Un sogno ordinario ed inefficacie

di A. Autino

Premetto che, mettendo per iscritto il suo pensiero politico ("Europa: il sogno, le scelte"), Romano Prodi non ha compiuto alcuna scorrettezza. Anzi, ha fatto una cosa che tutti i politici che conservano un minimo di dignità dovrebbero fare. Per quanto mi riguarda promuoverei una legge che stabilisce quanto segue: se un uomo politico eletto a qualsiasi carica pubblica non ha prodotto, da solo o insieme ad altri, in un periodo di tempo ragionevole da stabilirsi, un qualche contributo propositivo (a prescindere dalla sua effettiva applicazione e da qualsiasi giudizio politico sul merito del contributo), perde il diritto a ripresentarsi alle elezioni. 

Avendo riconosciuto a Prodi lo status di persona seria, che tenta perlomeno di fare il mestiere per il quale percepisce denaro pubblico, mi duole constatare che comunque il suo pensiero non si eleva sopra il piattume ideologico che caratterizza da ormai troppo tempo le case politiche del vecchio continente. Il suo programma non guarda in alto. Quando si propone di usare lo spazio (par. 3.4 "Istruzione, ricerca e innovazione"), è solo per osservare la terra. Prodi ricalca in pieno, anzi probabilmente ne è a pieno titolo tra gli ispiratori, la filosofia europea del cosidetto sviluppo sostenibile, tutta rivolta verso il basso, tesa ad arrestare lo sviluppo tecnologico, nel tentativo assurdo di riparare così ai problemi ambientali creati dalla crescita del genere umano in un sistema chiuso. 

La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono liquidate in una ventina di righe (sempre il par. 3.4), in cui pure si espone un obiettivo – che l'Europa torni all'avanguardia dell'innovazione – così come, al par. precedente (3.3 "La crescita come priorità economica numero uno") la crescita viene indicata come priorità economica. Come ragione (tautologica) della stagnazione della crescita non si indica la totale mancanza di idee della classe politica post-industriale, capace solo di navigare a vista pregando per la conservazione dell'esistente, ma ci si limita a lamentare i risultati della mancata crescita (ad esempio l'aumento delle diseguaglianze e della conflittualità diffusa). E' una disegno politico di retroguardia, quello che annovera la globalizzazione e l'innovazione tecnologica continua tra i "mali moderni". E già, Prodi, non si può proprio mai stare in pace: quando si pensava di aver fatto passi importanti per confermare il prestigio europeo nel mondo e mettersi comodi e tranquilli a contemplare il declino della nostra civiltà (o la sua eutanasia, come certo si augurano gli ecologisti più radicali), che ti vanno a combinare quei rompiscatole di Cinesi? Competono! Non si limitano ad accontentarsi delle tecnologie mature, ma puntano all'avanguardia tecnologica, ed addirittura allo spazio!

Ridicolo, dopo la recente impresa cinese, l'affanno con cui alcuni dirigenti dell'Agenzia Spaziale Europea si sono affrettati (in qualche intervista) a rivalutare l'astronautica, quando le loro strategie sono da anni centrate – indovinate un po'? – sulle telecomunicazioni e sull'osservazione della Terra! Ma i Cinesi hanno annunciato lo sbarco sulla Luna entro il 2010, ed una base lunare permanente entro il 2020. Allora perfino Bush il conquistatore si scuote dal suo torpore guerriero ed annuncia, sia pure come tappa verso l'esplorazione di Marte, l'installazione di una base lunare permanente entro 10 anni. Non sia mai che qualcuno, nel cosiddetto occidente avanzato, si sbilanci a parlare della Luna o del sistema geo-lunare come area di sviluppo industriale e civile! 

Allora grazie Cina, e grazie India! Due grandi civiltà di un passato ancora tutto sommato recente, due Paesi che sembrano aver individuato chiaramente lo spazio come asse strategico di sviluppo. Come ha ricordato Michael Martin-Smith in un recente intervento nel forum di TdF, la Cina produceva da sola, fino al 1800, il 50% dell'ecomomia mondiale. Ed oggi sembra ben avviata a riconquistare una posizione di preminenza, se non di leadership, sul mercato planetario.

Per tornare all'Europa, essa continua a cedere tecnologie mature ai Paesi emergenti (auto, elettrodomestici), ed in nome dello "sviluppo sostenibile", rinuncia ad adottare assi di sviluppo forti, paragonabili a quello che è stata l'automobile nel secolo scorso. Turismo spaziale, energia solare raccolta nello spazio, sono due assi che potrebbero finalmente aprire un nuovo orizzonte di sviluppo strutturale, e rilanciare l'economia per secoli a venire. L'Europa intende essere all'avanguardia o al rimorchio? Con programmi come questo, non c'è dubbio che saremo al traino, nella migliore delle ipotesi. 

