Quale lingua parleranno i nostri figli europei?

di Adriano Autino

Lavorando fin dal 1971 nel mondo dell'informatica ho dovuto usare la lingua Inglese – perlomeno l'Inglese tecnico – sin dai primi anni di lavoro. Ancora di più, se si pensa che il mio "apprendistato", i primi 13 anni della mia vita lavorativa, li ho trascorsi in quella che era allora la Honeywell Information Systems Italia, una multinazionale statunitense. La mia passione per la musica pop (più tardi per il jazz), mi spingeva a faticosi lavori di trascrizione dei testi delle canzoni (Rolling Stones, Led Zeppelin, Jimy Hendrix, ed i grandi del Rythm & Blues anni '60 e '70) dall'ascolto dei dischi. Il mio lavoro mi ha poi portato all'estero per periodi anche lunghi. E, dai tardi anni '90, l'uso dell'internet per corrispondere e scambiare articoli con amici astronautico-umanisti in tutto il pianeta, mi ha costretto ad utilizzare l'unica lingua che permette di capire e di farsi capire un po' ovunque, nel mondo globalizzato: ancora l'Inglese.

Si potrebbe anche pensare che io padroneggi discretamente tale lingua. E invece, chiunque legga un mio scritto in Inglese, forse capisce ciò che avevo in mente, ma non rimane certo estasiato dal mio stile. Nella lettura, non ho grandi difficoltà, ma se mi avventuro nella lettura di un romanzo senza dizionario non riesco certo a rilassarmi ed a godermi la trama. Nella conversazione, non ho difficoltà a farmi capire, ma mi perdo una buona parte di ciò che dice il mio interlocutore, specie se è madre-lingua, e quindi possiede ricchezza di vocaboli e pronuncia veloce, con gli inevitabili accenti dialettali. Se guardo un telegiornale CNN o BBC, devo concentrarmi per cogliere il significato di quanto viene detto e, se lascio la mia attenzione vagare un po', le parole mi scivolano addosso senza penetrare la sfera della mia comprensione, per non parlare della percentuale di significati che mi perdo in ogni caso. 

Sono uno zuccone, quindi? Probabilmente un po' sì: nonostante tutta la pratica, continuo a non sentire l'Inglese come lingua mia. Eppure ho sempre ritenuto di avere una certa facilità per le lingue, e questa era anche l'opinione dei miei insegnanti (parlo anche di coloro che tentarono, in epoche più recenti, di insegnarmi un po' di Russo, ed un po' di Tedesco). 

Dove sta, allora, il difetto? L'imparare una lingua in fondo non dipende dall'intelligenza: anche persone molto stupide o ignoranti capiscono la loro madre lingua. Naturalmente non voglio parlare dei contenuti concettuali, dove siamo per forza di cose limitati non solo dal grado di intelligenza ma anche dal tipo di istruzione ricevuta. Parlo della capacità di afferrare il significato del linguaggio anche senza concentrazione, per il solo fatto di trovarci a portata d'orecchio rispetto ad una sorgente di messaggi parlati. Tale capacità permette di ricostruire abbastanza rapidamente anche il senso di parole di cui non si conosce il significato, o quantomeno di isolarle dal discorso senza che costituiscano un elemento invalidante per la comprensione complessiva.

La scuola, e l'ambiente in cui sono cresciuto, non sono riusciti a darmi questa abilità rispetto alla lingua Inglese, che mi sarebbe stata e mi sarebbe tanto utile, in molte esperienze lavorative e non.

Sarebbe stata utile, a me, che quest'anno compio 55 anni, e che ho vissuto la maggior parte della mia vita lavorativa in Italia, quando questo paese non era ancora parte dell'Unione Europea.

Quanto sarà utile, questa capacità, per i bambini che oggi hanno 5, 10, 13 anni?

La risposta è semplice: sarà indispensabile. Nell'Europa di qui a 10 anni, chi non conoscerà l'Inglese come e meglio dell'Italiano sarà tagliato fuori, un cittadino di serie B. 

