Una profonda crisi ideologica

di A.Autino

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Il fallimento della scienza economica

La vera natura della crisi
La crisi delle ideologie del mondo chiuso
Le vie d'uscita, e la vera ricchezza
   
   

 

 

Il fallimento della scienza economica

A fine settembre 2008 Bear Sterns, Lehman Brothers e Merrill Lynch, le principali banche d’affari statunitensi, sono fallite o sono state acquistate da altri gruppi. Goldman Sachs e Morgan Stanley, le restanti banche d’affari indipendenti, hanno mutato natura, diventando "holding bancarie", normali banche commerciali, sottoposte ai controlli della FED.

Il mio consulente finanziario ha ammesso candidamente che avrebbe considerato pazzo furioso chiunque, qualche settimana prima, avesse pronosticato il fallimento di Lehman Brothers. La totale incapacità degli esperti di settore di fare previsioni plausibili sull’andamento del loro settore deve farci riflettere, dal punto di vista filosofico ed antropologico, poiché è parecchio illuminante, sia sulla natura di questa crisi che sulle possibili vie d’uscita. In genere tutto ciò che gli analisti riescono a fare, sono proiezioni basate sul presupposto (assurdo) che i trend in atto si mantengano indefinitamente. Un’altra prova è costituita dalle previsioni dell’andamento del prezzo del petrolio, fatte a fine 2007.

Come ormai ben sappiamo, in seguito alla crisi in atto, il prezzo del petrolio è crollato a 40$ al barile! 

La vera natura della crisi

Era concepibile che il prezzo degli oli combustibili, e quello delle materie prime alimentari, potessero aumentare indefinitamente, senza che si producessero delle mutazioni fondamentali – e visto quanto sta accadendo si potrebbe dire epocali – nell’economia globalizzata?
Evidentemente quei trend non erano sostenibili a lungo, ed hanno contribuito alla crisi di fiducia. Come possono svilupparsi i mercati, se i costi di spostamento e di trasporto divorano in anticipo qualsiasi profitto futuro? La crescita porta alla crisi, la crisi richiede un riposizionamento. Se l’economia planetaria fosse davvero (come amano farci credere gli economisti) una vicenda che può durare in eterno, con alti e bassi, indipendentemente da fattori dimensionali e temporali, si potrebbe anche credere, come diceva Chance il Giardiniere, nell’indimenticabile film “Oltre il Giardino”, di Hal Ashby, interpretato da Peter Sellers, che dopo l’inverno verrà la primavera. Ma le cause di fondo dell’aumento dei prezzi permangono, e continueranno a deprimere la fiducia.

L’auto e l’aeronautica civile hanno trainato lo sviluppo economico nel XX secolo. Oggi queste industrie sono mature, ed è ormai chiaro che sarebbe difficile immaginare una pura e semplice riconiugazione dello stesso paradigma per la Cina, l’India ed il SudAmerica. Certamente in quei paesi si svilupperà il mercato dell’auto e degli elettrodomestici, ma con caratteristiche profondamente diverse da quelle del XX secolo: al di là di ogni considerazione sull’inconsistenza delle dottrine legate al cosiddetto riscaldamento globale ad opera dell’anidride carbonica (la cui innocenza è stata ormai dimostrata), restano comunque l’intollerabile azione inquinante, ed ancor più l’insufficienza delle materie prime ed energetiche del nostro pianeta, a sconsigliare la riedizione tale e quale del modello di sviluppo occidentale nei paesi emergenti.

L’elemento scatenante della crisi è stato indubbiamente, come ormai analizzato e discusso da migliaia di sbigottiti “esperti” (che cercano affannosamente di conservare i loro scranni da cui ripetere il loro senno di poi), la rovinosa speculazione, tipo catena di Sant’Antonio, dei mutui sub-prime. Ma un catalizzatore non è una causa prima. Le cause prime sono altre.

I mutui sub-prime non sono che una rivendita di crediti, e concessioni di credito in base alle previsioni di reddito future.

