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Tre (forse quattro) sono gli schemi possibili: Confinamento
gravitazionale. E' il meccanismo utilizzato nelle stelle, non
è ovviamente utilizzabile nei reattori terrestri
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Confinamento magnetico. Si riscalda la “miscela” nucleare, il plasma di Idrogeno / Deuterio / Trizio, confinandolo tramite un forte campo magnetico per impedirne sia la dispersione sia il contatto con una qualunque parete solida che non resisterebbe a simili temperature. Si tratta della tecnica che si vuole sperimentare con ITER e IGNITOR, è la tecnica oggi considerata più promettente e a cui dedicheremo il resto di questo articolo. Fusione Fredda. Nei solidi la repulsione coulombiana può essere schermata da effetti collettivi degli elettroni del reticolo e non è più necessario riscaldare per fornire l’energia necessaria a superare la barriera coulombiana. La tecnica si basa su elettrolisi con elettrolita deuterato utilizzando catodi specifici (ad es. Palladio). Tramite elettrolisi si fa entrare nel reticolo del catodo il deuterio fino a portarlo ad una concentrazione (part./cm3) dell’ordine di quella degli ioni costituenti il reticolo. I risultati sperimentali sono controversi e difficilmente riproducibili: si ha sviluppo di calore quando la concentrazione del deuterio è dell’ordine di quella dell’elemento del catodo ma sono imprevedibili l’inizio del fenomeno e la durata, si ha qualche evidenza di trasmutazioni nucleari. In mancanza di un solido fondamento teorico e di risultati apprezzabili non è possibile dire se questa linea di ricerca potrà portare alla produzione di energia. |
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La ricerche sulla fusione, un po' di storia Questo paragrafo è stato in gran parte tratto dall' ottimo articolo “STORIA (SCIENTIFICA E NON SOLO) DELLA CONFIGURAZIONE TOKAMAK” di A. Sestero che vi invito a consultare. Gli studi sugli usi pacifici dell'energia termonucleare hanno avuto origine negli anni '50 (come attività a latere delle ricerche sui dispositivi termonucleari di interesse militare). La “declassificazione” degli studi sul confinamento magnetico (avvenuta formalmente nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite svoltasi a Ginevra nel 1958 ) consentì a nuovi paesi di aggiungersi ai tre originariamente attivi in detto ambito di ricerca. Tuttavia Stati Uniti, Unione Sovietica e Inghilterra mantennero per qualche tempo una certa preminenza nel campo. In particolare l'Inghilterra continuò a dedicarvi sforzi notevoli, i quali ad un certo punto dettero adito alla progettazione e costruzione della cosiddetta “macchina ZETA”. Tecnicamente la macchina ZETA apparteneva ad una classe di configurazioni sperimentali che in gergo fusionistico sono denominate zetapinch toroidali stabilizzati. Tali dispositivi sono costruiti a partire da una camera da vuoto metallica di forma toroidale, nella quale viene introdotto un gas a bassa pressione. Il gas viene ionizzato con tecniche appropriate, e nel plasma così ottenuto viene indotta una corrente elettrica molto intensa nella direzione toroidale. La produzione di tale corrente è di fatto lo scopo principe di questa tipologia di esperimenti, che attraverso di essa si propongono di raggiungere due risultati, il riscaldamento del plasma e il suo confinamento: il primo risultato essendo prodotto dall'effetto Joule associato alla corrente indotta nel plasma, e il secondo risultato essendo assicurato tramite il campo magnetico meridiano generato da questa stessa corrente. Per rendere possibile tutto ciò è tuttavia necessario completare la configurazione con un ulteriore ingrediente: ovvero un campo magnetico di direzione toroidale, generato da bobine disposte attorno alla camera da vuoto. Questo campo magnetico aggiuntivo ha lo scopo di rendere possibile l'esistenza, nella geometria toroidale considerata, di appropriati ``equilibri di plasma'', nonché di assicurare la stabilità di questi equilibri nei confronti di possibili perturbazioni. I fisici non l'hanno mai amato il campo toroidale: le bobine necessarie per la sua generazione sono state vissute come una camicia di forza posta attorno al plasma, che fastidiosamente intralciava le possibilità di accesso a quest'ultimo. Per di più, il costo (non trascurabile) di dette bobine è stato percepito come un inopportuno drenaggio operato sulle risorse economiche disponibili. Nei limiti del possibile, pertanto, si è sempre cercato di utilizzare campi toroidali di modesta intensità , così da limitare i suddetti aspetti negativi. Per evitare l'impatto distruttivo sul plasma delle instabilità è necessario scegliere il campo toroidale o al di sopra o al di sotto di una certa fascia di valori, in corrispondenza della quale vengono infatti a instaurarsi topologie di campo particolarmente insidiose. Alla luce dell'ostilità preconcetta verso il campo toroidale che è stata più sopra ricordata, appare facilmente comprensibile il fatto che i fisici abbiano preferito indagare inizialmente valori di campo posti al di sotto della fascia proibita: scelta compiuta appunto nella macchina ZETA ed esperimenti consimili. La seconda area di stabilità macroscopica, quella connessa a valori più elevati del campo magnetico toroidale, fu fatta oggetto di indagine soltanto in un secondo tempo. Ciò avvenne per iniziativa dei laboratori sovietici, i quali