Riscaldamento globale o istupidimento globale?

di A. Autino

Fra scienza, superstizione e confusione di obiettivi

Mutamenti climatici: l'anidride carbonica e' solo lo 0.03% dell'atmosfera

L'umanità deve “abbandonare la Terra, per colonizzare altri pianeti”?
Sviluppo e decrescita
La via meno dannosa

Mutamenti climatici: l'anidride carbonica e' solo lo 0.03% dell'atmosfera

Quando un'associazione prestigiosa come il comitato del Premio Nobel decide di assegnare il Nobel per la Pace ad Al Gore, per il suo impegno a favore dell'ambiente, significa che qualcosa sta girando veramente storto, nel mondo. La pressione mediatica sul problema (vero o presunto) del global warming sta raggiungendo livelli altissimi, e la questione sembra ormai uscire dalla dimensione scientifica e persino da quella politica, per assumere connotati addirittura religiosi. Non ci sarebbe niente da stupirsi, del resto, in un mondo dove esiste una “Chiesa di Maradona”, che raggruppa ormai 40 mila “fedeli”. Gore stesso afferma che il problema del clima "non è una questione politica, ma ormai una questione morale". Sulla serietà della sua ricerca si può solo considerare che fa il paio con quella dell'IPCC, la commissione intergovernativa istituita dall'ONU per studiare i cambiamenti climatici. Ed, infatti, anche l'IPCC è stata insignita del nobel per la pace, insieme ad Al Gore, per gli stessi “meriti”.

Per quanto riguarda il documentario “Una scomoda verità”, prodotto da Al Gore, l'Alta Corte di Londra lo ha giudicato inadatto ad essere proiettato nelle scuole, perché giudicato pieno zeppo di errori, oltrechè foriero di una visione apocalittica, del tutto incompatibile con fini didattici ed educativi.

Per quanto riguarda invece il panel di specialisti e scienziati creato dall'ONU, come ci ricorda il Prof. Vincenzo Zappalà (autore dell'articolo “I cambiamenti climatici ed i limiti della scienza”), nessun vero specialista del sole e' stato chiamato ad entrare nel panel. La posizione della ricerca astronomica mondiale è infatti pressochè unanime: tutto il sistema solare è interessato da una fase di riscaldamento, dovuta all'attività della nostra stella. D'altra parte dobbiamo ricordare che la percentuale di anidride carbonica nell'atmosfera e' solo lo 0.03% ed anche un suo aumento eccezionale (diciamo il doppio) potrebbe influenzare ben poco la temperatura del globo (ammesso che la CO2 fosse davvero un gas serra importante, e non lo è!). Ben maggiore è, ad esempio, il contributo del vapore acqueo. Se così stanno le cose, anche se noi smettessimo dalla sera alla mattina di immettere gas serra nell'atmosfera, questo nostro sacrificio risulterebbe del tutto irrilevante, e la fase di riscaldamento globale, se mai realmente esistente, continuerebbe pressoché indisturbata. Di più: rinunciando al nostro sviluppo tecnologico, saremmo poi anche completamente indifesi, di fronte agli effetti dei mutamenti climatici.

Ma la crociata si basa ancor più clamorosamente sulla mistificazione di dati scientifici: analizzando il grafico dell'andamento della temperatura e della CO2 negli ultimi 650.000 anni, si vede che i due grafici sono sì correlati, ma è l'andamento della CO2 che segue quello della temperatura (con un ritardo di 800 anni), e non il contrario! La voluta confusione tra causa ed effetto tra CO2 e temperatura planetaria mi sembra una cosa enorme e persino inverosimile: possibile che il potere politico sia oggi così arrogante da non temere smentite da parte della comunità scientifica? E possibile che quest'ultima sia talmente intimidita ed asservita da tacere di fronte a simili bufale? Molto più contraddittoria e discutibile è la questione dello scioglimento dei ghiacciai: vi sono testimonianze di progressivo scioglimento di alcuni ghiacciai, e vi sono testimonianze di crescita ed ispessimento di altri ghiacci perenni. Del resto i ghiaccai non sono sempre stati uguali a se stessi. Le cronache riportano che, dal 1300 al 1400 i ghiacciai sulla Alpi erano talmente esigui da permettere le migrazioni di alcuni gruppi etnici (Walser) che, attraverso i più alti valichi alpini (del tutto privi di neve e di ghiacci!), raggiunsero la Valle d'Aosta, la Valsesia e la Val d'Ossola.