Qualsiasi rivendita di crediti può reggere fintanto che regge la fiducia, che i redditi effettivamente ci saranno, e che i debiti saranno quindi onorati. Se la fiducia viene meno, tutta la catena di credito crolla come un castello di carte. La domanda fondamentale da porsi non è, quindi, “perché diavolo c'erano tanti debiti?”, bensì “perché è venuta meno la fiducia?”. Ovviamente sono del tutto lecite le critiche alla cosiddetta finanza creativa, quando chi critica propone un più alto livello etico. Tuttavia è bene notare subito che senza la fiducia non può esserci neppure l'etica. Se viene meno la fiducia la civiltà stessa rischia di ricadere all'età della pietra, e non solo l'economia. La fiducia, però, è una variabile difficilmente quantificabile, poiché dipende totalmente da fenomeni psicologici ed emozionali, di natura sia individuale sia collettiva. Tali fenomeni, come risulta dalla storia, non sono totalmente casuali e cervellotici. Quando assumono una dimensione di massa, ed addirittura planetaria, si fondano su percezioni e sentimenti forse non del tutto consci, tuttavia reali, e non più eludibili. 

La crisi delle ideologie del mondo chiuso

All'indomani della caduta del muro di Berlino presero il via le analisi della crisi dell'ideologia collettivista, del cosiddetto socialismo reale. Per quasi vent'anni molti analisti hanno avallato la tesi che l'ideologia collettivista fosse clamorosamente fallita perché incalzata dal rivale di sempre, l'ideologia liberista, che sarebbe quindi risultata vincente.

Oggi dovremo analizzare seriamente le cause del fallimento dell'ideologia liberista. Solo pochi nostalgici indulgeranno a pensare, questa volta, che tale fallimento possa riportare in auge le ideologie collettiviste del XX secolo. Le persone serie noteranno invece che, per trent'anni, molti si sono cullati nell'illusione consolante che, delle due ideologie del XX secolo, ne rimanesse almeno una utilizzabile, quella liberista. Oggi quell'illusione è andata in frantumi, e le maggiori potenze mondiali avallano piani miliardari di aiuti statali all'economia, generando nuove contraddizioni che non mancheranno di produrre nuovi danni. Valga per tutte la più pesante da digerire: stiamo aiutando i banchieri ed i manager falliti, che con la loro folle avidità hanno contribuito a questa situazione. Siamo alle soglie di che cosa? Un nuovo statalismo? Un patto di ferro tra diverse burocrazie, concordi nella pervicace determinazione a rimanere ben fermi sulle loro poltrone, continuando a spennare i cittadini, blandendoli a seconda delle diverse congiunture, come contribuenti o come investitori? Difficile dirlo. Nel mezzo della tempesta, i capitani badano a tenere la barra il più possibile dritta contro le onde, e non stanno certo a discutere la rotta con l'”equipaggio”. 

Quello che tuttavia dobbiamo comprendere subito, e senza colpevoli ritardi, è che siamo di fronte ad un vero vuoto ideologico: le ideologie del XX secolo hanno fallito entrambe, e non ce ne sono altre. Tali ideologie sono fallite per cause più profonde ed, in un certo senso, più antiche, della causa apparente, la crisi del sistema finanziario. Che tutto il mondo degli esperti del settore finanziario non avesse previsto la crisi non stupisce, perché sono ben lontani dal percepire le cause profonde. In realtà le ideologie del XX secolo hanno fallito entrambe perché entrambe si basavano su utopie rinchiuse entro i limiti del nostro pianeta madre, e pertanto del tutto irrealizzabili. La nostra economia non potrà mai, infatti, garantire i trend di sviluppo necessari alla realizzazione, non diciamo di una civiltà utopica, ma di una società libera, decentemente inclusiva e passabilmente sicura, finché si baserà esclusivamente sulle risorse di un solo pianeta. Tutto ciò, per quanto eserciti di politologi si affannino ad esorcizzarlo, è una percezione ormai più che palpabile, ed è alla base della crisi di fiducia che ha determinato il crollo dei mercati finanziari.

Quello che è andato in crisi, in questo autunno 2008, è il sistema delle ideologie del mondo chiuso. 

Non più tardi di un anno fa, avevamo scritto “Cina ed India, uno sviluppo ad orologeria”. Non da' grande soddisfazione essere stati profeti, per la verità. Preferirei di gran lunga profetizzare finalmente lo sviluppo grandioso, di cui la nostra civiltà ha un bisogno disperato ed urgentissimo!

