Newsletter TDF 1/2004

La civiltà tra Marte e Parmalat

di Adriano Autino

Cari Coplanetari,

quello che è iniziato sembra essere un anno in cui, alle tragedie che hanno funestato il pianeta dal 2001 al 2003, quantomeno si affiancano alcuni fatti positivi, o anche molto positivi, capaci di scuotere dallo stordimento i molti terrestri di buona volontà. Nuove determinazioni possono quindi nascere, decisioni positive, di riprendere il cammino, se non con entusiasmo, almeno con la fermezza di chi sa di non poter mollare. L'economia globalizzata è tuttora in bilico, sull'orlo del baratro totale, ma la Cina e l'India hanno dato la sveglia, ed il mondo occidentale ha risposto, annunciando finalmente nuovi obiettivi, nell'unica direzione che può portarci fuori dalle secche del mondo chiuso: verso l'alto, verso la creazione di una vera Space Economy. I successi delle sonde automatiche marziane NASA ed ESA, di queste settimane, ed il fatto che sia ormai certa la presenza di acqua su Marte, suonano come un ottimo auspicio ed incoraggiamento, all'inizio del 2004.

La Cina è entrata nel ristretto club astronautico, da cui - non dimentichiamolo - l'Europa è ancora oggi fuori, né ha sinora dato segno di voler inserire il volo spaziale umano nelle proprie strategie. L'India si sta sempre più qualificando all'avanguardia nella produzione di software, almeno per quanto riguarda il mercato dell'Information Technology. L'India sta anche diventando un leader mondiale nel monitoraggio delle risorse terrestri dallo spazio. Non stiamo quindi assistendo al "fisiologico" moto convettivo delle tecnologie, che dai paesi maturi passano a quelli emergenti: i paesi emergenti puntano direttamente alla leadership tecnologica, nei settori di punta. Se l'Europa e gli Stati Uniti non sapranno svecchiare decisamente e rapidamente la propria filosofia, passeranno rapidamente nel novero dei paesi che un tempo erano all'avanguardia culturale. Non si tratta solo di un confronto tra diverse filosofie di sviluppo economico o industriale. La globalizzazione ha forse finalmente messo in moto un processo profondo - potremmo dire atavico - di confronto tra i due grandi sistemi metafisici: quello occidentale, basato sul dualismo aristotelico, che ha avuto il suo naturale proseguimento nell'illuminismo e nel razionalismo scientifico, e quello orientale, non dualistico, capace di contemplare sistemi e modelli anche molto diversi e contrapposti, senza voler sempre ed in ogni caso identificare il giusto e lo sbagliato, senza dover per forza sempre scegliere l'uno e gettare via o distruggere l'altro.

L'Italia è stata un paese, un caso raro, che in era industriale era riuscito a barcamenarsi, restando tra i sette paesi più industrializzati, pur mantenendo il proprio legame culturale con una tradizione millenaria, fra le più antiche del pianeta. Un filo di continuità che, indietro nei secoli, ci lega al Rinascimento, ai Comuni ed alle Repubbliche Marinare, alla grande Civiltà Romana, il tutto fortemente intrecciato alla storia della Cristianità e della Chiesa Cattolica. Protagonista anche del passaggio sociale dall'era industriale all'era elettronica, con un settore delle piccole e medie imprese tra i più sviluppati (85% dell'economia nazionale prodotto da PMI), il nostro Paese rischia oggi un'involuzione verticale, nel gorgo di un sistema poltico ed economico-industriale giunto finalmente a pagare per la propria tremenda arretratezza. 

