LA TERRA NON È UN’ASTRONAVE!

di Adriano Autino

Nel 1972 Aurelio Peccei (fondatore del Club di Roma), pubblicò il famoso rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo”. L’immagine più suggestiva, disegnata dal Club di Roma, era quella del nostro pianeta visto come un’astronave che viaggia nel cosmo. 

Quell’immagine divenne uno dei pilastri della metafisica ecologista, della cosiddetta “sostenibilità dello sviluppo”. Si tratta invero di un’immagine molto potente ed evocativa, capace di sintetizzare in sé parecchi concetti. In primo luogo si rivolge agli spiriti avventurosi, suggerendo che non serve muoversi più di tanto: basta prendere coscienza del nostro vivere su una gigantesca astronave, e vivremo quotidianamente immersi in una meravigliosa avventura (stupore catatonico, sarebbe forse una definizione più appropriata!). In secondo luogo l’immagine stimola il nostro senso di responsabilità: se il mondo è un’astronave, dobbiamo tenerla in ordine, e prenderci cura della necessaria manutenzione, o, quantomeno, di non sporcarla e non danneggiarla. Inoltre, e questo è forse l’aspetto più insidioso, un mondo astronave è un mondo chiuso: non conviene “scendere” mentre è in corsa, e scendendo ci allontaneremmo dalla direzione del viaggio.

Trentacinque anni fa eravamo atterrati sulla Luna, e ci siamo fermati, per dare retta a Peccei!

Basta pensarci un attimo, per vedere che il nostro pianeta non è un’astronave. Esso contraddice infatti i più elementari requisiti dell’astronautica, o anche, se vogliamo farla più semplice, di un qualsiasi mezzo di trasporto. Un mezzo di trasporto deve infatti portarci dal punto A al punto B. Perché? Perché vogliamo vedere cosa c’è in B, oppure abbiamo qualcosa da fare laggiù.

Dove ci porta la cosiddetta Astronave Terra? Prendo a prestito un brano scritto da Margherita Hack nel suo paper “Implicazioni filosofiche della moderna cosmologia”(1), che mi pare risponda a meraviglia alla domanda. Spiegando la teoria (oggi ritenuta la più probabile, in base a sessanta anni di solida osservazione scientifica) dell’espansione dell’universo, Hack dice: “In realtà l’interpretazione corretta, conseguenza anche di certe predizioni teoriche di Einstein e di Friedman, è che in realtà le galassie sono ferme in uno spazio che si espande. Possiamo immaginarci lo spazio come un mezzo elastico che viene stirato, trascinando con sé le galassie. Un esempio molto semplice è quello della pasta di un dolce che lievita. Se in questa pasta sono immerse delle noccioline o dei canditi, via via che la pasta si gonfia ogni nocciolina si allontana da ogni altra.” 

La terra non ci porta da nessuna parte. 

Quindi non è un mezzo di trasporto, e men che meno un’astronave. Ammesso, per ipotesi, che la Hack e tutta la cosmologia moderna avessero torto, e che la terra ci portasse davvero da qualche parte – cioè ad incontrare un altro sistema solare o un’altra galassia – dovremmo sperare di non giungere mai a destinazione! Perché si tratterebbe di uno scontro disastroso, che segnerebbe, come minimo, la nostra fine e quella del nostro sistema solare. Molto più calzante, ancora oggi, la definizione che della Terra diede Konstantin Tsiolkovsky, un maestro elementare russo, vissuto all’inizio del 1900: “La terra è la culla dell’umanità”. Ed egli aggiunse: “Ma uno non può vivere per sempre in una culla”.

Se vogliamo muoverci, se vogliamo impedire che la vita intelligente e la sua civiltà scompaiano presto dall’universo, dobbiamo stabilirci su altri “canditi”, nel nostro universo-torta, almeno nel nostro sistema solare, e per far questo occorre costruire al più presto delle vere astronavi! 

Quanto alla manutenzione del nostro pianeta, abbiamo molto da imparare, prima di essere sicuri di non fare più danno che bene. Anche per questo scopo – un corollario utile, purchè esista l’obiettivo primario dell’insediamento su altri pianeti – è di vitale importanza allargare lo studio ad altri corpi celesti: solo comparando l’ecologia terrestre con quella di Marte e di Venere (almeno) potremo capire meglio come funziona veramente (o secca, o non riesce a svilupparsi) un ecosistema. E non c’e’ esplorazione automatizzata che possa sostituire la capacità umana di “sperimentare ed imparare sul posto”. Bisogna andarci, e per restare. 

Al di là di un punto critico, i gradi di libertà – in uno spazio finito – diminuiscono con l’aumento del numero. Questo risulta valido sia per gli uomini nello spazio finito di un ecosistema planetario, sia per le molecole di un gas in un contenitore chiuso.

Pardot Keynes, primo planetologo di Arrakis (da “Dune” – Frank Herbert).

La territorialitá funziona cosí. Prendi alcuni animali che si riproducono rapidamente, ad esempio topi ( … ) lascia che si riproducano in un recinto, assicurando in ogni fase cibo e acqua a sufficienza. All’inizio li vedrai comportarsi alla maniera tradizionale dei topi quando sorge un conflitto: i litiganti si affronteranno, faranno finte e puntate, caricheranno, si ritireranno; la vittoria andrà al piú spaccone. ( … ) Quando l’affollamento supererà un certo grado le lotte non saranno piú simboliche. Ci saranno cadaveri. E le madri cominceranno a divorare i figli.( … ) La scarsità di territorio, di spazio in cui muoversi e da chiamare proprio, induce ad aggredire membri della propria specie, persino in spregio alla normale solidarietà di gruppo che si manifesta negli animali gregari.

Da "Tu come bestia", di Chad C. Mulligan (da “Tutti a Zanzibar” – John Brunner)

NOTES:

(1) M. Hack ed altri – 1993 “Pensiero Scientifico e Pensiero Filosofico” Franco Muzzio Editore S.p.A.

[003.AA.TDF.2004 - 06.01.2004]