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La transizione del petrolio: da risorsa a palla al piede della Civiltà di Alberto Cavallo
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lampada a petrolio - il cannocchiale |
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Il prezzo del petrolio continua a salire Quasi esattamente un anno fa il prezzo del petrolio arrivava alla soglia dei 45 US$ al barile e pubblicammo un'analisi sul tema più ampio della reale situazione della produzione e delle riserve del preziosissimo oro nero. Oggi siamo arrivati a 67 dollari (un altro 48% in più), sia pure con oscillazioni dovute alle solite mosse speculative del brevissimo periodo. Naturalmente il recente disastro causato dall'uragano Katrina nel sud degli Stati Uniti non mancherà di avere, a sua volta, un profondo impatto sul mercato. In ogni caso, quello che allora sembrava un prezzo già molto alto è stato quindi ampiamente superato. C'è chi prospetta valori superiori ai 100 dollari al barile per un futuro non lontano. Un anno fa dicemmo che esistevano cause strutturali, per le quali l'andamento del prezzo del greggio non sarebbe sostanzialmente cambiato, rimanendo permanentemente al rialzo sul lungo termine. L'analisi si è dimostrata valida, anzi sembra confermata la sua versione più pessimistica. La rivediamo punto per punto, per capire se qualcosa è cambiato e che cosa ci possiamo aspettare ancora. |
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Contrabbando di petrolio in Iraq |
L'analisi economica I prezzi salgono prima di tutto perché la domanda continua ad eccedere l'offerta. Certo esistono componenti speculative, ma ci sono buoni motivi per ritenere che a queste si possano attribuire soltanto le oscillazioni sul breve periodo, non certo la tendenza generale. Ad esempio, subito dopo Ferragosto c'è stato un lieve calo, per la normale situazione di realizzazione della plusvalenza: chi ha potuto ha venduto quote di produzione acquistate in eccesso, per incassare il guadagno. La tendenza generale però non mostra segni di cambiamento. Il sito della BBC ha pubblicato al proposito un'analisi interessante. Perché questi incrementi estivi? |
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E' chiaro che il maggior consumatore mondiale, gli USA, ha un picco estivo di domanda per i trasporti ed il condizionamento dell'aria, che prevale sul picco invernale per riscaldamento. L'economia americana sta comunque crescendo, così come la sete di prodotti petroliferi del suo sistema energetico. Ci sono stati altri fattori contingenti, come gli uragani del Golfo del Messico che hanno interrotto la produzione di alcuni giacimenti sottomarini. Si sente dire che l'insufficiente disponibilità di raffinerie abbia contribuito, ma occorre esaminare con cautela quest'affermazione: se le raffinerie non riescono a produrre a sufficienza, in primo luogo dovrebbe aumentare il prezzo del prodotto raffinato, non quello della materia prima. E' esattamente quello che sta accadendo ora negli Stati Uniti: la fermata delle raffinerie della Louisiana causata dall'uragano Katrina provoca un aumento del prezzo dei carburanti indipendente da quello del petrolio. Ugualmente, l'indisponibilità di petroliere influisce in primo luogo sul prezzo all'utente, non su quello del greggio. Queste limitazioni della catena di trasporto e lavorazione a valle dell'estrazione hanno però un effetto secondario: quello di diminuire ulteriormente la disponibilità effettiva di petrolio sul mercato. Le difficoltà di trasporto e raffinazione, infatti, tendono a far salire il prezzo del greggio più facilmente disponibile per ubicazione dei giacimenti e qualità del prodotto. Ad esempio, l'Arabia Saudita ha grandi quantità di greggio di tipo pesante e ricco di zolfo, che nessuno vuole, perché oggi sono richiesti prodotti leggeri a basso tenore di zolfo. Le tecniche di raffinazione consentono, in teoria, di ricavare benzina e gasolio di qualità da qualunque porcheria, ma gli impianti devono essere adeguati per consentire l'eliminazione dello zolfo e per la trasformazione della componente pesante in idrocarburi più leggeri (cracking) inmisura adeguata alla richiesta. La carenza di impianti di raffinazione comporta l'indisponibilità di una parte della produzione e delle corrispondenti riserve e quindi influisce anche sul prezzo della materia prima. Le incertezze politiche contribuiscono inoltre stanno inducendo ad acquistare