Un'enorme, e motivata, domanda di etica

Ma non ci si può rallegrare di questo, visto che poi a pagare sono sempre i piccoli risparmiatori, i cittadini (non ancora) sovrani, mentre coloro che dovrebbero vergognarsi e nascondersi sono sempre lì, a pontificare ed autoincensarsi in TV. Eppure qualche motivo per rallegrarsi c'è: Enron, Parmalat e gli altri casi eclatanti dimostrano, se non altro, la falsità del vecchio paradigma mafioso, secondo cui più un imprenditore è cinico e disonesto più al sicuro sono i suoi collaboratori, dipendenti ed investitori. Ciò che esce da queste vicende è un'enorme, e motivata, domanda di etica, e questo è estremamente positivo, anche se, tristemente, l'Italia non potrà essere all'avanguardia nel processo di selezione di principi etici qualitativamente dinamici. Così come si sta dimostrando che la speculazione finanziaria fine a se stessa, priva di forti assi di sviluppo industriale, fiancheggiata e tollerata dalla filosofia dello sviluppo sostenibile, porta al crack generalizzato ed alla bancarotta totale. 

Il caso Parmalat viene oggi messo alla berlina sui mass-media, come se Tanzi fosse un mostro, il criminale responsabile della truffa. Ma Parmalat non è un caso particolare. Non dimentichiamo che è stato preceduto dal crack di Cirio, di Olivetti, dal quasi fallimento della FIAT, dalla bancarotta di Cecchi Gori, ed è stato subito seguito da Finmatica, senza parlare dei tanti crack più piccoli, non saliti agli onori della cronaca, ma certo non meno drammatici, per chi vi è coinvolto. La crisi del settore del software, seguita alla debacle delle telecomunicazioni, ha portato a fallimenti o ridimensionamenti rovinosi: Atos-Origin ed I&T, solo per citare due casi abbastanza eclatanti. Si trattava sempre di imprenditori incapaci, truffaldini e disonesti? La spiegazione è ovviamente molto più complessa. Ciò che il nostro paese sconta è proprio quell'impossibile connubio tra l'essere stato parte dell'avanguardia tecnologica ed il continuare a non avere, ad oggi, nessuna idea di un'etica dell'impresa e del libero mercato. Secondo la metafisica dualistica occidentale, innestata qui con la dottrina cattolica e quella socialista, ci siamo divisi tra chi concepiva il mercato come il diavolo (quindi non poteva avere tra i propri obiettivi un'etica per il mercato, che raccomandava di rifiutare e non certo di migliorare) e chi invece lo vedeva come deus ex-machina (che, essendo perfetto, non necessita di miglioramenti). Altri ancora ricercavano un'improbabile centro tra i due supposti estremi. Gli integralisti del mercato, comunque, grazie alla filosofia cattolica, orientata al sacrificio, si sono sempre sentiti un po' malandrini, quindi "autorizzati" a qualsiasi capriola, fra demagogia libertaria ed autoritarismo coercitivo. Una destra latina, fascista e bananiera, del tutto priva di quella moralità virtuosa luterana e di quell'autentico spirito liberale (pur non scevro da autoritarismo e da un certo disprezzo per le classi ed etnie ritenute non "prescelte dal Signore") che contraddistinguono le destre repubblicane ed anglosassoni. 

L'intreccio tra politica statalista (democristiana) e poteri economici forti ha sviluppato nel dopoguerra un'economia industriale drogata, che si teneva in piedi grazie a cartelli ad accordi sottobanco tra il governo, la grande industria e le banche. Ne è riprova la FIAT, l'industria italiana per antonomasia, che ha perpetuato una politica industriale "nobiliare", non ha mai voluto orientarsi al mercato (pagando con il fallimento prima sul mercato statunitense ed in seguito anche su quello europeo), e si è retta sinchè è durata la rete di connivenza tra stato e poteri economici: una sorta di mercato captive, protetto. (L'eccellenza di tanti prodotti tecnologici italiani non è comunque in discussione: il genio, la creatività e la buona volontà di tante persone che amano il loro mestiere si è manifestato comunque, malgrado, e spesso contro, la loro classe dirigente.) 