Perché dunque si è sviluppata una corrente di pensiero tanto forte, che invece accusa l'attività umana di essere la principale responsabile dei cambiamenti climatici? Perché il cambiamento climatico è dato ormai per scontato, verità incontrovertibile, quando è tutt'altro che scontato ed accertato? Perché mistificare i dati scientifici, tagliando fuori dai comitati, per paura di scomode smentite, intere comunità di ricercatori? Tra le motivazioni troviamo certamente l'interesse di chi ha fiutato il business dell'ecologia, ma il baco principale è filosofico, ed alligna nelle nostre concezioni occidentali, che ci spingono sempre ad impossibili scelte tra alternative bianche o nere, quando la realtà non è quasi mai bianca o nera, bensì di milioni di colori diversi. L'esigenza di identificare un “diavolo”, responsabile di tutti i mali – anche di quelli che originano nella nostra psiche, poiché, si sa, il “maligno” agisce subdolamente ai margini della coscienza di tutti – è evidentemente più forte di qualsiasi pulsione etica. Quando questa tendenza, occidentale, si accoppia con l'ostinata volontà di rivincita di correnti politiche che hanno ormai rinunciato ad esprimere modelli alternativi di società, ecco che qualsiasi pretesto diventa buono per accusare un modello sociale (le più che imperfette democrazie occidentali) che si continua a combattere anche quando non si hanno più alternative da proporre, quasi che un suo eventuale crollo potesse per difetto riportare a galla ipotesi ormai superate dalla storia e dai mutamenti sociali. Fra l'altro, questo modo di far politica, tutto a negativo (che in Italia conosciamo purtroppo molto bene), mette o sembra mettere i suoi fautori al riparo da qualsiasi responsabilità, che invece inevitabilmente si assume, chi tenta di fare proposte di miglioramento o di superamento dell'esistente. Gore è un politico sconfitto che, per sua stessa ammissione, si è dedicato all'ambientalismo per la grande delusione subita 7 anni fa ad opera di G. W. Bush. E va da sé che, nel caso specifico, l'amministrazione di Mr. Bush ha anche fatto tutto quanto in suo potere per attirarsi tutte le sacrosante critiche possibili, dai clamorosi brogli elettorali, alle bugie sulle armi di distruzione di massa irakene, alla disastrosa politica guerrafondaia, che è quasi riuscita a mettere in ginocchio un'economia forte come quella statunitense.

Tra le cause alla base di crociate planetarie come quella di Al Gore, hanno certamente un posto di primo piano quelle politiche. Il grado di accettazione dello stesso concetto di tassazione da parte dei "contribuenti" (questa stessa parola da' fastidio, perchè assomiglia molto a "mucche da mungere"!) sta cambiando, in gran parte del mondo post-industriale. L'establishment si ingegna quindi a trovare nuove motivazioni, che possano portare i polli a tornare a versare con gioia il loro obolo. Cosa meglio di un bel babau planetario? Ce n'è uno lì a disposizione: la CO2! Ecco spuntare, e forse chi non va frequentemente a Londra non se n'è ancora accorto (ed a Milano entreranno in funzione a breve), nuovi balzelli, da pagare quando si vuole entrare in città. Ma si sente dinuovo parlare di carbon-tax, spuntano delle eco-tax e svariati altri "nuovi" modelli generali di tassazione. Tutto ciò non è più soltanto appannaggio dei poveri Pecorari, capaci tutt'alpiù di sventolare bandierine ecologiste a rimorchio dei vari notav, no-nuc, no-qui e no-là, mentre pur essendo al governo, sono stati in perfetta continuità con il governo Berlusconi, costringendo Rubbia ad andare a lavorare in Spagna, con il suo impianto solare di nuova concezione. No, oggi la faccenda cambia radicalmente di segno, quando scendono in campo potenze planetarie del calibro di Al Gore. I vari geni della finanza, creativa o rigorista che siano, si stanno certo fregando le mani, pregustando i grassi introiti fiscali che arriveranno presto a tiro, sull'onda della credulità popolare! Non voglio offendere l'intelligenza dei lettori di TDF: sono certo che qui nessuno si illude che tali "tesoretti" o tesoroni fiscali vadano poi almeno in parte a finanziare la ricerca di mitiche fonti energetiche alternative, o che si preannunci un giorno o l'altro finalmente un'era di incentivazioni per la nascita di una space economy, la sola politica ambientale ed energetica che sarebbe veramente efficace, sul medio lungo periodo.