Prodi elenca una serie di problemi, così come farebbe un qualsiasi cittadino di medio buon senso, e forse questo è il profilo culturale e politico che intende perseguire. Ma noi lo paghiamo fior di quattrini per fare ben altro, e non per limitarsi a star lì seduto sulla sua poltrona, a condividere le preoccupazioni che chiunque conservi un minimo di senso critico è in grado di percepire. Dove sono le indicazioni di lungo respiro? Dov'e' la visione su un orizzonte di almeno 30 o 50 anni? Non ne troviamo traccia. Prodi auspica la pace, e chi non la auspica? E poi lamenta la crisi della democrazia e la crisi della giustizia. Sì, Professore, ma come ne usciamo? Con la crescita, dice lui. E lascia capire qua e là che la crescita finisce per essere un rimedio anche contro i conflitti. Se la torta cresce le conflittualità tendono a cedere il passo ad una leale competizione. Bravo. E come pensa di ottenere la crescita? Per decreto non funziona, lo si è già visto tante volte nella storia, e neppure per imposizione manu militari. 

Nessun dubbio che la crescita sia il punto focale. Ma Prodi evita, o rifiuta, di focalizzare tale punto con chiarezza, e quando parla di ricerca – il carburante indispensabile alla crescita – liquida il problema in 20 righe, quasi fosse un dovere, non appassionante, e fastidioso, cui assolvere di passata. Così come lo fu per i padri della costituzione repubblicana italiana, che parlarono retoricamente di cultura e di scienza, tanto per nominarle (ma quello della nuova costituzione europea è un altro discorso, anche se tutto sommato simile). Ma quello era ormai più di 50 anni fa! Possiamo perdonare ai fondatori della repubblica, in piena era industriale, nell'immediato dopoguerra (quando la ricerca scientifica poteva apparire un lusso o nulla più di un "doveroso impegno culturale"), un simile approccio. Ma non oggi, assolutamente non oggi, in piena era elettronica, quando trascurare la ricerca significa consegnare la nostra civiltà ad una decadenza rapida e dolorosa! Non oggi, dopo due anni di potere affaristico, che ha fatto a pezzi quanto restava della ricerca italiana. Non dopo cinque anni di potere verde, che ha trascurato e preso in giro la ricerca (non dimentichiamo che i 1500 ricercatori scesero in piazza nel febbraio del 2001, ancora sotto il governo ulivista). Non dopo quarant'anni di potere democristiano e poi craxiano, che hanno causato la diaspora dei ricercatori italiani verso gli Stati Uniti.

Adesso basta con questa vergognosa disattenzione! Chi dobbiamo votare, per avere una politica della ricerca scientifica al passo con i tempi e con le esigenze della civiltà umana, prima ancora che europea??!? Forse non esiste, nei Paesi Latini, un partito scientista, forse è solo un problema di ritardo (di 500 anni) nella riforma luterana. Forse dobbiamo invitare qualche partito nordico ad aprire sedi dalle nostre parti? Esistono partiti scientisti nelle regioni Nord Europee?

Quando parla di istruzione – l'altro grande pilastro su cui si regge o cade qualsiasi politica di crescita – Prodi lo fa sempre nelle solite 20 righe già menzionate. Prodi non si allarma per la totale mancanza di cultura scientifica nella scuola, né per il fatto che a scuola, fin dalle elementari, venga propinata ai bambini una pappa sottoculturale verdastra in cui tutto ciò che è naturale è buono e ciò che è frutto dell'ingegno umano viene indicato come cattivo e perverso. Come si pensa che i bambini possano maturare interessi e curiosità per la ricerca scientifica? La storia della scienza e dei ricercatori del passato, l'astronomia, l'astronautica, sono totalmente assenti dai programmi scolastici. Ma questo sembra non importare a nessuno, e neppure a Prodi, quindi, che sempre più vuole incarnare il pensiero del buon senso medio. La preoccupazione comune, che sentiamo menzionare tutti i giorni, in tutte le salse, è semmai quella di porre dei limiti alla ricerca, vista come responsabile di tutti i mali della società. Inutile che Prodi mi dica di essere di parere diverso: il suo programma tratta la ricerca come accessorio, e non da' alcuna indicazione programmatica concreta, di respiro culturale. 

