione ai capitali ingenti sinora destinati al militare: sono infatti convinto che il decollo o l'aborto di nuove economie non dipendano tanto dai capitali investiti, ma da altre categorie, piu' psicologiche, quali l'entusiasmo e la depressione, o, se vogliamo, la certezza di un ritorno cosi' grande da rendere i conti sul ritorno di investimento un esercizio inutile o puramente accademico. Il punto critico (che a detta di molti ricercatori si colloca nell'arco di tempo di poche decadi a cavallo dei due millenni) tra sviluppo umano e capacita' dell'ambiente terrestre di contenerlo, richiede un atteggiamento ben diverso, se vogliamo (come Umanita') avere una minima chance di superarlo. La necessita', o meglio l'Imperativo, di andare oltre il paradigma del Mondo Chiuso e dei Limiti allo Sviluppo (di pecceieana memoria), per assicurare una chance di sopravvivenza alla nostra Civilta' trascende qualsiasi esperienza nota, e richiede che la Direzione Politica passi a persone piu' consapevoli e piu' mature, sia dal punto di vista culturale che scientifico. Il personale politico che serve dovra' essere capace di agire a 360 gradi, ed innanzitutto di far intendere (anche con la forza, ove necessario), sia alle Nazioni emergenti che a quelle sviluppate, che non e' assolutamente il caso di baloccarsi oltre in comportamenti antropologici storicamente superati. E dovra' essere in grado di dare l'avvio alla capitalizzazione dell'immenso patrimonio umano, sinora ignorato, vilipeso, massacrato e derubato, nella sua miseria, persino delle vaghe ipotesi di ricchezza futura. E dovra' essere in grado di avviare una nuova economia, aprendo ad essa un nuovo, immenso territorio: quello della sfera di influenza gravitazionale terrestre (Greater Earth, o Terra Maggiore), avente 1.5 milioni di km di raggio.

Ci illudiamo che questa prospettiva sia, di per se stessa, in grado di convertire molti egoismi in comportamenti antropologicamente piu' maturi, in base alla semplice considerazione che l'accesso ad una ricchezza enorme dovrebbe far diminuire, se non rendere obsoleta (tranne pochi casi patologici) la tendenza all'accaparramento personale. Non ci illudiamo tuttavia che si tratti di un processo del tutto pacifico: per comprendere le opportunita', anche le piu' evidenti, e' infatti necessaria una certa dose di intelligenza ed altruismo, strumenti in genere del tutto assenti dall'armamentario filosofico delle mafie e dei poteri feudali. Ma poiche' si tratta pur sempre di individui, suscettibili di cambiare idea, confidiamo che molti saranno illuminati, purche' ci sia chi accende la luce, cioe' cominci a manifestarsi il personale politico all'altezza di questo compito, e che questi grandi temi diventino, quanto prima, terreno di confronto democratico.

Adriano Autino

Vi chiediamo di leggere il "Manifesto della Greater Earth", se vi trovate d'accordo di sottoscriverlo, e di mandarci le vostre considerazioni e commenti.


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