per primi imboccarono tale strada, realizzando in proposito un esperimento battezzato TOKAMAK, destinato a far notizia . Con l'esperimento TOKAMAK T-3 alla fine degli anni '60 i russi ottennero un progresso strepitoso nella qualità del confinamento. Dopo questo esperimento (e dopo che i risultati conseguiti furono certificati da scienziati inglesi inizialmente increduli e dubbiosi della validità e dell'esattezza delle misure russe) molti laboratori occidentali modificarono i loro programmi, convertendosi essi stessi alla configurazione TOKAMAK. In tempi relativamente brevi si ebbero ulteriori ripetute conferme della validità di tale soluzione, che in campo fusionistico praticamente assunse il ruolo di configurazione di riferimento. L'obbiettivo della produzione commercialmente utile di energia da reazioni nucleari di fusione restava tuttavia ancora assai lontano. In linea di principio, per aumentare le prestazioni fusionistiche nell'ambito della configurazione TOKAMAK ci sono due percorsi tra loro complementari: si possono incrementare le dimensioni del dispositivo oppure se ne possono accrescere intensità di campo magnetico e densità di flusso di corrente. La maggioranza dei fisici fusionisti ha sempre mostrato preferenza per la prima alternativa. E' questa la strada seguita dai principali “esperimenti” con configurazioni di tipo TOKOMAK: l'esperimento JET europeo, il TFTR americano e il JT-60 giapponese: macchine progettate nel corso degli anni '70 ed operative a partire dagli anni '80. Questa è anche il filone in cui si inserisce l'attuale progetto ITER. L'esperimento JET (il Joint European Torus), costruito a Culham in Inghilterra, rappresentò uno sforzo comune dei paesi dell'area europea. L' iniziativa fu preparata con cura. Fu nominata una commissione, cui fu affidato l'incarico di indicare la combinazione di parametri di macchina che poteva consentire l'impiego più proficuo delle risorse a disposizione. Per il campo toroidale fu raccomandato il valore di 5 tesla. Completata l'indagine preparatoria, fu costituito il gruppo di progetto, incaricato di elaborare i disegni costruttivi dell'esperimento. Questo gruppo si trovò da subito in disaccordo con quanto raccomandato in precedenza dalla commissione di studio. L'opinione che vi prevalse fu che il nuovo dispositivo avrebbe dovuto essere soprattutto molto grande e con un campo magnetico toroidale piuttosto ridotto (così da non debordare troppo nei costi, vista la scelta alquanto liberale fatta con le dimensioni). Iniziò a questo punto un braccio di ferro, al termine del quale il gruppo di progetto riuscì di fatto ad imporsi. Fu così dato il via alla progettazione e quindi alla costruzione del JET, con il campo magnetico toroidale stabilito al valore di 2.8 tesla. Quando giunse il momento dell'avvio delle attività operative sull'esperimento, tuttavia, si dovette quasi subito ammettere che, forse, si era un po' esagerato nel tenere basso il campo. Il nuovo dispositivo infatti non si comportava in modo sufficientemente muscolare. A malincuore, e con un certo imbarazzo, si dovettero richiamare gli ingegneri ai loro tavoli da disegno, e commissionare una riedizione potenziata del magnete toroidale. Naturalmente, coi vincoli che derivavano dall'essere le altre componenti di macchina già costruite, il valore di 5 tesla inizialmente raccomandato dalla commissione di studio era a questo punto irraggiungibile. Gli ingegneri riuscirono comunque a portare il campo toroidale al valore di 3.5 tesla. Il JET a 3.5 tesla ha prodotto nella sua lunga vita un'interessante messe di risultati. Alla luce delle vicende sopra ricordate, tuttavia, non possiamo evitare di chiederci quali risultati avrebbe potuto produrre se si fosse rispettata l'indicazione iniziale. La
seconda strada per aumentare le prestazioni di un reattore a
fusione è quella di lavorare con alti campi magnetici. Il successo ottenuto con ALCATOR A incoraggiò lo sviluppo di nuovi dispositivi ad alto campo. Questi furono costruiti ancora presso il MIT, ma altresì nei Laboratori dell' ENEA di Frascati. Qui sono stati costruite le macchine FT (Frascati Tokamak) non più operativo e FTU (Frascati Tokamak Upgrade) ancora in funzione. Scopo di tali investigazioni non fu tanto quello di aumentare ulteriormente il valore del campo toroidale, quanto piuttosto quello di conciliare quest'ultimo con geometrie più avanzate (tori panciuti, sezioni del plasma assialmente elongate), queste ultime essendo più favorevoli per gli scopi fusionistici prefissati. Nel corso degli anni '90 si conseguono ulteriori miglioramenti soprattutto utilizzando come “combustibile” miscele di Deuterio e Trizio invece che il solo Deuterio utilizzato in precedenza: le macchine fin qui costruite producono più energia di quella immessa ma non lavorano ancora in condizione di “bruciamento” del plasma. Non sono cioè in grado di raggiungere la condizione in cui non è più necessario fornire energia al plasma per mantenere la reazione di fusione ma questa si automantiene grazie all'energia prodotta. In condizione di bruciamento l'energia depositata nel plasma dalle particelle alfa ottenute da reazioni di fusione è sufficiente a compensare tutte le perdite di energia subite dal plasma stesso. |
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L'accensione
(ignition) del plasma dipende sostanzialmente dal prodotto nTτ
(densità * temperatura * tempo di confinamento).