in anticipo rispetto all'effettiva necessità. L'irrisolta crisi dell'Iraq e la crisi "nucleare" iraniana hanno un peso non trascurabile. La produzione di questi paesi è di dubbia disponibilità, e si tratta di due dei maggiori produttori mondiali. E' sempre più evidente che, su un piano strettamente realistico e strategico, la guerra in Iraq è stata un errore colossale per gli angloamericani. O forse no? Certo chi trae utile dall'attuale prezzo del petrolio sono soprattutto le compagnie petrolifere, che non a caso hanno forti legami con le istituzioni di USA e UK. Se guardiamo all'interesse degli Stati, e non agli interessi di società private con collegamenti a personaggi di governo, si è però trattato di un disastro:
Non è un caso che l'Iran abbia deciso di riprendere il suo programma nucleare dai fini ambigui (ufficialmente civile, ma tutti sanno che è anche militare). Gli ayatollah di Teheran vedono con soddisfazione il potente esercito americano intrappolato nella palude irachena, mentre il capo del governo provvisorio di Baghdad, lo sciita Ibrahim Jaafari, il 16 luglio scorso ha prestato visita alla guida della Rivoluzione ayatollah Khamenei ed al nuovo presidente iraniano Ahmadinejad, con grandi manifestazioni di stima e addirittura l'impegno a sostenersi reciprocamente nella lotta al terrorismo! L'applicazione piena della "democrazia" in Iraq, intesa come governo della maggioranza, porterebbe ad un Iraq a guida sciita alleato dell'Iran - bel risultato, Mr. Bush! |
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Il sociologo Luciano Gallino, che già citavamo l'anno scorso per la sua analisi della crisi industriale italiana, quest'anno ha pubblicato un testo molto importante sul tema della gestione delle imprese: si tratta di "L'impresa irresponsabile" (Einaudi), da cui ho tratto il neologismo usato nel titolo. Per i motivi essenzialmente legati alla natura del capitalismo manageriale -finanziario, che ha per obiettivo la massimizzazione del valore di mercato delle azioni, nessuno fa volentieri investimenti a lungo termine. Quindi, per tornare a noi, non si realizzano nuovi impianti di raffinazione, non si costruisce un numero sufficiente di petroliere (anche per la scarsità di cantieri navali oltre che di investimenti), non si fanno prospezioni alla ricerca di nuovi giacimenti se non ci sono prospettive molto concrete di trovare qualcosa. |
Pozzi di petrolio in Azerbaijan - (c) Contrasto |
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Il meccanismo perverso che domina l'economia attuale è evidente se pensiamo appunto al caso delle petroliere. Negli anni passati si sono chiusi cantieri navali in tutto il mondo, sulla base del principio che se un impianto non rende a sufficienza lo si deve chiudere. Il risultato è che ora gli impianti sono insufficienti e concentrati in pochi paesi, con riduzione e non incremento dell'efficienza globale. I cosiddetti meccanismi di autoregolazione del mercato producono enormi sprechi, perché ci sono fattori che non vengono presi in considerazione. Ad esempio, il fatto che un impianto produttivo complesso si può facilmente chiudere ma difficilmente riaprire, un'asimmetria che distrugge completamente la presunta utilità della chiusura degli impianti poco redditizi. Non è assolutamente vero che il mercato lasciato a se stesso produce una condizione ottimale, anzi si manifesta costantemente il contrario: il mercato di per sé non può tenere conto di tutti i fattori, e richiede interventi correttivi, per evitare ogni sorta di effetti perversi. Come la tendenza al monopolismo, già chiaramente individuata da Marx e confermata dai fatti in molti settori dell'economia: tanto per fare un esempio, senza gli interventi dei governi oggi ci sarebbe un unico produttore mondiale di aeroplani civili. Negli ultimi anni il mercato che domina è il mercato globale del capitale, dove l'unico obiettivo è la massimizzazione del valore delle azioni e non, come accadeva nel capitalismo tradizionale, la produzione di dividendi. Come spiega Gallino, l'impostazione della conduzione delle imprese sulla creazione del valore ha in realtà causato enormi distruzioni di valore, a causa della gestione irresponsabile basata unicamente sulla massimizzazione del valore azionario a breve termine. Il prevalere del valore dell'azione sul dividendo rimuove l'incentivo all'investimento produttivo ed alla reale efficienza delle aziende, sostituito dal premio alla