Un cadavere non è un buon cliente!

di Adriano Autino 

" Solo se uccido un tedesco riuscirò a persuadere gli altri tedeschi che io sono un uomo. Eppure noi abbiamo una legge, che dice non uccidere ". Così parla Mendel, l'ebreo russo fuggiasco nel romanzo " Se non ora, quando? " di Primo Levi. Mendel, sbandato nelle retrovie tedesche tra la Bielorussia e la Polonia, sopravvive alla caccia nazista con altri ebrei e combattenti, mal armati, decimati dalla fame, dalle malattie e dal freddo, e combatte come può, opponendosi ad un nemico che capisce solo la morte. Essi non hanno alternative, devono rispondere alla sfida nazista accettandone la regola: quella dell'uccisione. In quell'amara constatazione, leggiamo tutta la rabbia e l'impotenza, l'aspirazione repressa ad uno stato umano, ancora impossibile, nel 1943-44, ai tempi della barbarie nazi-fascista.

Si può osservare che è la guerra, di per sé, a generare questa impotenza, questa recessione delle persone oneste ad uno stato bestiale, cedimento e ritorno alle leggi di natura, dove il più forte uccide il più debole. Un'osservazione vera, per tutte le guerre che hanno insanguinato il nostro pianeta dagli albori della storia sino ad oggi. Tuttavia c'è molta differenza tra una guerriglia combattuta con armi di rimedio, in condizioni disperate, in condizioni di inferiorità tecnologica e logistica, ed operazioni militari condotte da un esercito moderno, tecnologicamente attrezzato. Paradossalmente, per quanto si sia portati a simpatizzare con il coraggio e l'abnegazione di chi combatte in condizioni di inferiorità, occorre notare che quest'ultimo non ha in genere molte alternative, se non l'uccisione. Mentre è proprio la superiorità tecnologica a permettere alternative, la forza consapevole dosata con saggezza, e, soprattutto, guidata da direzioni politiche in cui l'aspirazione allo stato umano sia un carattere ideologico dominante, e che rispettino quella legge citata da Mendel: non uccidere. Naturalmente la superiorità tecnologica, mentre permette di scegliere modelli comportamentali di più alto livello etico, non garantisce assolutamente nulla, e sta sempre al libero arbitrio delle persone scegliere un profilo più alto oppure la logica più semplice: sono tecnologicamente superiore quindi posso ammazzarti meglio.

L'occidente si trova oggi a riscoprire la bestialità della guerra. Ci scandalizziamo per la tortura, ma non per le migliaia di uccisioni di questi ultimi anni di guerra generalizzata, dalla Yugoslavia, all'11 settembre 2001, all'Afghanistan, all'Irak, con il sottofondo continuo della Palestina, e delle varie guerre dimenticate, in Africa, o dello sterminio di intere etnie nel sud-est asiatico (come i Montagnier, da parte del governo Vietnamita). Ci suscita un certo orrore in via di assuefazione la morte di civili innocenti, mentre la morte di soldati - ragazzi di vent'anni, carini ed educati al "rispetto per la natura" - sembra una cosa normale ed accettabile. Diamo loro in mano un fucile, e poi ci crolla il mondo addosso se passano dal "semplice" assassinio alla tortura. Nella nostra metafisica dualista, l'educazione al rispetto per la natura ha prevalso, e spesso acquistato carattere di contrapposizione, nei confronti del rispetto per la vita e per la dignità umana. In questo la nostra società si rivela oggi pervasa da caratteri ideologici nazisteggianti, tanto più pericolosi quanto più incontrastati, visto che la coscienza della loro estrema pericolosità sembra oggi ristretta ad esigue enclave di pensiero consapevole. 

