Avatar, un film di questo tempo

di A.Autino

Premetto che ho visto il film in versione 2d, in lingua originale. Forse sarò curioso di godermi la versione 3d più avanti. Per il momento mi interessava soprattutto capire l’effettiva qualità culturale di questo film che, da molte parti, viene già definito un vero e proprio capolavoro. E l’eccezionale affluenza del pubblico, fin dai primi giorni, sembra confermarlo.

In effetti la pellicola merita certamente voti medio-alti su molti parametri di valutazione.

La fotografia, se così si può ancora definirla, visto che in gran parte si tratta ormai di sublime arte multimediale, non può che incassare il massimo dei voti: immagini stupende, dall’inizio alla fine, coinvolgenti, meravigliose. La recitazione, che si avvale di una fantastica Sigourney Weaver nella parte della Dr. Augustine, chair dell’equipe scientifica distaccata sulla luna Pandora, è curata e molto convincente, e dimostra anche il grado di estrema sofistificazione e maestria raggiunto dai progettisti (non si possono definire altrimenti) dell’arte cine-digitale.

Il resto del cast si avvale di nomi meno noti, ma tutti offrono una interpretazione appassionata e convincente. Del resto i precedenti lavori di James Cameron – valga per tutti ricordare la terrific saga di “Alien”, l’eccellente “The Abyss”, e “Titanic” – si distinguono tutti per l’eccellenza della regia e per la capacità di interpretare temi anche diversi, ma sempre con passione e grande talento cinematografico.

La storia è bella ed avvincente, e si fa perdonare anche l’evidente ingenuità – o licenza poetica -- dell’aver collocato un ciclo giorno-notte di tipo terrestre su una luna che orbita intorno ad un pianeta gigante. Del resto la notte si accende di fantastiche luci blu e di fibre ottiche vegetali, e non vorremmo mai essere stati privati di queste immagini in nome di un maggior realismo!

Il tema, collaudato, è quello della ribellione contro l’impero – ben noto ai cultori della saga delle Guerre Stellari di lukasiana memoria –, impero che questa volta aggiunge ai propri peccati l’estinzione della natura del pianeta Terra.

Dal punto di vista filosofico la storia è quindi, per così dire, aggiornata. Ma guarda esclusivamente alle precopernicane concezioni odierne, e ripropone, anche se in modo estremamente sofisticato e convincente, il clichè tutto sommato collaudato, della filmografia americana.

C’è il quanto di critica sociale che ci si può aspettare: il protagonista Jake Sully – nell’eccellente interpretazione di Sam Wortinghton – è un giovane ex-marine costretto alla sedia a rotelle da un tragico incidente. Jake non può permettersi l’avanzata tecnologia neurorigenerativa che gli ridarebbe l’uso delle gambe. E quando registra nel suo video diario le proprie impressioni, il giovane si trova a chiedersi: “e per che cosa i nativi di Pandora dovrebbero volerci concedere lo sfruttamento del loro pianeta? per della birra chiara e dei jeans? non abbiamo nulla che loro vogliano, è tempo sprecato”.

C’è la ribellione contro un potere sciovinista e fascista che, per sfruttare le risorse naturali di un mondo, calpesta con pragmatica indifferenza la propria stessa eccellenza scientifica e filosofica, ed esercita la violenza tecnologica distruttiva contro un “nemico” che si batte con archi e frecce.

Ma i “selvaggi” – molto simili ai nativi americani, soprattutto nel loro grande rispetto per la natura e nel loro carattere indomito – alla fine vincono (niente panico: il lieto fine è assicurato :-), grazie a che cosa?

È qui che il film entra profondamente nel favolistico.

Intanto – altro meme caro al cinema d’oltre Atlantico – alla violenza ed all’uccisione, comunque si risponde solo con la violenza e con l’uccisione, e si ha la possibiltà di vincere solo se si batte il tiranno sul suo stesso terreno, quello della violenza. Come se Ghandi non fosse mai esistito. Da un regista Terrestre, nella nostra globalizzata patria nel tempo, potremmo ormai aspettarci qualcosa di più.

Ad esempio che cosa? Vorrei vedere una tecnologia filosofica ed umanista, moralmente superiore, che consenta ai buoni di vincere senza uccidere né i cattivi né i buoni “collaterali”.

Ma i Na’vi vincono grazie alla capacità di rivivere i propri miti ed, ancor più, grazie ad una sorta di tecnologia filosofica del pianeta stesso, Eywa – metafora di Gaia, pianeta vivente. In questo caso ci troviamo di fronte una Gaia che è anche senziente, dotata di intelligenza, e di mezzi di comunicazione, una sorta di interfaccia neurale, con il proprio popolo. Eywa avverte la devastazione incombente, ed utilizza le proprie forze (non voglio dire troppo per non guastare la suspense) in supporto ai guerrieri Na’vi.

Qual è dunque il messaggio filosofico? Sostanzialmente questo: gli umani hanno fatto male ad incamminarsi sulla strada della rivoluzione neolitica, dovevano restare cacciatori e raccoglitori (come i nativi americani), e vivere quindi in armonia con la natura.

