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FRAMMENTI DAL FESTIVAL DELLA SCIENZA DI GENOVA 2007
L. Spairani Festival della Scienza Genova,
25 ottobre – 6 novembre 2007 Quinta edizione Tredici giorni per indagare
le ultime frontiere e le più originali scoperte del panorama scientifico
contemporaneo, valorizzando e coinvolgendo un intero territorio, la Liguria, in
una festa che si snoda attraverso il porto, le strade, i palazzi storici e i musei
di una delle più suggestive città marinare d’Italia con incursioni
in diversi altri luoghi della provincia e della regione. Un momento di confronto
tra discipline per la comunità scientifica, ma soprattutto un’occasione
di arricchimento e di incontro tra i saperi più all’avanguardia e il desiderio
di conoscenzadei cittadini. Lo staff di TDF ha seguito l'evento. |
dalla collezione Peggy Guggenheim | |
| Curiosi
per conoscere Nella tradizione greco romana ci sono parecchi riferimenti al
concetto di curiosità, per lo più negativi. «Per i greci essere
curiosi significava sostanzialmente farsi i fatti degli altri», spiega Margherita
Rubino, docente di Teatro e Drammaturgia dell’antichità presso l’Università
di Genova. Plutarco scrisse addirittura un saggio dal titolo De curiositate, in
cui illustra come liberarsene. Ma c’è un riferimento, nell’antichità,
in cui curiosità e scienza vanno a braccetto: «Tacito definì
espressamente il curioso come colui che è avido di sapere scientifico»,
prosegue Rubino. Ma i ricorsi storici non si fermano qui. «Nella filosofia
la curiosità non è mai stata un valore positivo - dice Simona Morini,
docente di filosofia presso l’Università IUAV di Venezia - basta pensare
che è la causa del peccato originale di Eva. La condanna di questa attitudine
mi pare stia alla base dell’idea di una natura come data, che non può mutare.
Mentre invece noi oggi viviamo in un mondo pieno di cose inventate dall’uomo.
Insomma - prosegue Morini - c’è qualcosa di conservatore nella battaglia
contro la curiosità». Riprendendo la definizione antica di
curiosità Edoardo Boncinelli - fisico e biologo, docente all'Università
Vita-Salute San Raffaele di Milano - si dice «un’impiccione delle cose della
natura». Alla domanda se esiste un gene della curiosità, lo scienziato
risponde che non lo sa: «in genere ogni nostra caratteristica determinante
è definita da decine, centinaia, migliaia di geni», ma preferisce
illustrare i contorni della curiosità scientifica ancora una volta con
un termine greco: «Lo stimolo che guida lo scienziato è riconducibile
alla Hybris greca, ovvero alla tensione, persino all’arroganza del pensiero, diciamo
anche a un buon grado di faccia tosta». |
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Vite degli scienziati «Nella vita di ogni studioso c’è sempre
una componente del caso - spiega Boncinelli - che però va affiancata ad
una grande determinazione. Quasi tutti hanno una possibilità ma, come diceva
giustamente Louis Pasteur, il famoso chimico e biologo francese, la fortuna aiuta
solo le menti preparate. La ricerca deve essere pronta a rispondere a nuovi interrogativi
ad un ritmo costante. Non ci si può mai sedere - avverte lo scienziato
- Pensate solo alle nuove sfide della medicina tra AIDS, influenza aviaria e nuovi
ceppi della malaria, che fa molte più vittime di qualunque altra patologia».
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| | Progressi
scientifici e medicina di genere. Il ruolo delle donne Nicla Vassallo cita
un caso di silenzio sul ruolo della donna nel campo medico-scientifico. «Pochi
sanno che a porre le basi per lo sviluppo del Pap Test fu May Edward Chinn: una
donna, ma anche la figlia di un ex schiavo e di una nativa americana. Non proprio
il simbolo di nobili origini: sarà per questo che nessuno la ricorda?».
Tocca a Edoardo Boncinelli affrontare l’argomento “genere” dal punto di vista
biologico, illustrando il percorso che determina il sesso di un individuo, dai
geni alla nascita. «Ma - aggiunge lo scienziato - oggi nell’accettazione
del sesso è molto importante la componente socio-culturale. Sono tematiche
delicate, in cui hanno grande influenza la famiglia, gli amici, le conoscenze».
Gianna Schelotto racconta invece il ruolo rivoluzionario della contraccezione
per l’emancipazione femminile, sintetizzando così: «ha permesso alla
donna di andare contro una natura imposta da secoli, portandola a fare cultura
della propria fisiologia». |
| | Scienza e imprenditoria
tra riduzionismo e innovazione Ernesto Illy, Presidente di Illy Caffè,
introduce un nuovo elemento alla discussione: «tutti preferiscono vivere
in un mondo prevedibile, ma la natura è per larga parte imprevedibile.
