Venti referendum? Forse due…

di Adriano Autino e Diana Baroni

I promotori della pretesa rivoluzione liberista, per ora, ce l’hanno fatta. Hanno raccolto 800.000 firme per ogni referendum: complessivamente 16 milioni di firme. Ovviamente molti avranno firmato più di un referendum, e molti li avranno firmati tutti, quindi tale numero va diviso, se non per 20, certo per un numero comunque elevato. In ogni caso si tratta di un grande risultato, che testimonia della estesa volontà innovatrice che pervade la società italiana alle soglie del nuovo millennio. Ma si tratta davvero della rivoluzione liberista, capace di liberare le nuove classi sociali, frutto dell’era elettronica? Si puo’ essere d’accordo con questo o quel referendum, ma, in generale, crediamo che l’operazione 20 referendum sia ancora del tutto ancorata all’era industriale, pregna dell’atmosfera politica e dei vincoli di un mondo ancora rappresentato diviso tra "datori di lavoro" da una parte, e dipendenti dall’altra, assolutamente incapaci, questi ultimi, di intraprendere e di volere. Bonino e soci intendono, forse, aumentare la libertà dei primi, senza dare ai secondi alcuna speranza, o strumento, di liberazione.

Non si avverte, leggendo le motivazioni dei referendum, alcun indizio rivelatore di un’analisi sociale aggiornata, capace di prendere atto della realtà socio-economica dell’era elettronica avanzata, in cui ci troviamo. Non c’e’ coscienza dei valori della persona, né umanesimo. Vi è invece, ancora una volta, la fede cieca ed assoluta nel cosiddetto libero mercato, nelle capacità taumaturgiche della concorrenza, come se numerosi esempi anche recenti non fossero lì a testimoniare l’assoluta insufficienza del mercato, nel creare prosperità e sviluppo. Vi è in questo fondamentalismo del mercato (come lo definisce George Soros, genio della finanza e convinto assertore della necessità della politica) qualcosa di maniacale, non meno assolutista e pericoloso dell’ideologia stalinista finalmente tramontata. La recente crisi dell’economia asiatica ha messo in luce, per esempio, come le ricette fossili del Fondo Monetario Internazionale siano state del tutto inefficienti, quando non addirittura controproducenti, per arginare la crisi. Uso a fronteggiare crisi originate dall’indebitamento pubblico, l’FMI ha prescritto il solito aumento dei tassi d’interesse ed i buoni vecchi tagli della spesa pubblica, ricetta che si è rivelata del tutto inadeguata, nei confronti di una crisi come quella asiatica, originata nel mondo della speculazione finanziaria privata.

Il caso russo rappresenta un altro esempio eclatante: la liberalizzazione senza etica è servita unicamente, sinora, a creare una manciata di mafiosi arricchiti, che si sono spartiti ferocemente le proprietà ex-statali, ed un’economia che viene tenuta in piedi a suon di miliardi di dollari occidentali. Non certo una società prospera né un cammino di liberazione degli individui, che, anzi, si trovano ad essere schiavi dei nuovi gangster, al punto da rimpiangere quando erano schiavi della burocrazia ma, perlomeno, i loro figli potevano andare a scuola. Complessivamente, una società in cui chi gode di maggior libertà sono solo i delinquenti, non certo le persone più intelligenti e creative. E non siamo, o non siamo più, così idealisti da sognare che tutti possano acquisire da un giorno all’altro tutta la libertà, ci accontenteremmo di un passo che sarebbe comunque di portata storico-epocale: che ci fosse un cambio della guardia, che il primato della forza fisica e dell’astuzia facesse un passo indietro, lasciando il posto al primato dell’intelligenza e della creatività. Per un animale senziente e culturale, infatti, la forza e l’astuzia non sono più caratteri evolutivi (come lo sono tuttora per specie non senzienti, e come lo sono stati per milioni di anni anche per l’uomo): la specie umana potrà sopravvivere, continuare a svilupparsi, evolvere, dalla congiuntura attuale in poi, solo se metterà al posto di pilotaggio l’intelligenza e la creatività accompagnate da un’etica profondamente ed innovativamente umanista.