La previsione di cui sopra è già agghiacciante, se la riferiamo ai nostri figli. Ma se la riferiamo al paese Italia è anche peggio: se non insegneremo ai nostri giovani a comunicare nel nuovo contesto internazionale, l'Italia avrà un altro motivo – oltre alla sempre più preoccupante arretratezza tecnologica e scientifica (il paese di Galileo Galilei e Leonardo da Vinci!), oltre al non avere ancora neppure una vaga idea di un'etica del libero mercato – per essere considerata un paese di serie B.

Cosa serve? Cose tutto sommato semplici: sembrerebbe che perfino un politico possa arrivarci. Invece fanno esattamente il contrario! Non ci sarebbe da inventare nulla, basterebbe: 

  1. concepire l'Inglese come seconda lingua nazionale, e non più come lingua straniera;

  2. andare a vedere come gestiscono l'insegnamento della lingua Inglese paesi bilingui, ce ne sono diversi, anche in Europa;

  3. come primissimi passi, prima ancora di cominciare ad articolare programmi più complessi, si dovrebbe dare priorità alla conversazione, sin dalla più tenera età scolare, almeno pari all'insegnamento della grammatica (in fondo i bimbetti imparano prima a parlare che a leggere e scrivere!); 

  4. ed aumentare le ore settimanali di lingua Inglese, portandole almeno a pari, rispetto a quelle dedicate alla lingua Italiana (in fondo tutte le altre ore di insegnamento avvengono in lingua Italiana).

Perché allora la Moratti va nella direzione opposta, e decreta l'insegnamento di due lingue straniere obbligatorie nelle medie inferiori, Inglese e Francese, senza aumentare il già esiguo monte ore, bensì dividendolo per due? Di male in peggio! Chiunque puo' vedere (tranne la Moratti!) che il monte ore attuale non basta per apprendere bene una lingua, figuriamoci due. Nessuna percezione, inoltre, dell'esigenza pressante di passare a concepire la lingua Inglese come seconda lingua nazionale. 

I casi sono due. O stiamo assistendo all'ennesima dimostrazione di stupidità politica, oppure qualcuno ha fiutato il business: se la scuola pubblica non soddisfa le esigenze, la gente sarà disposta a pagare per corsi e scuole private! 

In paesi come l'Olanda, che da tempo usano l'Inglese come seconda lingua, pare che l'attenzione si stia spostando sul concetto di comunicazione. Il concetto di comunicazione è più interessante, poichè include al suo interno diversi oggetti utili: grammatica, conversazione, lessico, analisi dell'origine e della destinazione dei messaggi, analisi dei disturbi e dei protocolli di comunicazione, ecc... (tutte tecniche mutuate in parte dall'informatica, ma che servono abbastanza ad analizzare anche la comunicazione tra umani). 

Anche usando il semplice buon senso, se il primo obiettivo della scuola elementare e media inferiore è quello di insegnare ai bambini a comunicare in Inglese come se fosse la loro madre-lingua, la conversazione comunque assume un ruolo di primaria importanza. Basterà usare come esempio l'apprendimento della madre-lingua: la scuola innesta l'insegnamento della grammatica su un ceppo lessicale già esistente ed in formazione. Con la seconda lingua basterà regolarsi in modo simile: insegnamo a parlare, e poi innestiamo lo studio delle regole. Di più: l'apprendimento pratico, l'esperienza, stimolano lo studente a cercarsi le regole, mentre l'apprendimento delle regole prima della pratica risulta grigio, piatto, scoraggiante e molte volte ha il solo effetto di spegnere l'entusiasmo e la naturale curiosita' dei ragazzi. 

Avendo una figlia di dodici anni, il problema mi tocca non solo teoricamente. Oggi mi interessa soprattutto fare in modo che mia figlia non sia privata oltre dell'insegnamento necessario. Tutto il castello dell'insipienza o della malafede politica appare sempre più come qualcosa da cui difendersi, anziché uno strumento per il miglioramento della qualità del nostro vivere civile.

Forse non è superfluo però ricordare che tante persone di buona volontà, unendo i loro sforzi, potrebbero invertire la tendenza, licenziare i politici inetti e disonesti, ed impostare politiche realmente utili. 

Per dire la vostra sull'insegnamento dell"inglese e sulle problematiche scolastiche, visitate il forum: 

Scuola e Sistemi Educativi

[006.AA.TDF.2004 - 24.01.2004]