Il fallimento ideologico delle agenzie spaziali

di Adriano Autino

Le agenzie spaziali europea e statunitense sono entrate in uno stato di crisi ideologica verticale, che le condurrà inevitabilmente a svolte strategiche senza precedenti, oppure all'obsolescenza del ruolo delle agenzie stesse, così come le abbiamo conosciute sinora. 

Diverse per natura, composizione e strategie politiche, le due agenzie sono accomunate da una cronica incapacità di avvertire per tempo i mutamenti in atto, anche quando assumono il carattere di veri e propri mutamenti epocali. Rimando ad un altro articolo (e magari chiederò aiuto a qualcuno che conosca meglio quelle realtà) l'analisi dell'agenzia giapponese, recentemente rinnovata e che, per quanto posso capire, appare più preparata, rispetto ai colleghi occidentali, alla nuova fase che si apre. Un altro capitolo, a parte, meritano anche Cina, India e Brasile.

Nell'accingermi a quest'analisi, devo fare qualche necessaria premessa. Critiche e consigli non richiesti sono causa di fastidio per i burocrati, convinti come sono che nessuno possa avere idee o punti vista migliori dei loro, o anche solo diversi, e tuttavia pertinenti e degni di attenzione. Vi è anche, nella space community, una nutrita corrente di pensiero che sostiene non si debbano dare consigli alle agenzie. Aiutare le agenzie in alcun modo, significherebbe, per costoro, ritardarne l'estinzione. Chiarisco quindi che spendo il mio tempo per coloro che – facciano parte o meno della burocrazia – non sono così obnubilati dal pensiero burocratico, e sono quindi in grado di considerare opinioni diverse. 

Per quanto riguarda il destino delle agenzie, sono piuttosto incline a pensare che esse debbano spendere il denaro pubblico meglio di quanto abbiano fatto finora: da Yuri Gagarin ai giorni nostri hanno speso un trilione di dollari, e non hanno abbassato di un solo centesimo il costo della messa in orbita di un kg. di materiale terrestre! Si veda anche, in proposito, l'analisi svolta da Patrick Collins (SpaceFuture, ex-consulente NASDA, insegnante all'Università di Tokio e poi di Azabu, in Giappone), in numerosi paper. Basterebbe questo, a dei funzionari coscienziosi, per iniziare un bilancio di quello che si deve ritenere – a tutti gli effetti – un fallimento. Ma un burocrate si ritiene ben al di sopra di qualsiasi dovere di servizio verso i cittadini sovrani: egli li vede come sudditi, ed in quanto monarca assoluto, fintanto che il gettito fiscale non cessa, non vede alcun motivo per mettere in discussione il proprio ruolo! Anzi, farà di tutto pur di trovare motivazioni "ragionevoli" e "sostenibili", cioè atte a "sostenere" la propria sedia e la propria scrivania. Altri se la vedano con le crisi e gli alti e bassi del mercato: loro affermeranno, non senza un certo sussiego, di essere "super partes". Certo, il loro reddito non dipende dal mercato, possono ben ritenersi superiori, ed anche giudicare "venali" noi poveri mortali che, in carenza di commesse, rischiamo di chiudere le nostre aziende e ci troviamo a lottare con le banche, il fisco e tutti gli altri poteri, di un sistema molto tenero con chi ha grandi capitali (o almeno un grande appetito), e severissimo con chi ha pochi o nessun capitale. Si può ben capire come possa salire, nella società reale, la rabbia contro le burocrazie inamovibili e sorde a qualsiasi esigenza, affossatrici e/o fagocitatrici di qualsiasi idea non sia nata all'interno del loro orto. Tuttavia, smantellando uno strumento ci si sbarazza sì dell'ingombro, ma anche delle sue utilità: una volta smantellate le agenzie, potremmo anche accorgerci che non abbiamo nient'altro per convogliare fondi a sostegno della ricerca utile, e magari perdere il treno della space economy

Inoltre disperderemmo un patrimonio di conoscenze scientifiche e tecnologiche che comunque è costato parecchio e, se sapessimo usarlo per obiettivi reali, costituirebbe una grande ricchezza. Molto meglio sarebbe se, alla direzione delle agenzie, si avvicendassero persone non burocratizzate, capaci di analisi sociale e di reimpostarne totalmente la strategia.

Per restare " coi piedi per terra" (e come potremmo fare diversamente? ), se le burocrazie sono "camini che non patiscono il fumo", sorde a qualsiasi critica finchè non sono toccate nel lato economico, perché allora sono in crisi? Semplice: perché sono ampiamente toccate nel lato economico!