riduzione (downsizing) delle società sia in termini finanziari sia di capitale umano. E' chiaro che la scarsa propensione agli investimenti a lungo termine blocca non solo l'adeguamento dell'industria petrolifera, ma anche la ricerca di fonti alternative. Nello stesso tempo, il fatto che il prezzo sia determinato dal mercato e non dai costi fa sì che i profitti delle compagnie petrolifere e degli Stati che hanno il controllo delle riserve siano sempre più elevati. E' tipico del sistema economico attuale che questi profitti non siano reinvestiti nell'industria energetica ma semplicemente trasferiti a dirigenti, azionisti, esponenti dei governi. Enormi risorse che consentirebbero di sviluppare quel che ci serve per il dopo petrolio sono invece utilizzate a fini privati e di potere. L'incremento degli utili delle grandi compagnie petrolifere, determinato dal prezzo attuale del petrolio, si valuta in centinaia di miliardi di dollari che, se investiti opportunamente, consentirebbero di risolvere tutti i problemi dell'energia, della disponibilità di lavoro e nutrimento per la popolazione umana e qualunque altro fine possiamo concretamente prospettarci in questo momento storico - ad esempio un programma spaziale degno di nota. L'industria mondiale del petrolio sta drenando le risorse finanziarie del mondo, vanificando tutti i progressi di produttività dell'economia mondiale e azzerando le potenzialità di crescita della nostra economia, soprattutto quella dei paesi europei, dell'Italia in particolare. Sembra però che non riesca a rallentare lo sviluppo della Cina e secondariamente dell'India. Ma la Cina punta per la produzione di energia elettrica soprattutto su idroelettrico e carbone, pur essendo diventata il secondo consumatore mondiale di petrolio. Per una serie di fattori non legati all'energia, la Cina sta diventando il centro dello sviluppo economico mondiale, e il prezzo del petrolio finisce per essere limitante non per essa ma per tutti gli altri, che comunque ne dipendono, e ne subiscono le conseguenze in modo ancor più serio per la scarsa crescita delle proprie economie. |
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Il picco del petrolio Ormai il concetto di "picco petrolifero", basato sulla teoria di Hubbert, è sempre più noto e diffuso, anche se incontra oppositori in vari campi, da quello dell'industria stessa del petrolio ad alcuni insospettabili ambientalisti. Il concetto di base è che per qualunque materia prima di cui esiste al mondo una quantità finita, trattandosi di una risorsa non rinnovabile, esiste un momento in cui si raggiunge il massimo della produzione, dopo il quale la disponibilità della risorsa cala costantemente ed il prezzo cresce in corrispondenza. Questo punto di picco viene raggiunto, secondo l'impostazione di Hubbert, quando la metà della risorsa è stata consumata. Accade infatti che a quel punto non è più possibile alimentare l'incremento di produzione con l'apertura di un numero sufficiente di nuovi impianti estrattivi, a compensazione di quelli che via via si esauriscono: il numero degli impianti che chiudono per esaurimento controbilancia e poi supera quello dei nuovi. |
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Solo allora nasce una spinta strutturale al rialzo del prezzo, che fino a quel momento oscillava liberamente sotto l'effetto delle situazioni contingenti del mercato, incluse le crisi politiche come quella del 1973, quando l'OPEC ridusse la produzione drasticamente per appoggiare i paesi arabi in guerra contro Israele. Oggi l'OPEC, che non rappresenta più la maggioranza dei produttori, non sta affatto limitando la produzione. Tutti concordano che soltanto l'Arabia Saudita ha ancora margini di incremento, che però riguardano essenzialmente greggio di tipo scadente poco richiesto sul mercato. Al di là dei dettagli della teoria, rimane comunque vero che il petrolio esistente al mondo è in quantità finita; in base alle informazioni che abbiamo, sembra che siamo davvero molto vicini ad averne consumato la metà. Forse il picco è già stato raggiunto proprio quest'anno, oppure l'incremento di prezzo ed il calo di disponibilità che notiamo è in anticipo sul vero picco, per via dei fattori contingenti che abbiamo descritto più sopra. In ogni caso, il picco è vicino. Un'analisi precisa non è possibile a causa dell'inaffidabilità dei dati disponibili: in pratica, molti produttori mentono sulla reale consistenza delle loro