La guerra si innesta su tale terreno ideologico, operando una serie di intollerabili confusioni semantiche. All'azione militare consegnamo le nostre identità nazionali, ideologiche, religiose, e l'autorizziamo a farne un unico fascio dietro una bandiera. Così Mendel non dice "uccidere un nazista", dice "uccidere un tedesco", con buona pace di tutti gli umani tedeschi che si opponevano al nazismo. Così, di fronte alla sfida dei jiadisti di Al Qaeda, la subcultura della guerra ci porta (anche fomentata da altre ideologie, interessate a sradicare una supposta influenza dell'islamismo) a dire "gli arabi", o "gli islamici". Così, coloro che vedono nel belligerismo bushiano il pericolo maggiore, non dicono "i neoconservatori", bensì "gli americani". Le guerra opera come un gigantesco schiacciasassi, che appiattisce qualsiasi differenza e qualsiasi ragionamento, fino alla logica primordiale: uccidere o venire uccisi. Quando tutta la realtà fosse pervasa dalla guerra, non rimarrebbe - ad un umanista - che scegliere la parte che appare meno soppressiva della dignità umana e mettersi a combattere a fianco di quella parte. Ma finchè non si sia in quella situazione, il primo dovere è difendere la ragione contro l'integralismo, le differenze contro l'appiattimento, consapevoli che, comunque, i violenti e gli integralisti non si battono solo con le chiacchiere. Ci vuole anche una forza morale talmente grande da scoraggiarli ideologicamente, ed una superiorità tecnologica tale da scoraggiarli sul terreno militare. Notare che la superiorità tencologica non è necessariamente un problema quantitativo, bensì un problema principalmente qualitativo ed analitico, e non sarebbe impossibile ridurre la spesa militare migliorando la tecnologia dei sistemi d'arma, nella direzione del rispetto della vita e dell'incolumità delle persone.

Allora, se il problema è quello di opporsi alle tirannie e di aiutare i tiranneggiati a liberarsene (e non c'è dubbio che questo sia un problema di oggi, per quanto le lobby economico-militari occidentali abbiano altre motivazioni nello scegliere quali tirannie combattere), dobbiamo avere piena coscienza che questo non si può fare senza una grande forza morale e senza un'adeguata tecnologia. Potremmo anche, noi dei paesi post-industriali avanzati, non essere molto lontani, da un simile stato: le tecnologie ci sono, ed alla forza morale ci possiamo lavorare! Dovremo stare molto più attenti a chi eleggiamo come esecutori di volontà condivise, coltivare molto meglio i mezzi di formazione, discussione ed espressione della volontà popolare, e favorire l'educazione dei nostri giovani alla politica, alla forza matura e consapevole. 

È questa faccenda di uccidere che deve finire. Nell'uccisione, come nella tortura, c'è solo la regressione alla ferocia naturale, agli istinti bestiali. Chi ha spinto i nostri ragazzi oltre la fragile linea di confine che separa lo stato umano da quello della bestia? Una volta superato quel confine non si ha più stima di se stessi: fra l'uccisione e la tortura non c'è poi questa grande differenza.

Se andiamo in Irak ad uccidere e torturare tanto vale che non ci andiamo. Loro ci uccidono, noi li uccidiamo. Loro ci tagliano la testa, noi li torturiamo. Non c'è alcuna educazione, in tutto questo. Noi non dimostriamo la superiorità della democrazia sui loro sistemi tribali, ammesso che questo sia un terreno di confronto.

Le nazioni più tecnologiche del pianeta non sono ancora capaci di dimostrare la propria superiorità senza uccidere. Ed anche Israele, faro di cultura tecnologica nel Medio Oriente, non fa che uccidere Palestinesi, invece di condividere con i loro ragazzi il sapere scientifico e tecnologico. Loro ci uccidono, noi li uccidiamo: anche i nostri modelli ideologici del secolo scorso ci insegnavano ad uccidere. Ebbene, in terra d'Irlanda, e nei Paesi Baschi, e nella stessa Palestina, hanno forse risolto qualcosa, continuando ad uccidersi per tanto tempo?