C'è, probabilmente, molto da addebitare anche ad una endemica debolezza filosofica, ed ormai persino scientifica, dell'occidente postindustriale. L'incapacità di vedere la Terra inserita in un contesto ecologico cosmico, l'ostinata visione – pre-copernicana – di un ecosistema terrestre avulso dal resto dell'universo, chiuso, limitato ed impermeabile, l'incapacità di valutare l'interfaccia tra la Terra ed il Cosmo, e la quantità enorme di materia ed energia che l'attraversa in ogni istante. Sono limitazioni pesanti, che la nostra cultura dovrebbe riuscire a scrollarsi di dosso, pena risultare irrimediabilmente obsoleta, sulla scena del villaggio globale.

Questo mi sembrava doveroso, quando assistiamo alla costruzione di “bufale” di dimensioni planetarie. Passo quindi a dire che, personalmente, una volta che il problema fosse correttamente ripostulato nei suoi termini scientifici, non sono affatto sicuro che quel 0.03% sia del tutto accurato, come dato. Sono anche alquanto scettico circa le reali capacità delle nostre conoscenze scientifiche e dei nostri mezzi e strategie di misura, per quanto riguarda la possibilità di accertare le reali cause del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici. Potremmo insistere a misurare quelle che crediamo essere le cause principali di un fenomeno, trascurando altre variabili che invece entrano subdolamente nell'equazione, e che potrebbero magari anche innescare processi del tutto opposti a quelli che ci sembra di osservare e di cui ci preoccupiamo.

Del resto forse non è neppure così urgente e determinante accertare le cause di tali fenomeni, quanto: (i) accertarne l'esistenza e (ii) decidere le contromisure da adottare.

È chiaro che anche la discussione sulle cause ha comunque una sua importanza, poiché, se si accertasse che le attività umane non sono la causa principale del fenomeno, l'attività di cui al punto (ii) potrebbe tranquillamente scartare (o quantomeno considerare non prioritarie per l'obiettivo definito) contromisure tipo quelle auspicate dal protocollo di Kyoto.

Tuttavia sia l'accertamento dell'esistenza sia l'accertamento delle cause prevalenti dei cambiamenti climatici potrebbero protrarsi molto a lungo, o comunque non terminare in tempo sufficiente all'adozione di possibili contromisure.

Allora, cosa dovremmo fare? A questo punto subentra un criterio di “precauzione”, che, prendendo atto della nostra sostanziale ignoranza nonché scarsa capacità di reale influenza, dovrebbe portarci ad imboccare la via meno dannosa, tra quelle possibili. Ma, prima di approfondire questo punto, cruciale, vorrei sgombrare il campo da alcune false dicotomie, cercando di impostare una visione più realistica del problema. È molto importante, infatti, stabilire da quale prospettiva guardiamo i problemi della nostra civiltà, ed anche il problema ambientale. Il problema ambientale, per gli umanisti astronautici, è infatti parte di un problema più grande: quello di assicurare la continuazione della civiltà umana e della sua evoluzione.

L’umanità deve “abbandonare la Terra, per colonizzare altri pianeti”?