Le vie d’uscita, e la vera ricchezza (uno spot per la fiducia)

Le grandi crisi hanno quantomeno un pregio: servono a ricordare ciò che conta davvero. In queste settimane vengono “bruciati” dalle borse migliaia di miliardi. Ma che cosa significa, in concreto? Nelle ere precedenti l'era elettronica, la moneta aveva un valore, poiché era coniata in oro. Ma oggi, in fondo, non stiamo bruciando che numeri, bit che si basano sulla valutazione della redditività futura di titoli, azioni, obbligazioni. Vengono forse bruciate le persone? Le fabbriche? Gli strumenti di produzione e di progettazione? Stiamo forse perdendo la rete mondiale (strumento ormai indispensabile di lavoro)? Non per il momento, per quanto la storia ci insegni che, quando si permette al pessimismo ed al terrore di governare troppo a lungo, poi le catastrofi e gli olocausti, evocati da tanti profeti di sventura, poi si manifestano davvero.

Per ora la nostra vera ricchezza è intatta: sette miliardi di persone, la loro intelligenza, la loro potenzialità di lavoro, le nostre tecnologie, più che sufficienti ad affrontare le sfide cui la civiltà umana è confrontata! Se evitiamo di farci prendere dal panico, e ci rendiamo conto che la macchina non è affatto rovinata, ed il carburante c'è, possiamo benissimo riprendere il viaggio, con maggiore consapevolezza della posta in gioco e delle alternative disastrose, se dovessimo fallire.

La via d'uscita esiste, ed è grandiosa. L’umanità si trova oggi nella condizione di una comunità che vive in un piccolo villaggio, chiuso e recintato ermeticamente da alte mura, erette in tempi passati per ragioni difensive, e mai messe in discussione. Nel villaggio scarseggiano l’acqua ed il cibo, ed i capi discutono e litigano ormai quotidianamente, per spartire le poche risorse rimaste. Ora, a due chilometri dalle mura del villaggio scorre un grande fiume, ricchissimo d’acqua pura e di pesci. Sulle rive, fertilissime, cresce tutto ciò di cui gli abitanti del villaggio hanno bisogno. Ma il tabù delle antiche mura è troppo forte, e la piccola civiltà del nostro villaggio sembra destinata al declino irreversibile. 

Fuori dalla metafora, quel fiume esiste, ed è appena fuori del pozzo gravitazionale terrestre, le “mura” che racchiudono il nostro piccolo villaggio cosmico. Se appena riusciremo a vedere questa semplice realtà, potremo puntare decisamente allo spazio, all'astronautica, al turismo spaziale, all’industrializzazione del sistema geo-lunare. Le tecnologie ci sono, con un impulso deciso il costo al kg. del raggiungimento dell'orbita terrestre può scendere di un ordine di grandezza in poco tempo. Dopo aver messo tanti soldi in tasse inutili, ed investimenti sbagliati, è tempo di scommettere qualche euro, o dollaro, nell'unica impresa che può garantire ritorni a due cifre, nei decenni e nei secoli a venire. 

Certo non sarebbe male avere qualche sicurezza in più, sui nostri investimenti. Non si tratta tuttavia di tarpare le ali ai creativi. E se venissero istituite due borse diverse? Una industriale, per chi vuole investire in sviluppo strutturale, ed una finanziaria, per chi accetta un rischio maggiore. Comunque non possiamo essere tanto ideologici nelle nostre scelte (nel senso del pubblico vs. privato): sosteniamo le agenzie spaziali, e convinciamole a puntare decisamente sull'astronautica. Se l’orientamento politico generale della fase che sta iniziando sarà in senso statalista, sarebbe più che legittimo anche un certo opportunismo: ciò che conta davvero è aprire la frontiera alta, e non affermare la superiorità di vecchie ideologie! Sosteniamo le aziende private, coraggiose, che investono nel turismo spaziale e nell'astronautica. Andiamo nello spazio con le Sojuz, con gli Shuttle (magari reingegnerizzati e dando vita ad una produzione industriale, sia pur limitata), persino con l'Apollo rifatto (leggi Orion), ma andiamoci, ed andiamoci in fretta: non abbiamo tanto tempo!

[009.AA.TDF.2008 - 08.12.2008]