Qualsiasi iniziativa politica (parliamo di quelle che meritano almeno lo sforzo della comprensione e della critica) va quindi analizzata innanzitutto dal punto di vista evolutivo. Ora, il sistema sociale forgiato nell’era industriale è fatto apposta per premiare i forti, i furbi ed i ladri. L’intelligenza e la creatività sono invece ferocemente punite e represse: è estremamente difficile, per un microimprenditore onesto, superare la scogliera che va dai 50 ai 200 milioni annui di fatturato e ad avventurarsi nel mare aperto. Chi si trova in questa situazione lavora esclusivamente per pagare le tasse e rischia di affondare continuamente: gli restano in tasca solo i debiti con le banche, ed assolutamente nulla da investire, per far crescere l’azienda. La microimpresa viene sistematicamente soppressa, mentre alla grande industria, al contrario, vengono elargiti finanziamenti, sgravi fiscali, aiuti e prestiti di migliaia di miliardi mai restituiti. Lo stato rimane paladino degli interessi della grande industria e del grande commercio, e difende il mercato di costoro dall’ingresso di chi tenta di entrarci. In questo stato di cose, solamente chi evade le tasse o conduce attività poco o tanto truffaldine riesce a superare lo sbarramento fiscale. Le persone intelligenti e creative, che pagano diligentemente le tasse, ed hanno evoluto una loro etica della fornitura e dei rapporti commerciali, sono invece ferocemente dilaniate dai cani da guardia di lorsignori, e la loro libertà di intraprendere è semplicemente inesistente.

Vediamo quindi i referendum proposti. Si oppongono alla logica di cui sopra? Sono orientati alla libertà di intraprendere? Sgombrano la strada della crescita alla microimpresa? Liberano l’accesso ai capitali per chi vuole imboccare un cammino di crescita? Oppure non fanno che accrescere le libertà per chi ne ha già molte, senza curarsi, ancora una volta, di chi non ne ha? Ci sembra che l’operazione dei radicali sia, tutto sommato, statica e poco o niente evolutiva. Essa appare innanzitutto orientata alla libertà di contrattazione. Come il mercato, la libertà di contrattazione può essere utile, ma dipende da come la si usa. La libertà di contrattazione, se non accompagnata da un intento etico, non impedirà per esempio ad un piccolo imprenditore di essere costretto ad accettare condizioni contrattuali capestro da un cliente centinaia di volte più grande di lui. I radicali non parlano, per esempio, di mettere mano alla giungla dei ritardi e delle dilazioni dei pagamenti, nel nostro paese particolarmente intricata e molto pericolosa per la piccola impresa. L’operazione referendaria manca di approccio analitico, non riconosce la realtà (più di 3 milioni di imprese sotto i 9 dipendenti, su un totale di 3,5 milioni, secondo l’indagine ISTAT del 1996), e non fa alcuno sforzo per individuare i bisogni evolutivi delle persone e delle imprese emergenti, nel contesto sociale fortemente mutato dalla rivoluzione elettronica. La libertà perseguita è quella dei "datori di lavoro", una categoria obsolescente ed in via di estinzione, mentre nessuna attenzione si dedica alla libertà di crescita e di emancipazione degli ex-salariati che diventano imprenditori. Gli imprenditori di lunga data e di grandi dimensioni economiche ed i lavoratori indipendenti sono tutti imprenditori, ma non sono affatto uguali, quanto a diritti e libertà effettive; l’obiettivo di portata storica da porsi è quello di rendere tutti più liberi (con maggiore attenzione a chi ancora gode di minori libertà), con attenzione alle interfacce tra le diverse libertà (e diritti) di ciascuno.