Posta in questo modo, la domanda fa venire la pelle d'oca a qualsiasi sincero astro-umanista. Purtroppo, è la domanda che Al Gore ha suggerito, nel corso del suo recente discorso tenuto a Parigi, dove ha presentato il suo film già citato, al presidente Sarkozy e ad un eccezionale parterre di ministri e di personalità del gotha politico francese. Evidentemente riecheggiando dibattiti politici esistenti negli Stati Uniti (da noi tutto ciò è fantascienza, anche se forse in Francia un tantino meno), Gore ha affermato: “qualcuno sostiene che, per risolvere il problema ambientale, dovremmo colonizzare altri pianeti!”. Ovviamente, se mi si ponesse seccamente la domanda, senza la possibilità di argomentare: “pensi che colonizzare altri pianeti potrebbe aiutare a risolvere il problema ambientale?” risponderei esattamente come quel qualcuno citato da Gore: “assolutamente sì”.

Ma la questione è molto mal posta, e riflette un modo becero di sfiorare il dibattito sulla cosiddetta space option. Gore sa bene che, da noi in Europa, la questione spaziale è ben lontana dall'agenda di qualsiasi politico, e quindi approfitta per sparare bordate qualunquiste e disinformative, sull'argomento. In modo anche piuttosto trasparente, Gore sta cercando di “unificare gli intenti” dietro la sua crociata ambientalista. Questa sarebbe, secondo lui, una grande opportunità: l'ennesima visione imperiale, probabilmente, passando più avanti a mettere tra le “nazioni canaglia” chiunque non si accodi diligentemente.

Nessun “avvocato” dell'astronautica, da Tsiolkowsky, ad O'Neil, ad Ehricke, fino a quelli contemporanei, ed a noi stessi (se possiamo umilmente ed immeritatamente accostarci ai “padri” filosofici dell'astro-umanesimo), ha mai parlato di abbandonare la Terra per colonizzare altri pianeti. Non posso ovviamente parlare a nome di qualsiasi balordo che Gore potrebbe aver inteso citare, ma il giudizio non cambia: perché citare, e proprio in Europa, le frange più becere dei movimenti ambientalisti pro-space che esistono oltre Atlantico? Certo qui da noi pensare ad un Pecoraro Scanio sostenitore della colonizzazione spaziale fa ridere i polli. Comunque rimane il fatto che il concetto di abbandono è completamente estraneo a qualsiasi sincero sostenitore dell'espansione umana nello spazio extraterrestre.

Come accennato più sopra, per gli umanisti astronautici (non oso dire per gli umanisti tout-court, anche se in effetti dovrebbe essere così), il problema principale non è il problema ambientale, bensì assicurare la continuazione della civiltà umana. Il problema ambientale fa, eventualmente, parte del problema della civiltà. Espandendosi nel sistema solare la nostra civiltà – ed insisto sul concetto di civiltà, e non tanto di specie – getterebbe basi molto più solide per la propria continuazione ed evoluzione. Spargendo il seme in una nicchia ecologica più grande, si darebbero maggiori possibilità alla diversificazione culturale e biologica, assicurando quindi possibilità molto maggiori all'evoluzione. Sul piano della sicurezza, costituire insediamenti autosufficienti su altri corpi celesti, o anche su strutture artificiali costruite in orbita o nei punti di Lagrange, diminuirebbe drasticamente le possibilità di estinzione, a causa di catastrofi cosmiche o locali. Sul piano dell'ingombro umano su questo pianeta, accedere a spazio e risorse diverse da quelle del nostro pianeta madre, consentirebbe alla “Mamma” di “tirare un po' il fiato”. Quando i figli sono cresciuti, è bene che vadano a stare da soli, mica dovrà essere sempre la mamma a lavar loro le mutande, fino a 50 anni??!? È così che va vista la questione: l'umanità è cresciuta, è ora che metta su casa su qualche altro pianeta, e così facendo, la Civiltà Terrestre dia vita ad una Civiltà Solare.

