La visita del Dalai Lama in Italia

di A. Cavallo

In questi giorni, in cui nel nostro piccolo stiamo preparando la pubblicazione di un numero di TDF, è in visita in Italia il Dalai Lama, leader spirituale e politico del Tibet. Sua Santità viene abbastanza spesso in Europa ed anche in Italia, dove esistono numerosi centri di Dharma collegati alla tradizione tibetana,ma questa visita ha un rilievo particolare per parecchi motivi. Il primo motivo riguarda me personalmente, come molti italiani ed occidentali in generale. Da anni studio le filosofie orientali, e attraverso un lungo percorso sono arrivato alla conclusione che la dottrina del Buddha (Buddhadharma o semplicemente Dharma quando il contesto è chiaro, per non usare sempre  la parola buddismo che a molti suona male) è la forma più pura di filosofia morale e psicologica, nonché di cammino spirituale, che l'umanità conosca. C'è una differenza sostanziale tra il Buddhadharma e tutte le altre "religioni": il fatto di presentarsi come una proposta di metodo e non come un insieme di dogmi. Il modo di pensare che sta alla base del Dharma è quello dello scienziato, in particolar modo del medico e dello psicologo: c'è un problema, proponiamo un metodo per risolverlo - in particolare il problema è la sofferenza universalmente presente, legata all'esistenza, ed a questa si propone un rimedio. 

Una dottrina fondamentalmente non integralista

Chi trova che la proposta sia utile la può accogliere e mettere in pratica, senza neppure abbandonare altre sue credenze e convinzioni, inclusa l'adesione a religioni diverse; chi non la trova utile è libero di andare per la sua strada, nessun maestro di Dharma se ne avrà a male. Questo concetto è fondamentale, ed il Dalai Lama lo ha esposto ancora una volta al termine della conferenza pubblica di Milano del 9 dicembre. Identico concetto avevo udito esporre il 1° ottobre a Torino dal prof. Ananda Guruge, Decano dell'Università di West Los Angeles e direttore dell'International Academy of Buddhism, illustre esponente del Dharma di tradizione singalese. Il prof. Guruge, ad una domanda a proposito delle differenze tra le scuole buddiste, ha risposto che una volta gli capitò di ascoltare un'introduzione al buddismo senza sapere chi fosse il conferenziere. Il discorso gli sembrò identico a quello che lui stesso avrebbe potuto fare, ma soltanto alla fine seppe che l'oratore era un lama tibetano. Insomma, il Dharma fondamentalmente è uno solo, anche se le differenze tra le scuole  ci  sono e ciascuno, nello spirito della proposta del Buddha, può scegliere di seguire l'impostazione che più gli si adatta, ma i molti sentieri seguono un unico percorso comune.

Come passo importante del mio cammino personale, ho così deciso di ascoltare direttamente gli insegnamenti del Dalai Lama, da lui presentati in tre giorni a Milano dal 7 al 9 dicembre scorsi. L'argomento principale era il testo "Un commentario sulla Mente dell'Illuminazione" del grande filosofo indiano del I secolo Nagarjuna, fondatore della scuola Madhyamika, di cui la scuola tibetana Ghelupa, guidata oggi dal Dalai Lama, è la diretta erede. Ho così visto e ascoltato Sua Santità in molte vesti: nell'introduzione al corso come professore di storia della filosofia e delle religioni, poi come maestro di Dharma nella tradizione di Nagarjuna, Chandrakirti, Atisha e Tzong Khapa, domenica mattina nella sua veste spirituale più alta - ed infine domenica pomeriggio nella conferenza pubblica come maestro di comunicazione moderna, con una carica di umanità straordinaria.

Non posso certo fare qui il riassunto degli insegnamenti che ho ascoltato. Dico soltanto che mi hanno chiarito alcuni punti difficili di filosofia madhyamika, ma soprattutto mi hanno dato una grande motivazione a proseguire secondo la via del Dharma.

Vorrei sottolineare ancora che l'applicazione degli insegnamenti buddisti non comporta l'adozione di una "fede" nel senso delle religioni occidentali, ma soltanto l'adozione di un metodo. Certo l'adesione completa all'impostazione filosofica buddista non è compatibile con il credo delle religioni monoteiste, ma i maestri di Dharma non chiedono un'adesione completa, semplicemente propongono il loro insegnamento per chi lo voglia ascoltare. A titolo del tutto personale, avendo convinzioni di base filosofiche e scientifiche e non religiose nel senso occidentale, aderisco senza problemi alla dottrina buddista trovandola coerente con una visione filosofica-scientifica del mondo. Vorrei ricordare che il Dalai Lama ha fondato con un gruppo di scienziati l'istituto Mind and Life, in cui maestri di Dharma e scienziati discutono del tutto liberamente di scienza, filosofia e problemi umani. Sarebbe assolutamente contrario alla radice della visione buddista se Sua Santità dicesse agli scienziati che cosa devono pensare e fare - il dialogo è bidirezionale, al punto che il Dalai Lama ha perfino dichiarato che, se la scienza dimostrasse la falsità di qualche punto della dottrina buddista, bisognerebbe modificare la dottrina. Chi è scettico per via di appellativi come "Sua Santità" e dei riti, com'ero io stesso in passato, si ricrederà una volta che abbia cominciato a capire la dottrina. E' perfettamente possibile un Dharma laico, e nella conferenza pubblica del 9 dicembre il Dalai Lama ha detto chiaramente che si deve proporre una via secolare all'etica, che sia riconosciuta da tutti indipendentemente dalla propria tradizione religiosa o dalla propria visione non religiosa. Questo era precisamente il mio impegno ben prima che mi accostassi al Dharma, e tale rimane, con l'aggiunta di impegni più profondi che ho sinceramente preso in questi giorni.