La riduzione dello spazio commerciale pubblico

La NASA si è vista tagliare il budget dall'amministrazione Bush, a favore dell'impegno militare prima in Afghanistan e poi in Irak, proprio mentre stava tentando (con qualche successo) di ricrearsi un'immagine mediatica post-guerra-fredda, grazie all'esplorazione automatizzata di Marte. Nel 2004 quella stessa amministrazione ha suonato, ai capi dell'agenzia spaziale per antomomasia, la sveglia del piano "Moon Mars and beyond". In pratica: "smettete di giocare con le macchinine, e rimettete l'astronautica al centro della vostra strategia". Ci voleva l'impresa cinese, per arrivare a tanto. Segno – se mai ce ne fosse bisogno – che le direzioni politiche occidentali non ragionano in base all'analisi preventiva di quanto accade su questo pianeta, ma unicamente sulla base delle sollecitazioni ricevute e dei sondaggi elettorali. Possibile che tutti abbiano continuato a baloccarsi con una strategia basata sull'entertainment, sinchè il Colonnello Yang Liwei non ha fatto il suo volo in orbita, l'autunno scorso? Eppure non si manda un uomo in orbita in due giorni. Tempo per capire cosa stavano preparando i Cinesi e per ragionare di conseguenza sulla propria strategia, ce n'è stato sicuramente parecchio, ma i nostri burocrati hanno dormito beati, sinchè la "mamma" non li ha tirati giù dal letto a pedate. Mentre si stanno ancora, metaforicamente, lavando la faccia – e pregustando una sostanziosa colazione (leggi=un sostanzioso aumento di budget) – ecco che dal deserto del Mojave si alza una fastidiosa zanzara: SpaceShipOne. Ed ancora di più mette in discussione i loro bilanci miliardari, avendo ripetuto l'impresa dell'X15 con appena 30 milioni di dollari! Sui costi dell'impresa cinese essi possono alzare il sopracciglio con sufficienza, trattandosi di economia ancora non pienamente di mercato. Ma Scaled Composites è un'impresa americanissima, e soggetta a tutte le leggi del mercato! Mai come in questo mese di luglio 2004, lorsignori devono essersi sentiti tremare le sedie sotto il sedere, e tutti gli sguardi addosso, con espressioni sardoniche, del tipo: "quanto avete detto che costa, la tal missione?" 

Alla NASA, quantomeno, sono stati assegnati dei compiti ben precisi, che chiunque traslochi alla Casa Bianca (o rinnovi il contratto per altri quattro anni) nel prossimo novembre non potrà rimangiarsi. Ed i bravi ragazzi americani almeno questo hanno di bello: sono capaci di riorientarsi e muoversi molto rapidamente.

L'ESA sta molto peggio: è completamente persa nella nebbia. Alla caduta verticale del mercato dei lanciatori, conseguenza della debacle delle telecomunicazioni, alla generale flessione dell'economia mondiale dopo l'11 settembre, ed al clima di guerra continua che ne è seguito, si è aggiunta recentemente la grande incertezza politica dei 25 Paesi che compongono oggi l'Unione Europea. Così l'Unione, che rischia di mancare la grande opportunità di un mercato di 300 milioni di persone, nella paralisi e totale mancanza di autorità del governo centrale, eletto da poco più del 40% degli aventi diritto al voto, e comunque ancora privo di veri poteri decisionali rispetto agli stati membri. La grande enfasi data all'allargamento dell'Unione nell'agenda 2007, piano strategico quadriennale dell'ESA scritto nell'autunno 2003, suona oggi (se ce ne fosse bisogno) come un altro fattore di maggior incertezza. 

Né si arresta il processo di concentrazione, in atto da almeno 10 anni, nella grande industria spaziale europea. L'agenda 2007 dice chiaramente che – come highlander – " ne rimarrà uno solo". Un solo, gigantesco, monopolista dall'appetito smisurato, che ingloberà Astrium, EADS-LV, Alcatel, ed, in Italia, Alenia e Telespazio (già acquisita da Alcatel). La grande industria spaziale, orfana del mercato commerciale delle telecomunicazioni, è oggi finanziata interamente dal denaro pubblico, tramite l'agenzia. L'agenzia, quindi, non poteva che cercare una nuova fonte sicura, abbondante, per (come si legge nel documento già citato) "mantenere l'industria spaziale europea". 

Un futuro in divisa?

E l'ESA l'ha trovata. Nell'agenda 2007, documento di 23 pagine, ricorre 33 volte la parola "difesa", mentre l'espressione "human spaceflight" compare solo 6 volte, e sempre in relazione ad attività non europee (Stati Uniti, Cina, Russia). Sembra quindi tracciata con una certa precisione la svolta strategica dell'agenzia spaziale europea: dall'impostazione ideologica del cosidetto "sviluppo sostenibile", che aveva dato priorità all'osservazione della terra ed alle telecomunicazioni, si passa alla sicurezza, nell'accezione militare del termine. La filosofia non cambia quindi: si tratta sempre di guardarsi i piedi, anziché alzare lo sguardo all'infinito. Anziché pensare all'acquisizione di nuovi spazi vitali, per aiutare il libero sviluppo della civiltà, si preferisce osservare l'esistente, e si ricade nella vecchia ossessione del potere: il controllo militare. Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole. Se la torta non cresce, aumenta la rissosità di coloro che si trovano a doversela spartire, ed aumenta quindi parallelamente il lavoro per i capi ed i capetti, con e senza divisa. 