Nella civiltà solare, sarebbe ovviamente compresa anche la Terra, altrochè abbandonarla! Chi è quel figlio degenere che abbandona la madre e non va mai a trovarla, e non si prende cura di lei? So che i cinici – che vogliono sempre essere più “cool” di tutti -- diranno “qualunque figlio”. Ma non è così, la maggioranza dei figli vuol bene alla mamma, e la vanno a trovare, anche se brontolona. Vivere su altri pianeti, fare esperienza di ecosistemi artificiali, mettere in opera processi di terraformazione, ci aiuterebbe anche a capire qualcosa di più sul come funzionano gli ecosistemi, e magari ci aiuterebbe a fare una miglior manutenzione di ambienti naturali su questo pianeta (manutenzione di un ambiente bello, sano e vivibile per la nostra civiltà, beninteso, quindi non necessariamente ambienti “naturali incontaminati”). Naturalmente, spostare parte del nostro sviluppo industriale fuori dalla Terra porterebbe un inevitabile alleggerimento del nostro ingombro su questo pianeta. La colonizzazione del sistema solare, quindi, porterebbe probabilmente, anche , ad un miglioramento dello stato ecologico di questo pianeta.

Ma, come ho detto, non è questo il problema principale.

Sviluppo e decrescita

Poiché il nostro primo dovere – in quanto forma di vita intelligente – è verso la nostra specie, il nostro problema principale è quello di assicurare la continuazione della nostra civiltà e quindi la sua evoluzione. Perché bisogna sempre considerare insieme queste due categorie, la continuazione della civiltà e la sua evoluzione? Perché l'una non sopravvive senza l'altra. La civiltà può continuare solo se continua ad evolversi, altrimenti implode su se stessa, e si torna alla barbarie ed anche più indietro, allo stato animale. L'evoluzione della civiltà è possibile solo se evolve la sua etica. L'evoluzione etica è possibile solo se vi sono risorse sufficienti per assicurare benessere, salute ed istruzione, almeno in prospettiva, a tutti i membri della società. 

Una società che non sia capace di produrre ricchezza per tutti è condannata ad essere “governata” da personaggi sedicenti capaci di spartire la miseria in modo imparziale fra tutti… riservando ovviamente a se stessi, alle proprie famiglie ed ai propri valvassori, tutto il necessario ed un po' di più! Da questo si evince chiaramente che la continuazione della civiltà esige un'economia crescente, che possa lavorare a risorse infinite. La continuazione della civiltà è possibile solo se c'è la crescita della civiltà, mentre una civiltà stabile – o meglio stagnante – è una contraddizione di termini, un ossimoro. Per dieci miliardi di umani le risorse energetiche e materiali del sistema solare sono praticamente infinite, e lo stesso possiamo dire per 100 miliardi di umani, e forse anche per 1000 miliardi. Immaginate cosa potrebbe essere un vivaio di idee composto da 1000 miliardi di intelligenze? Ed un mercato così grande? Già adesso, quando consideriamo che oggi in Cina ci sono migliaia di persone che possono acquistare una Ferrari, questo ci stimola idee imprenditoriali di dimensione impensabile, fino a qualche decennio fa. Però anche ci preoccupa, perché siamo ben consci della limitatezza delle risorse di questo pianeta, ed il rastrellamento di materiali ferrosi e di rame da parte delle imprese cinesi sta portando rapidamente ad un'impennata insostenibile dei prezzi di tali materie prime. Lo sviluppo della Cina e dell'India è affascinante, ma fa anche paura, perché siamo così vicini alle sbarre della gabbia, ossia al limite delle risorse di questo pianeta. Pensiamo invece cosa vorrebbe dire un orizzonte di sviluppo non più limitato dalla finitezza delle risorse di questo pianeta.