riserve (qui trovate ancora un articolo della BBC). Tanto per fare un semplice esempio, alcuni paesi dichiarano da decenni riserve sempre uguali anche se l'estrazione continua e non si scoprono nuovi giacimenti. I negatori di quest'analisi, come William Bowles, autore dell'articolo collegato qui, non possono far altro che basarsi sull'idea che esistono enormi riserve di petrolio non ancora scoperte. Sostengono che l'aumento del prezzo è dovuto unicamente ad azioni di cartello, pilotate dalle grandi compagnie angloamericane. Certo, sappiano che circolano dati inesatti sulle riserve, ma tutti gli indizi puntano verso una loro consistenza minore del dichiarato, non maggiore. Questo per il semplice motivo che sia i paesi produttori sia le compagnie transnazionali hanno interesse a dichiarare riserve elevate, per attrarre investimenti (i governi) e per alzare il valore delle proprie azioni (le compagnie). Inoltre l'OPEC basa il suo sistema delle quote sull'entità delle riserve, un criterio sensato che implica che ciascuno produca in base a quanto petrolio possiede, però questo induce chi vuole produrre di più per aumentare i propri utili a sovrastimare le proprie riserve. E' un fatto evidente a tutti che da decenni non si scoprono giacimenti petroliferi importanti in aree nuove, né si fanno nuove scoperte significative nelle solite aree già note. Gli oppositori dell'analisi di Hubbert, come Bowles, dovrebbero dare esempi concreti di riserve "nascoste" o di ritrovamenti "inaspettati", quando invece si sa che la maggioranza dei produttori tende a dichiarare riserve superiori al vero. L'altro lato della loro argomentazione è che il prezzo del petrolio è oggi enormemente più alto del costo di produzione. E' assolutamente vero - ma per tutti i prezzi, in un sistema liberista, vale il principio che non sono determinati dal costo! I prezzi delle merci sono determinati dal mercato, il costo di produzione interviene semplicemente come limite: quando per un prodotto l'offerta supera grandemente la domanda il prezzo scende fino al punto che ciascuno è obbligato a proporre un prezzo minimo, che può addirittura scendere sotto il costo per almeno una parte dei produttori. Questa è la situazione dei mercati altamente concorrenziali ed a basso valore aggiunto, ad esempio quello del tessile di livello economico: la maglietta made in China impone a tutti lo standard di prezzo, a parte i prodotti delle grandi griffe. Per il petrolio non vale, e qui sta il problema: l'eccesso di domanda fa salire il prezzo a parità di costo. |
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Il nocciolo del problema Il petrolio è un prodotto oggi irrinunciabile. Ridurne il consumo vuol dire ridurre tutta l'attività economica, cioè andare in recessione, perché l'energia derivata dal petrolio entra virtualmente in ogni settore dell'economia ed è, in questo momento, insostituibile. A fronte di una domanda sempre crescente, abbiamo una produzione ormai giunta a saturazione, per vari motivi. Se si trattasse soltanto della volontà dei produttori di speculare al rialzo, avremmo la possibilità di risolvere la crisi nel breve, ma resta pur sempre vero che si tratta di una risorsa limitata e che prima o poi la riduzione della disponibilità sarà dovuta soltanto alla geologia, e non alla volontà umana. Ci sono molti elementi per ritenere che la geologia sia già entrata in gioco - che le riserve di petrolio mondiali siano sostanzialmente quelle già scoperte. Si può ipotizzare che i sognatori come Bowles abbiano ragione e che immense riserve non scoperte ci attendano, ma vorremmo sapere dove cercarle. Se il petrolio non è un prodotto di origine biologica ma primordiale, si sviluppi la teoria e si dimostri, come si usa in campo scientifico, che è verificata sul campo. Nel frattempo, sembra decisamente più ragionevole adoperarsi per sfuggire a questa situazione progettando e realizzando l'uscita progressiva del sistema energetico mondiale dalla dipendenza dal petrolio. Questo sarebbe auspicabile in ogni caso, perché l'uso del petrolio ha conseguenze ambientali altamente negative, a partire dal problema del surriscaldamento della Terra. Continuando ad immettere CO2 nell'atmosfera stiamo cambiando il bilancio termico del pianeta e la stessa chimica dell'atmosfera e dell'idrosfera. Se davvero esistessero enormi riserve di petrolio non scoperte, sarebbe in realtà un disastro, perché questo ci indurrebbe a continuare con l'attuale