La natura li avrebbe allora ricompensati sviluppando, lei, la “tecnologia” necessaria per difendere loro e se stessa da possibili attacchi esterni. Ovviamente i riferimenti alle antiche credenze sciamaniche, legate ad una concezione mistica e metafisica della natura, sono tutt’altro che casuali, né con questo intendo certo negarne l’innegabile fascino né l’antica saggezza.

Imboccata la strada dell’agricoltura – e della cultura tecnologica – non si può che arrivare alla distruzione della natura, e poi si finirà per avventurarsi su altri pianeti, in una ossessiva ripetizione dello scempio: si sa che quando sbagliamo una volta, tendiamo a continuare, per dimostrare che non siamo stupidi, e che avevamo ragione.

Siamo quindi pienamente nella metafisica pre-copernicana del mondo chiuso, anche se, nella storia di Avatar, i mondi sono più di uno: gli abitanti di ciascun mondo è meglio che se ne stiano a casa loro, a cercare di far la pace con la “propria” natura locale e di vivere in armonia con essa. L’unico problema è quello di difendersi da eventuali invasori.

Nessun accenno ad una più matura concezione di un’ecologia cosmica.

E la tecnologia – la nostra povera tecnologia pesante ed “innaturale” – fa ancora una volta la figura del demonio, incarnando il male.
Nessuna consapevolezza del numero e della fondamentale importanza culturale della crescita – per una specie intelligente che deve percorrere la strada della conoscenza e dell’evoluzione etica con le sue sole forze, inevitabilmente sbagliando, e cercando di riconoscere gli errori e di imparare da essi.

No, Avatar non preconfigura e non auspica una fusione trascendente tra uomo e natura secondo l'eccellente concettualizzazione dataci da Robert M. Pirsig , ma immagina una "natura intelligente", che fa tutto il lavoro al posto dell'uomo.

Riassumendo, questi sono i messaggi che chiunque sarà in grado di percepire da questo bel film, soprattutto pensando ad un pubblico che vuole ancora sentirsi dire che la tecnologia è cattiva e la natura è buona.

Guardandola nella sua essenza, ci rendiamo conto della completa assurdità di questa trovata narrativa. La natura è, sì, magica e misteriosa, nessuno lo può negare, ma i suoi regali, quando ne fa, sono di tutt’altro genere. La natura non regala soluzioni “tecnologiche” belle pronte. L’uomo, perlomeno su questo pianeta, deve sudarsi ogni piccolo quanto, mi verrebbe da dire ogni oncia, di conoscenza, e quando arriveremo a capire e misurare l’attività elettrica e le interfacce di comunicazione della natura, sarà certamente un gran traguardo. Né si capisce che posto avrebbe, nell’universo, una specie intelligente che non si trovasse nella necessità di usare la propria intelligenza per accrescere la propria cultura, visto che la natura la coccola sin dall’inizio, fornendole una tecnologia di comunicazione avanzatissima… una sorta di web naturale, laddove noi poveri umani il nostro web abbiamo dovuto sudarcelo… Ed il fatto che un giorno o l’altro la nostra scienza potrebbe arrivare al livello di metterci in grado di utilizzare una specie di web naturale, nulla toglierebbe, in retrospettiva, alla dedizione ed al grande umanismo, ai tanti errori (spesso disastrosi ma non per questo meno teneri) dei ricercatori che si sono sacrificati nella storia, per permetterci di raggiungere grandi obiettivi. E come non pensare alla tenera Sigourney-Dr.Augustin ferita mortalmente che, mentre si affida alle cure dell’albero filosofico di Eywa, dice “dovrei prendere dei campioni…”.

E un altro messaggio, forse meno evidente, c’è, ed è per questo che amo il cinema americano, che si basa su un sottobosco filosofico ambientalista, ma non radicalmente anti-umano. Gli umani, è vero, portano a Pandora morte e distruzione con le loro armi e con la loro arroganza imperialista. Ma portano anche la loro scienza, la tecnologia degli avatar, che permette di interagire direttamente in un’atmosfera non respirabile per gli umani. E portano anche la loro capacità di compassione e d’amore, che si riveleranno essenziali per la salvezza di Pandora e del suo popolo.

La filosofia del profitto, interpreto liberamente, alla fine non è il diavolo: basterebbe che, almeno in caso di conflitto o di potenziale conflitto, non fosse sempre considerata l’autorità suprema e decisiva.

Ed in ultima analisi, gli ideologhi del profitto, affidando le proprie sorti ai militari, nel film Avatar fanno una scelta stupida, perché si troveranno poi, grazie a tale scelta scellerata, a dover rinunciare a qualsiasi profitto. Se si fossero invece affidati alla scienza, alla comunicazione ed alla compassione, probabilmente non sarebbero rimasti a bocca asciutta…

Adriano V. Autino è il presidente della Space Renaissance Initiative

vedi anche il Manifesto Filosofico della Space Renaissance

Per una recensione del film ed informazioni circa la trama ed i contenuti, si vedano ad esempio questi siti:

http://en.wikipedia.org/wiki/Avatar_(2009_film)

http://www.movieplayer.it/film/9803/avatar/

Per informazioni sul regista James Cameron: http://it.wikipedia.org/wiki/James_Cameron

 

[001.AA.TDF.2010 - 23.01.2010]