Ma, nel mondo, ben pochi sembrano purtroppo ragionare su questa lunghezza d'onda. La filosofia che sta prendendo più piede, nel mondo post-industriale, è quella della decrescita. Si tratta di una filosofia che utilizza i cambiamenti climatici e l'inquinamento come pretesti, perché in realtà si propone di dimostrare una posizione ideologica negativa e ben precisa: che il sistema del libero mercato porta alla catastrofe. È interessante notare come, dal punto di vista ideologico, si tratti di una visione parecchio peggiorativa, rispetto alla stessa visione marxiana: per Marx lo sviluppo delle forze produttive portava ineluttabilmente al progresso sociale da un lato, ed all'esplodere delle contraddizioni tra le classi, con l'avvento finale di una società senza classi e senza stato (!). Nulla ci porta a considerare che tutto ciò non stia in realtà avvenendo, anche se non nel modo previsto ed auspicato dai marxisti (cioè la fase socialista, che per i leninisti dovrebbe ineluttabilmente precedere l'estinzione utopica dello stato). Il catastrofismo è venuto assai dopo. Il dramma è che, pur non esistendo (più) progetti politici o sociali alternativi, i diaframmi tra le vecchie classi sociali sono purtroppo più persistenti delle classi stesse, e non esiste neppure la più vaga coscienza di che cosa significherebbe anche solo un inizio di decrescita, in termini di riduzione delle opportunità di avere ordini, commesse e lavoro. Chi vive quotidianamente sul fronte delle banche, dei clienti e della negoziazione degli ordini, ha invece, sulla propria pelle, la percezione in tempo reale del vero mostro mangia-civiltà, che tutti i giorni cerca di emergere: la decrescita. Nella generale insipienza, spesso in malafede, l'astronautica, il solo vero asse di sviluppo industriale forte di quest'epoca, continua ad essere figlia di nessuno. E lo space tourism, l'insospettato dai più vero potenziale catalizzatore della space economy, viene trattato come una divertente e garrula bizzarria da ricchi annoiati. Eppure, se arriviamo a capire che il vero avversario ideologico da combattere è la decrescita, allora ci rendiamo conto che i fronti non sono quelli che ci fanno vedere ogni giorno in tv, da questa come probabilmente da quell'altra sponda dell'Atlantico (e chissà cosa vedono i nostri co-planetari cinesi ed indiani?). Per arrivare a guardare in alto bisogna anche stare dalla parte del genere umano, e dalla parte di quelli che ogni giorno tentano di tirare insieme, come si dice, il pranzo con la cena sulla superficie di questo pianeta. Corteggiare la decrescita significa votarsi all'autoritarismo ed alla barbarie. Se c'è abbondanza, potremo facilmente trovare nuovi sistemi più equi e leali di spartircela. Se c'è solo miseria, … ognuno può concludere da sé questa disgraziata opzione. Del resto, si tratta di un film che abbiamo già visto anche troppe volte.

La via meno dannosa

Da tutto quanto sopra considerato, mi sembra evidente che:

  1. non abbiamo alcuna sicurezza che esista realmente un processo di riscaldamento globale;

  2. non abbiamo alcuna sicurezza che le nostre attività industriali influiscano in misura significativa sull'andamento del clima planetario;

  3. non possediamo cognizioni scientifiche sufficienti né strumenti di misura che ci consentano di misurare con certezza la reale entità dei fenomeni né di accertarne le cause prevalenti.

Anche se causato da cause naturali – la multiformità nel tempo delle attività solari – l'ipotetico riscaldamento globale non si trasformerebbe per questo da “diavolo” in “angelico benefattore”. Così come la radioattività naturale non è meno dannosa di quella prodotta da centrali nucleari di vecchia concezione, l'incremento della temperatura planetaria può avere effetti disastrosi in molte regioni del pianeta, in particolare quelle che già soffrono di scarsità idrica. Forse in altre regioni – quelle più fredde – tale processo potrebbe portare anche a benefici, grazie ad un clima maggiormente temperato (pensiamo a quando in Inghilterra si produceva vino…).

Inoltre, come chiarisce bene l'articolo di Zappalà già citato, prevedere il futuro andamento della temperatura del pianeta è almeno difficile quanto azzeccare le previsioni meteorologiche! Ad esempio potrebbe anche darsi che, se fosse vero che l'ecosistema terrestre è un processo continuo autoregolante (si veda il paper di David Buth “Gaian Science, Philosophy, Spirituality and the Rainbow Way”), potrebbe reagire al maggior riscaldamento solare con un'azione in senso opposto (climatizzante), per mantenere un ipotetico “set point” di temperatura . Una reazione molto semplice, causata dal calore, è l'aumento delle nubi (per citare uno dei babau più popolari, il temuto inverno nucleare sarebbe provocato dalle nubi del fallaut radioattivo, che fermerebbero l'irradiazione solare per anni). Non dimentichiamo che, solo poche decine di anni fa, si pensava ad un nuovo periodo glaciale, nel prossimo futuro, e si guardava quindi ad un possibile riscaldamento causato dalle attività umane come ad una benedizione!