L'accensione avviene per valori di nTτ >= 2*1021 (m-3,
keV, sec.). Le macchine attuali hanno raggiunto valori entro un
fattore 3 da quanto necessario. Nel corso degli anni '90 inizia così una lunga (e frustrante) fase di progettazione di una nuova generazione di reattori il cui elemento centrale è senz'altro il progetto ITER ma che vede anche nascere l'idea di IGNITOR (sul filone delle macchine ad alto campo) come mezzo per raggiungere più rapidamente la condizione di bruciamento. |
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Come
punto di approdo delle ricerche su macchine con elevati campi
magnetici condotte al MIT ed in Italia fu avviato
sul un progetto ambizioso, battezzato IGNITOR,
prefiggentesi (come suggerito dal nome) il raggiungimento nel
plasma di condizioni di ignizione. E veniamo ora al progetto ITER ( l' International Thermonuclear Experimental Reactor). Col suo lancio, si intendeva ripetere - questa volta a livello mondiale - l'esperienza unificante che aveva caratterizzato il JET a livello europeo. L'esordio di ITER (le prime discussioni su questo progetto iniziarono alla fine del 1985 ) avvenne in circostanze particolari, che aggiunsero all'iniziativa una considerevole valenza politica. Era infatti il momento in cui in Unione Sovietica si prendevano le prime timide iniziative di liberalizzazione e avvicinamento all'Occidente. Coinvolgere l'Unione Sovietica in un importante progetto internazionale avrebbe certamente aiutato l'evoluzione in corso al suo interno. Tanto più per l'elevato valore simbolico che in quest'ottica assumeva la ricerca termonucleare per scopi pacifici: non dobbiamo infatti scordare che la ricerca termonucleare per scopi militari era stata per anni l'aspetto più pericoloso della guerra fredda. Il lancio dell'iniziativa ITER avvenne pertanto in un clima di grandi speranze che, tra le altre cose, sembravano legittimare l'attesa di finanziamenti piuttosto liberali per gli anni a venire. Cullandosi in tali aspettative, il gruppo incaricato di progettare l'esperimento definì per quest'ultimo obbiettivi assai ambiziosi, includendo tra le previste finalità non solo importanti traguardi di fisica, ma anche tutta una serie di obbiettivi specifici dell'ingegneria di un possibile reattore commerciale. Tutto ciò portò ad una considerevolissima lievitazione delle stime di costo formulate per l'esperimento, nonostante il volonteroso tentativo di parzialmente contenere quest' ultime (a parità di obbiettivo finale in termini di prestazioni) mediante l'introduzione di valori di campo toroidale tipicamente doppi di quelli utilizzati nel dispositivo JET. Nel volgere di pochi anni, tuttavia, cambiamenti importanti si manifestarono nella situazione politica del blocco orientale. L'Unione Sovietica si dissolse, e le singole realtà statali da essa emerse (in primo luogo la nuova Russia) iniziarono ad inseguire spontaneamente il miraggio di un libero mercato e una libera economia. È chiaro che in questa nuova situazione la valenza politica inizialmente riposta nella collaborazione internazionale sul progetto ITER non sussisteva praticamente più . Questo dato di fatto, unitamente alla smodata lievitazione dei costi di ITER sopra denunciata, indussero alla fine gli Stati Uniti a chiamarsi fuori dalla collaborazione sul progetto ITER. Quanto alla nuova Russia, in realtà avrebbe desiderato rimanere nell'accordo di collaborazione, ma non poteva semplicemente permetterselo, perché le difficoltà della situazione contingente la costringevano a darsi ben altre priorità . Il
progetto ITER rimase pertanto nelle mani degli altri paesi
partecipanti: in primo luogo l'Unione Europea e il Giappone. In
queste circostanze apparve chiaro che, per sopravvivere, il
progetto ITER doveva essere sottoposto a vigorosa cura
dimagrante. |
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A che punto siamo? ITER Gli
attuali partner del progetto ITER sono Cina, Unione Europea,
Giappone, Russia, Corea del Sud e Stati Uniti. Recentemente (2005)