Cerchiamo almeno di ridurre la nostra incertezza attraverso l’etica». |
| | Viaggio
tra le trasformazioni della biologia Recentemente alcuni studi si sono concentrati
sul confronto tra il genoma umano e quello delle scimmie; gli scienziati si sono
però ricreduti rispetto alla possibilità di poter approfondire il
funzionamento dell’uomo paragonandolo a un’altra specie. Di qui nasce la nuova
era della biologia, la postgenomica. In futuro, sostiene Morange, tale scienza
dovrà sostituire la descrizione qualitativa con un’analisi più quantitativa
e complessiva, dal momento che il corpo umano è formato da troppe macromolecole,
e le cellule sono costituite da un involucro eterogeneo. Per questo, Morange ritiene
importante la modellizzazione dei processi e lo studio del funzionamento del sistema
uomo nel suo insieme. Infine, lo studioso si sofferma sulla Biologia Sintetica
e analizza l’ambizioso progetto di Craig Venter volto alla sintesi degli organismi
viventi - il processo consiste nel fabbricare un batterio di base dal quale far
derivare altri batteri, analogamente a come il computer è costituito da
un nucleo centrale a cui si collegano altre periferiche - dicendosi possibilista
sulla progettazione di un organismo sintetico, che ritiene un fine non più
irrazionale per l’uomo. In conclusione Morange dichiara che, nonostante non si
possano mai prevedere i progressi e i balzi in avanti della scienza, non ci sarà
nel prossimo secolo una rivoluzione nella Biologia paragonabile a quella appena
vissuta. Semplicemente perché ciò che ignoriamo oggi è meno
di ciò che ignoravamo un secolo fa. Limiti e grandi incognite rimangono
legati alle funzioni delle macromolecole e dei macroenzimi. |
| La
scienza è universale? «Procedendo in questa direzione la scienza
occidentale potrebbe tornare ai livelli di qualche secolo fa, ai tempi precedenti
la rivoluzione scientifica galileiana». Questa la conclusione, provocatoria
ed inquietante, della conferenza tenuta da Jean-Marc Lévy-Leblond . Il
tema dell’incontro riprende una delle domande fondamentali del sapere scientifico,
ovvero: La scienza è universale? È stata una conferenza fiume quella
dello scienziato francese: «noto per le sue ricerche nel campo della fisica
teorica e matematica - dice Enrico Beltrametti nell’introduzione - ma anche per
il suo grande impegno nella divulgazione e nella formazione scientifica».
Numerosi i riferimenti storici non solo della cultura occidentale, ma a quella
giapponese, cinese, e alla civiltà Maya. Partendo da un’analisi linguistica
del termine “scienza” e dalla constatazione dei molteplici sistemi di calcolo,
dei differenti saperi geometrici e astronomici esistenti tra i popoli, Lévy-Leblond
sostiene che: «da questo punto di vista la scienza ha un’universalità
limitata». Secondo il fisico, infatti, non ci sono gruppi umani le cui attività
non richiedano saperi proto-scientifici: «ogni civiltà ha sviluppato
teorie sul cielo, sistemi per contare il bestiame, il raccolto». Da questa
“universalità di base” si innestano i principi su cui è cresciuta
la scienza occidentale. «I primi a sviluppare un sapere astratto, indipendente
dalle applicazioni pratiche, furono i greci», dice Lévy-Leblond.
Ma la vera sintesi tra teoria e pratica avviene con Galileo, grazie a basi sociali
e politiche mature: «in precedenza il lavoro manuale era considerato inferiore:
c’era chi lavorava e chi pensava. In quel periodo, invece, le classi lavoratrici
presero il potere, si formarono le repubbliche urbane, le città libere»,
dice il fisico. L’ascesa della scienza occidentale incontra la prima grande
frattura durante la seconda guerra mondiale: «quando i più grandi
scienziati del tempo vennero riuniti appositamente per costruire la bomba atomica»,
prosegue Lévy-Leblond. Per la prima volta l’applicazione non derivava da
studi fatti in precedenza e a prescindere dai fini, ma su commissione. «Oggi
- dice lo scienziato - a causa del sistema di finanziamento, la ricerca è
quasi esclusivamente condotta su progetti a breve termine. Si è smarrita
la capacità speculativa, la ricerca libera è sempre più rara». |
dalla collezione Peggy Guggenheim | Un fattore,
questo, che può condurre alla crisi della scienza occidentale. Un pensiero
da cui il fisico parte per tracciare la sua conclusione: «se da un punto
di vista teorico la scienza occidentale è considerata universale, potrebbe
non esserlo dal punto di vista storico. È possibile che, tra qualche secolo,
la nostra scienza sarà affiancata a quelle ormai concluse: cinese, greca,
arabo-islamica». |
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| Evo-devo.