La prima valutazione che si deve fare è ovviamente una stima dei danni potenziali che possono essere causati da processi di repentino cambiamento climatico , quale che ne sia il segno. Eseguire, cioè, una seria attività di risk assessment , ovviamente per quanto consentito dalle nostre attuali conoscenze scientifiche. Dal punto di vista che ci interessa maggiormente – che riassumiamo nella formula continuazione e sviluppo della civiltà – è chiaro che questi processi destano notevole preoccupazione. Se da un lato, ad esempio, i ghiacci polari si sciogliessero, aumentando il livello dei mari, e dall'altro la desertificazione interessasse regioni sempre più estese della superficie emersa, lo spazio vitale per noi, sette miliardi di umani che ci arrabattiamo su tale superficie, è destinato a diminuire. D'altro canto, se una nuova glaciazione fosse alle porte, questo potrebbe ugualmente compromettere le nostre possibilità di sopravvivere ed evolverci, nella congiuntura critica che ci vede prossimi ai 10 miliardi di individui.

Abbiamo visto che per noi la crescita e lo sviluppo sono indispensabili, conditio sine qua non per l'evoluzione etica cui aspiriamo in modo per tante ragioni non più derogabile. Di per sé, quindi, il rischio di cambiamenti climatici eclatanti è molto grave, e potrebbe anche rivelarsi una “show stopping” condition, vale a dire una condizione capace di contribuire a fermare il nostro processo di crescita. Ma se anche arrivassimo a concludere che l'eventualità di un collasso ambientale a causa della nostra crescita non è poi così vicina, resta pur sempre la drammatica esiguità delle risorse energetiche e di materie prime del nostro pianeta madre, a consigliare di intraprendere senza ulteriori indugi la via delle stelle. Dovremo quindi formulare ed adottare contromisure serie e fattive.

Ogni minaccia, ovviamente, ha diverse valenze: se la si avverte in tempo, e se si è capaci di prendere contromisure adeguate, si potrà dire che è servita da stimolo a qualche positivo passo evolutivo. Se non compresa in tempo, o se si adottano contromisure inadeguate, la minaccia invece si rivela fatale. Purtroppo il giudizio definitivo, se la minaccia abbia funzionato da utile stimolo oppure si sia rivelata uno spietato assassino, può darlo solo la storia, a posteriori. Quindi discettare sulla presunta utilità delle minacce, o peggio “tifare” per le minacce, sperando che fungano da utile stimolo, è un esercizio peggio che inutile, che può confondere ulteriormente le idee, in un contesto dove già la chiarezza non abbonda.

Nel dubbio circa la reale consistenza delle minaccie ambientali, per noi umani si tratta di applicare un saggio principio di precauzione, con gli obiettivi prioritari (nell'ordine) di:

  1. impedire l'ulteriore restringimento dello spazio vitale e delle risorse di sviluppo della nostra civiltà;
  2. acquisire nuovo spazio vitale e risorse di sviluppo;
  3. acquisire energia pressochè illimitata, raccogliendo l'energia solare nello spazio;
  4. accrescere la nostra sicurezza, diversificando i siti cosmici del nostro sviluppo;
  5. alleggerire in prospettiva questo pianeta dall'ingombro rappresentato dalla nostra esistenza in quanto specie senziente.
I cinque obiettivi sopra esposti ci portano in un'unica direzione: verso l'alto, senza ulteriori.

Collegamenti

I cambiamenti climatici ed i limiti della scienza - Vincenzo Zappalà

Altri commenti ed interventi sui cambiamenti climatici - M. Martin-Smith, D. Christlein, L. Spairani 

Scheda dei riferimenti
Home page del servizio sui cambiamenti climatici

 

 [001.AA.TDF.2007 - 02.12.2007]