Ad esempio, il cambiamento repentino di una legislazione in materia di licenziamenti, può innescare fenomeni sociali violenti, privando molti di una libertà minima prima che possano acquisirne una più grande, anziché favorire il fluire, anche impetuoso, della rivoluzione in corso. L’aumento delle diverse libertà e delle capacità di tradurre le proprie potenzialità in benessere ed in migliori funzionamenti a livello della società è funzione diretta dell’informazione, che non va peraltro confusa con la formazione. Il processo di formazione richiede tempo ed esperienza concreta, e giustifica pienamente la diversità di guadagni tra chi ha più esperienza, e fornisce formazione alle persone che iniziano a lavorare con lui, e chi sta iniziando, e fornisce le proprie capacità operative. La mancanza dell’informazione essenziale, nelle transazioni commerciali o di lavoro o nello stesso processo legislativo, rappresenta invece un’omissione colpevole, e fortemente limitatrice della libertà e dei diritti altrui. La mancanza di informazione fondamentale finisce con il costituire un vantaggio competitivo enorme e sleale per chi ha già esperienza e grandi mezzi economici (i grandi imprenditori) rispetto a chi si affaccia per la prima volta sul mercato in posizione indipendente. La valutazione su qualsiasi proposto cambiamento legislativo non può quindi prescindere dall'informazione che deve chiarirne motivazioni ed ogni altro aspetto, che deve essere parte integrante dello stesso testo proposto.

Per continuare, nel merito di alcuni temi proposti dai referendum, il costo del lavoro è certo un parametro importante, e va visto congiuntamente al rischio d’impresa, che è molto elevato, per la micro-impresa. Il rischio d’impresa è qualcosa che gli imprenditori di dimensioni maggiori e di più lunga esperienza conoscono molto bene, e che sanno farsi ben pagare dallo stato e dai propri clienti. Chi si affaccia per la prima volta sul mercato, invece, raramente ne è cosciente, e spesso accetta un reddito paragonabile a quello di un lavoratore dipendente, pur non avendo le stesse garanzie sociali (per quello che possono ancora valere). Anche i piccoli imprenditori dovranno essere ben consci del rischio di impresa. Questo avrà un impatto sul costo delle prestazioni, che del resto è tollerabile per chi le acquista: avere a disposizione una forza lavoro flessibile è un beneficio che può ben essere pagato al giusto prezzo. Parlando di tempo determinato, part-time, lavoro a domicilio, dev’essere accettato e ben chiaro, e diventare materia di contrattazione, che il lavoro a durata incerta non può costare quanto, o meno, di quello a durata certa.

Inoltre, per chi decide di imboccare un cammino di crescita imprenditoriale, dovrebbe essere disponibile una corsia preferenziale, un forte ridimensionamento del peso fiscale, che consenta di superare la barriera del fatturato ed accumulare i capitali necessari alla crescita.

E perché non introdurre un concetto di premio fiscale per chi paga regolarmente le tasse? Un criterio come il bonus malus delle assicurazioni automobilistiche, farebbe sentire meno imbecilli e meno vessati quei cittadini che hanno sempre sopportato il giogo, negli ultimi anni divenuto mortale per molte piccole aziende. Se un cittadino paga regolarmente le tasse da anni dovrebbe arrivare a pagare la metà, o anche meno. Quale vantaggio resterebbe quindi agli evasori? Evadere non sarebbe più conveniente. Ma i radicali non arrivano a formulare proposte come questa, che suonano persino ovvie, una volta che ci si sia messi davvero dalla parte delle persone, dei cittadini onesti, dell'emancipazione e crescita individuali.

Possiamo rilevare che, forse una volta di più, l'esigenza legittima e concreta di cambiamento, fortemente sentita dalla popolazione, a vari livelli della convivenza civile (economico, giuridico, politico ecc..) verrà deluso dalla mancanza di analisi dei leader politici, dalla loro mancanza di "imprenditorialità" sociale.

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