l'India ha chiesto di partecipare al progetto, i negoziati per il
suo ingresso sono in corso. |
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L'attuale stima dei costi per la costruzione di ITER è di circa 5 miliardi di euro più ulteriori 5 miliardi per tenerlo in funzione per 20 anni. IGNITOR Il progetto IGNITOR si trova in uno stadio avanzato di progettazione e di prototipazione che ne consentirebbe la realizzazione, grazie anche alle sue dimensioni contenute, in 4 / 5 anni. Il costo di realizzazione del “nucleo” può essere stimato in circa 70 milioni di €, quindi un costo complessivo dell'impianto non superiore ai 150/200 milioni di euro ( circa 20 volte minore del costo stimato per ITER). Un costo teoricamente affrontabile dalla sola Italia. (ad oggi sono stati stanziati dall' Italia per IGNITOR (periodo 1994/2000) e in parte non spesi circa 65 milioni di euro). Il progetto è stato presentato nel luglio del 2002 al “Fusion Summer Study” tenutosi a Snowmass (CO) durante il quale è stato confrontato con ITER e con FIRE (la proposta americana alternativa ad ITER ed al momento “congelata” vista la decisione di partecipare ad ITER). Le conclusioni dello studio (vedi Major Conclusions of the MFE Study) sono state che IGNITOR non poteva sostituire ITER o FIRE come “esperimento principale” ma costituire un buon elemento a supporto visto la sua (probabile) capacità di produrre plasma in condizioni di bruciamento, i suoi costi contenuti e l'avanzato stadio di progettazione che ne consentiva la realizzazione in tempi rapidi. Il progetto è ad oggi sostanzialmente “fermo” in attesa di una decisione politica. Di fatto il governo non si è più occupato della questione dopo la finanziaria del 2000. L' onorevole Gianfranco Morgando (Margherita) ha presentato nel 2004 una proposta di legge per “smuovere le acque” e riportare attenzione sull'argomento, anche se con speranze praticamente nulle che sia presa in considerazione in questa legislatura. Il sito ad oggi “individuato” per l'eventuale costruzione di IGNITOR è il sito Terna-Enel di Rondissone (Piemonte) a circa 30Km da Torino e nelle vicinanze del centro ENEA di Saluggia (IGNITOR richiede infatti la disponibilità di oltre 1.000 MW di potenza elettrica, richiesta non banale da soddisfare). Un sito alternativo è quello della centrale nucleare (in corso di smantellamento) di Caorso in provincia di Piacenza. Quanto visto porta a concludere che la costruzione di IGNITOR è praticabile ed ha senso nell'ambito dello sforzo internazionale verso la realizzazione di un reattore a fusione solo se l'eventuale decisione di procedere sarà presa rapidamente, IGNITOR è tanto più importante quanto sarà disponibile prima che la realizzazione di ITER si avvicini alle sue fasi finali. |
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La strada per arrivare alla produzione di energia da fusione prevede di portare avanti “in parallelo”:
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Il passo successivo sarà la costruzione di un impianto “dimostrativo” (macchina DEMO) in grado di produrre effettivamente energia elettrica: questa macchina potrà essere basata su una configurazione Tokamak simile a quella di ITER o su una diversa configurazione a seconda dei risultati ottenuti grazie ad ITER e agli altri esperimenti condotti in parallelo. Tutto questo porta ad una previsione di disponibilità di un reattore commerciale a fusione non prima del 2050. Occorre quindi accelerare il più possibile sul fronte della fusione anche attivando esperimenti “paralleli” a quello principale (IGNITOR v/s ITER) ma anche percorrere altre vie sulla strada della sostituzione del petrolio (e del carbone) quali fonti principali di energia. Nei prossimi numeri di TDF cercheremo di esplorare possibilità, tempi e costi di tecnologie alternative quali i reattori a fissione di nuova concezione, le biomasse, l'eolico, il solare terrestre e il solare spaziale. |
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[021.FP.TDF.2005 - 10.11.2005] |
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