sperpero di energia fino a quando non avremo alterato l'ambiente terrestre ad un punto tale da causare la nostra stessa fine. Si tratta infatti di noi, non dell'ambiente: la Terra si riprenderebbe e si svilupperebbe in altri modi, come ha fatto più volte in occasione delle estinzioni di massa note ai geologi ed ai paleontologi. E' già accaduto, nell'estinzione del Permiano, che scomparissero il 90% delle specie viventi - per essere sostituite da altre. Vogliamo scomparire anche noi? Gli eventi di questi giorni non hanno solo un peso emotivo: è dimostrato che uragani e altri eventi atmosferici violenti sono aumentati di frequenza in modo significativo, mentre il mondo intero riscontra alterazioni del clima, a volte apparentemente nel senso del raffreddamento (quando si parla di riscaldamento globale si intende la media delle temperature nel mondo e nell'anno solare - localmente si possono avere temporanee diminuzioni, dovute alla diversa circolazione atmosferica). Non si vedono a questo proposito molti segnali positivi. Le nuove economie in fase di sviluppo si basano sui soliti schemi. Come abbiamo visto, la Cina è ormai seconda solo agli USA per i consumi di petrolio, ma ricorre massicciamente anche al carbone per la produzione elettrica. Questo ovviamente introduce un peggioramento ulteriore delle conseguenze ambientali. Possiamo vedere quali idee circolano leggendo l'articolo di Davide Tabarelli sul Sole-24 ore dell'11 agosto scorso: depreca che non si riesca a realizzare nuovi impianti come il terminale gas di Brindisi per l'opposizione ambientalista, invita chi gode di grandi utili a reinvestirli invece di trasferirli agli azionisti, invita ad accrescere l'uso del carbone, conferma la necessità di investire di più sulle raffinerie e da ultimo invita a lavorare sul risparmio e sulle nuove fonti di energia. Nulla di nuovo, l'analisi è confermata, ma preoccupa che si inviti a ritornare al carbone che comunque produce effetto serra in modo sproporzionato, anche se tutte le altre forme di inquinamento, dallo zolfo alle polveri, vengono risolte con complessi sistemi di abbattimento. Inoltre la citazione del risparmio e del ricorso ad altre fonti sembra fatta più per dovere che per convinzione. Manca un punto importante: lo svincolo del prezzo del gas da quello del petrolio. Perché dobbiamo pagare di più il gas quando cresce il prezzo del petrolio? Dovrebbe esistere un mercato indipendente per il gas. |
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E' necessaria soprattutto una forte azione perché si investa nella progressiva sostituzione del petrolio. Il carbone non è una soluzione, come non lo è, sul lungo termine, neppure il nucleare da fissione. Il petrolio è indispensabile, oggi, per il sistema dei trasporti in primo luogo. Non si deve poi dimenticare la petrolchimica, dove il petrolio è assolutamente insostituibile, tanto da far pensare che sia poco sensato bruciarlo per produrre energia, distruggendo una risorsa importantissima che ci serve per produrre a basso costo ed in quantità notevoli materie plastiche ed altri derivati ormai indispensabili per la nostra vita quotidiana. In questi giorni vediamo come l'industria petrolchimica sia importante, attraverso le conseguenze dell'uragano Katrina, che ha colpito duramente l'industria americana che è ubicata in prevalenza in Lousiana e Mississippi, per via della vicinanza alla fonte della materia prima. Non si tratta soltanto di energia, ma di un ampio spettro di prodotti che dal petrolio derivano, a partire dai vari tipi di materie plastiche, che hanno rimpiazzato il legno ed i metalli come costituenti base o almeno accessori dei manufatti umani. |
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Lo spettro dell'effetto serra Come
abbiamo visto, l'attenzione di tutti gli operatori dell'energia si sta
concentrando sula fonte energetica più abbondante ancor oggi è il
carbone. Con il prezzo attuale del petrolio e del gas il carbone è
abbondantemente competitivo - peccato che una centrale a carbone da 1000
MW produca 6 milioni di tonnellate di CO2 all'anno! |
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Dal punto di vista
ambientale ci sono soltanto svantaggi: un'automobile a benzina che usi il
prodotto sintetico ricavato dal carbone causa emissioni di anidride
carbonica doppie rispetto ad una alimentata con benzina ricavata per
raffinazione del petrolio. |
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