Sempre in materia d'istruzione, se si vuole un'integrazione crescente tra i Paesi dell'Unione, occorre innanzitutto mettere i giovani europei in grado di parlare tra di loro, senza imbarazzi e senza problemi. Si tratta quindi di abituarli ad una lingua comune. La lingua più usata in Europa è senza dubbio l'Inglese: va istituita senza esitazioni come seconda lingua, ed i programmi scolastici devono adeguarsi rapidamente, introducendo la conversazione come priorità, accanto allo studio della grammatica (si veda anche il forum di TdF "Scuola e Sistemi Educativi"). Perché non c'e' traccia di tutto questo nei programmi? Cosa sono queste, dimenticanze? Ma che li paghiamo a fare i politici, se come ritorno abbiamo solo banalità e luoghi comuni, e le cose veramente importanti devono essere pensate fuori dagli ambienti della politica di professione? 

Discutendo di informazione, Prodi parla di difenderne il carattere pluralistico. Con i tempi che corrono, la censura rampante, la vigliaccheria ed il lecchinaggio di tanti giornalisti, questo è veramente il minimo, scontato, che ci si può aspettare da un uomo come lei, Professore! Ma l'Europa, se vuole diventare una nazione confederata, ha bisogno di ben altro! Non trovo, nel suo programma, l'indicazione di creare testate giornalistiche europee, un grande giornale, un telegiornale, dotati di redazioni europee, che comincino a trattare l'informazione su scala continentale. Un vero programma, realmente europeo, potrebbe nascere solo da un'inchiesta condotta a livello continentale, nella società civile, dando la priorità alle università, ai luoghi del sapere, ovunque ci sono persone che pensano con la loro testa e discutono del futuro, e non della mera conservazione dell'esistente. Conservare l'esistente, inteso come strategia, è sempre stata una pia illusione: gli spazi esistenti si difendono solo conquistandone di nuovi, altrimenti si finisce col perdere anche i vecchi.

Anche in materia di libero mercato, il pensiero prodiano appare quantomeno arretrato, figlio di quell'intreccio di potere politico (democristiano) ed industrialismo politicante che ha impedito per cinquant'anni lo sviluppo di una vera economia di libero mercato in Italia. Al pari della tecnologia, il mercato è visto come qualcosa di pericoloso cui porre dei limiti, non come qualcosa da liberare davvero! E tutto questo, si badi bene, in un Paese – l'Italia – in cui più dell'85% dell'economia è prodotto da piccole e medie imprese (almeno finchè sopravviveranno)! Non vi è alcun cenno all'evoluzione sociale, alla transizione dall'era industriale all'era elettronica, alla crescita dei soggetti imprenditoriali ed alla nascita di nuovi soggetti imprenditoriali, all'imprenditoria diffusa come fenomeno di massa. Non si parla di libertà d'impresa. Forse qualcuno penserà che questi ultimi sono valori di destra, e non è il caso di aspettarseli nel pensiero di un uomo di centro-sinistra. Chi obiettasse questo non avrebbe capito niente della realtà sociale in cui viviamo oggi: l'85% dell'economia prodotto dalle PMI significa che la divisione in classi della società è sempre più sfumata ed inconsistente, e quindi anche le categorie politiche che quelle classi rappresentavano (destra e sinistra), hanno sempre più la consistenza di ectoplasmi. Mentre un concetto di libero mercato (libero da barriere commerciali, lobby strapotenti, balzelli e lacci burocratici, governativi e non) assume sempre più importanza. Eppure anche il vecchio Karl Marx aveva parlato di questo, ricordate? La crescita delle forze produttive (leggi=tecnologia) porta, di per sé, alla crescita sociale ed alla liberazione dalle catene del lavoro salariato. Cioè, diremmo noi oggi, al passaggio dall'era industriale (con il suo carico di sfruttamento, ma anche di grande sviluppo), all'era elettronica, nella quale ai liberi individui si richiede molta più responsabilità e capacità di autogoverno. Abbiamo strumenti formidabili nelle nostre mani, e sta a noi decidere di usarli per continuare lo sviluppo della civiltà oppure per affossarla. Una cosa è certa: senza tecnologia, senza ricerca scientifica, 6.5 miliardi di terrestri umani non hanno una speranza che sia una.

Oggi c'è una sola contrapposizione ideologica, che dovrebbe finalmente venire alla luce del sole, ed essere liberata da ogni inutile ingombro: quella tra chi vuole continuare lo sviluppo della civiltà umana, e chi vuole invece estinguerla, in base a miopi interessi personali (finirà anche lui, insieme alla civiltà!) o a vecchie metafisiche, vecchie concezioni (dualistiche) del rapporto uomo-natura.

Prodi, da che parte sta?

Alcuni siti che pubblicano il testo del programma prodiano:
http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/europa_sogno_scelte.htm  
http://europa.tiscali.it/futuro/news/200311/11/prodi_europa.doc  
http://www.margheritaonline.it/notizie/scheda.php?id_notizie=6586  

[005.AA.TDF.2004 - 24.01.2004]