Una "cura" che rischia di uccidere il paziente

Ad un certo punto in questo paese si è insediato un governo con un'agenda completamente diversa. Una specie di "cura omeopatica", che ha cercato di esorcizzare la corruzione... istituzionalizzandola! Il bipolarismo (ricetta anglosassone) dovrebbe, in teoria, scardinare le burocrazie inamovibili e dare aria, ogni cinque anni, ai palazzi della politica. Ci aspettiamo che ciò avvenga davvero, e che, nella misura in cui avviene, sia indolore? Ci aspettiamo che il malato sopravviva alla cura? Nel nostro caso non poteva avvenire in modo più sconclusionato, non programmato, drammatico. Il nuovo potere, privo di qualsiasi arte "medica", ha cercato di accordarsi con le vecchie burocrazie preistoriche, dove poteva. Dove non poteva, o neppure sapeva (mancandogli l'esperienza del vecchio potere), ha semplicemente lasciato perdere. Un numero enorme di legami si è spezzato, e la linfa degli accordi "tra gentiluomini" ha smesso di scorrere nel corpaccione della vecchia burocrazia intrecciata tra stato e privati. 

Venendo a mancare la periodica telefonata rassicurante del ministro al banchiere ("continua a dare credito al tale ed al talaltro, che in caso di problemi ci pensiamo noi"), il banchiere non se l'è più sentita di sostenere il Tanzi di turno. Aggiungiamo fattori contingenti, come la caduta del dollaro USA e la crisi del settore turistico seguito all'11 settembre 2001, e Tanzi è caduto come una pera. Essere un imprenditore di successo, nelle economie stataliste, è come essere in orbita bassa: finchè si è nelle grazie del governo e delle banche, continuano e verificarsi le "correzioni d'assetto" che permettono di restare in orbita. Se il gentile interessamento del ministro viene a mancare, la banca prima o poi toglie il credito, e quindi tutti i falsi in bilancio, le truffe, le carte false, vengono presto scoperte, e l'imprenditore di successo diventa un delinquente, bancarottiere e truffatore di piccoli risparmiatori.

Non così ovviamente nei settori di diretto interesse del Premier, dove questi ha imperversato, licenziando e censurando a destra a manca, favorendo o non ostacolando il fallimento dei concorrenti diretti, promulgando leggi a proprio favore, e portando in palmo di mano i propri servizievoli aiutanti. Questi sarebbero guasti ancora reversibili e, tutto sommato, tollerabili, in una democrazia in cui l'etica del mercato avesse un suo posto primario. I guasti che rischiano di divenire irreversibili – e che ovviamente non sono solo responsabilità del signore di Arcore – sono il crollo del nostro sistema industriale, lo sfascio sistematico della giustizia, la crisi verticale ed improvvisa, in cui la maggior parte della gente non sa neppure cosa sta succedendo e perché. La sindrome argentina, insomma, dalla quale ci salveremmo, secondo Prodi, solo grazie all'appartenenza all'area dell'Euro. Magari sarà anche vero, forse, che il paese non andrà in bancarotta. Quanto a salvarci, il discorso è molto più complesso. 