Le ragioni della politica e quelle dell'etica devono essere distanti?

Scendendo nel mondo alquanto antipatico della politica, credo necessario parlare dell'altro motivo dell'importanza di questa visita, i rapporti con la Cina, che occupa il Tibet da più di mezzo secolo.

Non ho udito una sola parola negativa sulla Cina da parte del Dalai Lama. Il suo scopo è ottenere l'autonomia democratica del Tibet all'interno della Cina stessa. Ha anche esposto una visione più grande per la pace nel mondo, in cui dovrebbero nascere unioni sovrannazionali regionali, col preciso scopo di sedare i conflitti fino a renderli impossibili. Sua Santità ha fatto l'esempio dell'Unione Europea: essa è nata avendo tra gli scopi primari quello di rendere impossibili i conflitti tra Francia e Germania. La sua idea è che si dovrebbe progressivamente arrivare al disarmo universale, ma per ottenere questo si deve passare attraverso molte tappe intermedie. Una di queste è la creazione di alleanze regionali con tanto di forze militari integrate, che attraverso l'unione delle forze armate di vari paesi rendano sostanzialmente impensabile un conflitto regionale. Per l'Asia, secondo il Dalai Lama si dovrebbe sviluppare una forma di unione tra India e Cina. Per quanto oggi sembri una cosa irrealistica, dice Sua Santità che questa è una delle cose irrealistiche a cui gli piace pensare.

Che cosa dobbiamo pensare invece noi delle nostre autorità che non vogliono incontrare il Dalai Lama per timore dei cinesi?

Prima di tutto voglio esprimere il mio plauso ad alcuni personaggi: il cancelliere della Germania Angela Merkel, che ha ricevuto Sua Santità pagando un prezzo per ciò che riguarda i rapporti con Pechino; Il Consiglio Regionale del Piemonte, a cominciare dal presidente Gariglio e dai consiglieri Spinosa e Leo, che col supporto dell'intera assemblea senza alcuna divisione partitica hanno ricevuto il Dalai Lama con tutti gli onori; il Sindaco di Torino Chiamparino che gli ha conferito la cittadinanza onoraria.

Nella conferenza pubblica di Torino del 16 dicembre è stata significativa la celebrazione interreligiosa a cui hanno partecipato con rappresentanze significative delle comunità religiose torinesi (Chiesa Valdese e Comunità Ebraica al massimo livello), con la nota stonata della Chiesa Cattolica rappresentata da un personaggio di secondo piano - le comunità islamiche dal canto loro non hanno una struttura unitaria ma erano comunque rappresentate. In Lombardia il Dalai Lama ha avuto meno onori (a parte lo scambio di doni e complimenti con un imam mussulmano) ma è stato ricevuto in modo formale dal Presidente della Regione Formigoni, ed alla fine c'è stata la partecipazione a sorpresa del sindaco Moratti alla conferenza pubblica, con un discorso nel quale il Sindaco ha dichiarato che si devono difendere i principi anche pagandone il prezzo.

Pesa il fatto che il Presidente del Consiglio Prodi ed il Papa non abbiano accettato di vedere il Dalai Lama neppure in privato. Il parallelo tra due personalità così diverse non è casuale, perché si è trattato in entrambi i casi di un atteggiamento politico. Il Vaticano sta cercando un'intesa stabile col governo cinese, mentre il governo italiano pensa a vantaggi economici. Entrambi accettano i diktat di Pechino senza fiatare.

Se si può capire (senza approvare) che un'autorità politica pratichi la realpolitik, che cosa dobbiamo pensare di una "autorità spirituale" che si comporta allo stesso modo?

Se tutti i governi occidentali si fossero comportati come quelli di Stati Uniti e Germania (anche il presidente Bush, di cui chi scrive ha scarsissima stima, ha ricevuto Sua Santità e merita la citazione), toccherebbe alla Cina trovarsi in difficoltà, non viceversa. Quali vantaggi economici pensino di ottenere Prodi e il neopresidente francese Sarkozy non è chiaro, dato che la Cina continua a prendere senza restituire. Non mi dilungo qui su temi come la convertibilità e la corretta quotazione della valuta cinese, tanto per cominciare...

Certo la  credibilità dell'Occidente su temi come la pace e la fratellanza è molto scarsa, a causa della politica di potenza perseguita senza scrupoli verso chi è debole. Ma la stessa opinione pubblica che si è mobilitata contro le avventure militari dovrebbe essere pronta a farlo a favore della democrazia in Cina ed in Tibet. A questo proposito, dove sono le forze della sinistra? La denominazione ufficiale del Partito Comunista Cinese ha ancora un peso nel frenarle?

Comunque la presenza di circa 10.000 persone alla conferenza pubblica del Dalai Lama a Milano è un segno positivo. E' ora di scuotersi di dosso ideologie fossili da un lato e grettezze economiciste dall'altro, e ricominciare dai principi basilari della convivenza umana. Abbiamo il potere per stare tutti meglio o autodistruggerci, sta a noi decidere quali maestri seguire.

 [021.AC.TDF.2007 - 20.12.2007]