Le origini delle novità evolutive<BR> Ogni vivente può essere
osservato da due prospettive distinte: la sua forma e la sua funzione cui è
chiamato a rispondere, come è fatto e cosa fa. La forma è il
campo di studi della biologia dello sviluppo, che ci racconta come si costruisce
un organo durante l'embriogenesi; la funzione è appalto dell'evoluzionismo,
che studia perchè quell'organo è fatto così e non altrimenti
e come opera nell'ambiente secondo le leggi darwiniane. Sono due prospettive
che hanno dialogato poco tra loro, ma che di recente hanno trovato una composizione
nella nuova disciplina della biologia evoluzionistica dello sviluppo, conosciuta
come evo-devo. Gli esseri viventi si trovano all'incrocio fra queste due logiche
e devono soddisfarle entrambe, poichè leggere la storia delle forme biologiche
solo in termini di espressione genica non porta da nessuna parte. La natura
non ha un progettista che possa sbizzarrirsi in esrecizi di libera creazione,
ma parte sempre da ciò che ha imparato a produrre e che ha dato buona prova
di sè, in ogni stadio dello sviluppo. |
| I
“pensieri eretici” di Freeman Dyson «I giovani eretici sono quello
di cui il mondo ha bisogno». Così ha esordito l’ottantaquattrenne
Freeman Dyson, fisico di fama mondiale, in occasione della conferenza dal titolo
Pensieri eretici su scienza e società. Lo scienziato inglese ha tenuto
una lezione sulle sue “sei eresie”, ovvero sei ipotesi che pur non andando d’accordo
con le attuali teorie scientifiche non sono escludibili a priori. Entro il
2070 gli Stati Uniti cederanno la loro leadership mondiale, questa la prima eresia:
«Se guardiamo alla storia, spagnoli, francesi e inglesi hanno dominato il
mondo a turno, con cicli di 150 anni. Quando si sono allargati troppo la loro
struttura è crollata», ha affermato Dyson. L’ipotesi sui possibili
successori degli americani punta su Cina, India, Brasile, ma anche l’Unione Europea. La
seconda eresia riguarda il riscaldamento globale: «Il dibattito su questi
temi è esagerato», sostiene lo scienziato: «non c’è
dubbio che il clima sia un po’ più caldo, ma è un problema secondario
rispetto ai drammi della povertà, dell’educazione e, soprattutto, della
guerra». A questo discorso si ricollega la terza eresia: «Se il riscaldamento
globale continuerà, il deserto Sahara tornerà a essere un paradiso
tropicale, come 6000 anni fa». |
dalla collezione Peggy Guggenheim | La quarta
ipotesi di Dyson parte da un parallelo tra la visione dei computer che aveva l’inventore
del software John Von Neumann (apparecchi grossi e costosi, a servizio delle sole
industrie) e la percezione che il pubblico di oggi ha dell’ingegneria genetica:
«proprio come il computer è diventato un oggetto di massa, un giorno
le biotecnologie saranno addomesticate e la creazione di genomi diverrà
un’arte come la pittura o la scultura». La quinta eresia riguarda, invece,
la cosiddetta biologia open source. «Prima della cosiddetta evoluzione darwiniana
- spiega Dyson - la vita era una comunità di cellule che, grazie ai virus,
si scambiavano i geni evolvendo in parallelo». Il fisico auspica il ritorno
ad una comunità mondiale che condivida i geni, come la comunità
open source possiede in comune i software liberi. La sesta e ultima eresia
esposta dal fisico inglese ha a che fare con l’energia solare: «Essa è
la cura per la povertà rurale» ha spiegato Dyson, «e può
portare alla nascita di lavoro nelle campagne, mettendo fine alle migrazioni verso
le città». |
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| Fin
dove può arrivare la biologia nello spiegare le azioni umani? In quale
senso gli esseri umani sono speciali rispetto agli altri animali? Quante e quali
sono le forme di comprensione della natura umana? In che misura la scienza può
aiutarci a capire chi siamo? Queste domande sono attualmente discusse in un dibattito
di grande rilevanza intellettuale, che spesso assume una forma polarizzata. Da
una parte si pone il fronte antiscientifico, che non si affida alle potenzialità
della scienza e che spesso si coniuga con un fondamentalismo religioso. Dalla
parte opposta ci sono quanti ritengono che l'ambito umano possa essere integralmente
spiegato dalle scienze naturali. Esiste però anche una terza opzione teorica,
il naturalismo pluralistico. Questa concezione, pur riconoscendo la fecondità
delle nuove acquisizioni scientifiche e contestando con forza i tentativi di restaurare
obsoleti sovrannaturalismi, ritiene che il mondo umano sia intrinsecamente variegato
e che a esso si debba guardare da una irriducibile molteplicità di punti
di vista. |
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| | [019.LS.TDF.2007 - 07.12.2007]
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