Adesso è lunga abbastanza: questa storia dell'uccidere deve finire, subito. Gandi non uccideva, eppure ha vinto. Gandi testimoniò le ragioni morali del proprio popolo, e le nazioni che volevano essere democraticamente più avanzate non poterono non riconoscerle. Se i Palestinesi (e qui è giustificato l'uso del nome di un popolo, visto che si tratta di un intero popolo scacciato ed oppresso) avessero un Gandi come leader, anziché Arafat, avrebbero probabilmente ottenuto i loro diritti da tempo, ed i loro figli avrebbero ormai un futuro molto diverso da quello del suicidio stragista. Vi è parecchia e sostanziale differenza tra i Palestinesi ed i jiadisti: i Palestinesi hanno un motivo morale molto forte per la loro lotta, poiché sono stati cacciati dalle loro case ed oppressi per più di cinquant'anni. Ciò che sembrano non capire (perché troppo influenzati dal jiadismo e da altre ideologie predicatrici di odio) è che i loro nemici non sono i nazisti hitleriani, contro i quali non si poteva che combattere, uccidere e morire. Israele è una democrazia, e Sharon non sarebbe neppure mai stato eletto, se i Palestinesi avessero lottato per i loro diritti con metodi gandiani.

Dal canto loro gli Israeliani si sentono accerchiati ed assediati da popoli Arabi, ma hanno mai provato a dare meno peso alle credenze religiose, ad aprirsi culturalmente al mondo arabo, ed a condividere la grande ricchezza del loro sapere tecnologico e scientifico? Se continuo a guardare il mio vicino in cagnesco, prima o poi quello mi aizzerà contro i suoi cani, come minimo! 

Se quei due popoli non trovano nulla, nella loro Torah, e nel loro Corano, che insegni a sorridere e ad essere generosi, allora è lecito dubitare che in quei libri vi sia qualche principio etico utili, per la nostra epoca!

Chiunque voglia veramente contribuire ad educare i terrestri alla democrazia, dovrà essere molto più forte, ma di una forza prima di tutto morale, non solo militare. La consapevolezza di chi sa dosare la forza per impedire le ingiustizie, fermandosi prima dell'uccisione, delle mutilazioni, delle torture. È la forza dei maestri di arti marziali, educati ad una disciplina e ad un codice morale che impongono rispetto senza neppure dover dare dimostrazione di forza. La forza che comunica immediatamente agli oppositori che intendiamo prenderci cura tanto dei nostri figli che dei loro, e che non permetteremo mai più a nessuno di uccidere, torturare, farsi esplodere. 

Potremo allora camminare per le strade di Bagdad e per quelle di Gerusalemme, e nessuno vorrà spararci, né farci esplodere: la gente vorrà parlare con noi. Poiché democrazia significa dialogo, e non uccisione. Negoziazione e commercio, e non saccheggio e rapina. 

Per Nicolas Van Rijn (un commerciante spaziale, protagonista del ciclo fantascientifico della "Lega Polesotecnica", di Paul Anderson) " un cadavere non è affatto un buon cliente ". E neppure un ragazzo al quale abbiamo (i.e. i "nostri" soldati abbiano) trucidato i genitori e stuprato la sorella sarà mai un buon cliente, né nostro amico. In fondo, non sarebbe neppure necessario ricorrere a grandi filosofie e "radici ideologiche": basterebbe la nostra cultura borghese di commercio e progresso, in un contesto di economia crescente. La forza morale e quella tecnologica devono sempre essere accompagnate dall'amicizia, dall'aiuto incondizionato, a tutti gli umani terrestri che abbiano il coraggio di sorridere e di mettere insieme i loro sforzi per vincere la vera sfida che abbiamo di fronte: non quella delle ideologie religiose, bensì quella - forse veramente religiosa, nel senso che richiede di unire (in latino religere) gli sforzi di molte persone - di continuare lo sviluppo della civiltà umana oltre i limiti di un pianeta sempre più piccolo. 

Questi semplici concetti dovrebbero finalmente entrarci in testa, e dovremo fare in modo che chi siederà sui banchi dei futuri governi li abbia ben presenti, in ogni suo atto e decisione.

[015.AA.TDF.2004 - 02.06.2004]