Serve un pensiero politico maturo, libero, pragmatico e non dualistico

Benchè questo sia un paese in cui si sono verificati storicamente a volte dei miracoli, mi sembra molto difficile che possa nascere dall'oggi al domani un pensiero politico maturo, libero, pragmatico e non dualistico, capace, non solo di tollerare, ma anche di utilizzare contemporaneamente modelli diversi e contrapposti. Favorire una vera libertà economica del mercato, nei settori dove questa garantisce le migliori condizioni per lo sviluppo della qualità dei prodotti e dei servizi. Favorire al massimo la libertà politica, di pensiero, di informazione e di espressione. Coordinare al meglio ed in modo trasparente il contributo collettivo per la produzione di quei servizi che non sono gestibili da privati (sanità, istruzione, trasporti pubblici, infrastrutture, ricerca scientifica pura). Gestire con intelligenza la transizione dal pubblico al privato ovunque ciò sia possibile ed opportuno, favorendo ad esempio la nascita di un'industria spaziale in progressiva autonomizzazione rispetto alle agenzie, e trasformando le agenzie in puri centri di ricerca, mantenendone il carattere pubblico. Iniziare una competizione politica virtuosa, in cui ci si sforzi di perseguire l'eccellenza nel proprio programma, dimostrandone la qualità. Smettere, per converso, di cercare di vincere mediante dimostrazione teorica che l'avversario ha torto, è molto cattivo, e la sua ideologia è completamente sbagliata. Ovviamente questo è reso più difficile anche dal fatto che, nel nostro caso, alcuni personaggi oggi sulla cresta dell'onda sono veramente molto cattivi, in malafede, ed altri sono senza vergogna e privi di qualsiasi dignità, quindi del tutto incapaci di farsi da parte e lasciare strada ad idee innovative. La transizione verso un'economia di mercato veramente libera dovrebbe avvenire in modo graduale, pianificato, e non per repentino disinteresse dello stato verso la maggior parte dei settori industriali. In questo, mi spiace molto per coloro che hanno creduto in una genuina volontà riformatrice del partito azzurro, ma si erano dimostrati molto meno inaffidabili gli ultimi governi precedenti. 

Posto che nascesse un pensiero politico maturo, sarebbe oltretutto molto difficile che arrivasse a farsi sentire dalla comunità. Il nostro sistema di informazione è infatti talmente malato che chiunque si discosti dalla politica del pettegolezzo e della chiassata scimmiesca, e parli di contenuti, viene automaticamente censurato o screditato, o ambedue le cose. Non resta che sperare nella globalizzazione, quindi, che i processi che si sono messi in moto siano davvero talmente forti, da coinvolgere nel moto ascendente le tante persone buone ed intelligenti che abitano questo paese, malgrado i troppi pagliacci che continuano ad ingombrare i locali del governo e del parlamento.  Che i nostri giovani si orientino sempre di più verso una cultura cosmopolita e filosoficamente onnivora, in modo da saper superare i limiti dei loro disgraziati genitori, e riuscire a dare un contributo ancora degno della grande tradizione culturale di cui sono nonostante tutto eredi.

Il sommario di TDF 1-2004 

Noterete una sconsolante prevalenza di articoli firmati dal sottoscritto. Ciò si deve al poco tempo che ho persino di chiedere agli amici di scrivere articoli, ed al bisogno impellente che ho – nonostante l'impegno per il mio lavoro non mi lasci tempo – di dar sfogo ai miei pensieri. Sarebbe favoloso se qualcuno cominciasse a mandarmi articoli senza che io li solleciti, ed ancora più bello se qualcuno si accorgesse che qui si raccolgono concetti unici, interessanti ed utili, e che varrebbe la pena di aiutarci (anche economicamente!), per assicurare maggior continuità a questo fragile foglietto telematico.

La Costituzione Europea

Ho in programma altri due articoli: "Scuola e cultura scientifica" e "Critica della costituzione europea". Ma li rimando ad una prossima uscita. Per quanto riguarda la bozza di costituzione, mi limito qui ad osservare che si tratta di un documento mal strutturato, lungo e pieno di ripetizioni, pieno di riferimenti esterni e di argomenti politici contingenti, insomma un documento che (i) non è una costituzione e (ii) deve essere interpretato per il volgo da costituzionalisti, del tutto inadatto ad essere usato dai cittadini. Poterlo criticare puntualmente richiede uno studio ed una razionalizzazione, insomma un lavoro molto impegnativo e lungo, che non ho il tempo di sviluppare. Io vorrei invece una costituzione "americana", di poche pagine ed al massimo una trentina di articoli, che possa essere usato dai cittadini sovrani. Tornerò, comunque, sull'argomento.

Guardate in alto!
Adriano Autino

[007.AA.TDF.2004 - 27.01.2004]