In corso di liquidazione la politica di apertura verso le piccole e medie imprese, è in forse la continuazione dello stesso programma Aurora, e di altri programmi volti ad accogliere idee ed iniziative di studio e ricerca. Giganteggia ovviamente il progetto Galileo, talmente grosso e pretenzioso da non riuscire neppure a partire, nonostante l'annosa disputa tra Germania ed Italia per la leadership sembri essersi risolta ( a favore dei Tedeschi), già da qualche tempo. 

Scritta nell'ottobre 2003, l'agenda cita la Cina solo come partner del progetto Galileo. A soli 8 mesi dall'impresa di SpaceShipOne, i vertici dell'ESA non hanno avvertito l'esigenza di far caso all'X-Prize, né al lavoro di piccole aziende dotate di grandi idee e di grande coraggio. Nessun accenno ad un veicolo riutilizzabile, per quanto un esponente ESA, intervistato dopo l'impresa cinese, avesse ventilato la riesumazione del progetto Hermes (lo shuttle europeo).

Si capisce anche che, mentre per la NASA il difficile è stato "togliersi la divisa militare", l'ESA trova non poche difficoltà ad indossarla. Leggiamo infatti, in un passaggio sui rapporti tra l'ESA e le istituzioni dell'Unione Europea, che l'agenzia mancherebbe ancora di legittimazione, e che si trova continuamente a dover giustificare il proprio ruolo nella costruzione di una politica europea della difesa. Questo continuo doversi giustificare, leggiamo ancora nell'agenda 2007, sarebbe altamente frustrante e fonte di stress, a tutto discapito dell'Europa e dei suoi cittadini! Ma poveri, poveri burocrati! Che non si sentono abbastanza coccolati e rassicurati, nonostante gli stipendi da favola, i benefit, e, soprattutto, il poter fare il mestiere che molti – astronauti veri, nel cuore e nelle aspirazioni, che sarebbero orgogliosi per il solo fatto di poter servire in quelle mansioni – invidiano loro con tutta sincerità!

Guardando la cosa dal punto di vista della commissione dell'Unione Europea, la situazione non appare molto diversa. Se il taglio è più "politico", la sostanza non cambia. Nel "white paper" AEROSPACE 2003-33, che porta la data dell'11 novembre 2003, si ipotizza di portare la spesa spaziale dai 5.38 G€ del 2004 ad un ammontare che varia tra i 6.6 e gli 8 G€. Per quanto si spinga ad esaminare un orizzonte temporale di 30 anni, il documento riesce a non dare alcun peso all'astronautica, se non come attività marginale, che riguarda la "leale collaborazione" con gli Stati Uniti! Il documento ammette peraltro candidamente che "il volo spaziale umano e l'esplorazione dello spazio sono emersi come elementi speciali dal processo di consultazione", ma questo non significa mica doversi scomodare ad inserire tali elementi nelle strategie dell'agenzia!

Per quanto riguarda gli obiettivi, da qui a 30 anni, del programma spaziale europeo, fra di essi compaiono la crescita economica (ma come ottenerla, se non si da' impulso a veri assi di sviluppo industriale?), la creazione di posti di lavoro e la competitività industriale, accanto – beninteso – al mitico "sviluppo sostenibile", in fase di obsolescenza, ma ancora capace di far danni. Anche qui troviamo l'obiettivo di una sicurezza e difesa più forti per tutti, accanto all'allargamento dell'Unione coronato da successo, alla riduzione della povertà ed all'aiuto allo sviluppo.

Chi si fosse aspettato un maggior orientamento al mercato, che si tenesse conto dell'apertura dello spazio ai privati, che si desse impulso alla tecnologia astronautica, per il turismo spaziale e l'infrastruttura geo-lunare – cioè una vera politica di sviluppo – è, ancora una volta, servito. O, quantomeno, fin lì l'agenzia non è ancora arrivata: da noi i burocrati viziati sono ancora più lenti a svegliarsi che negli Stati Uniti, forse anche perché nessuno provvede a svegliarli.

Il nodo dei costi di sviluppo

Per osservatori esterni, che non abbiano dimestichezza con i processi di progettazione in ambiente aerospaziale, c'è di che essere ben confusi. Negli anni '90 hanno assistito alla proliferazione delle cosiddette "missioni a basso costo", nel nome della filosofia delle tante piccole missioni, invece di poche missioni a costo elevatissimo. Occorre qui fare una necessaria premessa. Gli elementi che mantengono elevato il budget delle missioni spaziali, rispetto ad applicazioni terrestri, sono, molto schematicamente:

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L'hardware speciale, a prova di radiazioni cosmiche, prodotto in camere ad elevatissimo coefficiente di pulizia, sottoposto a test di vibrazione molto rigorosi e costruito con particolari criteri di robustezza,

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la documentazione imposta dalle metodologie standard di qualità,

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i test imposti dalle metodologie standard di qualità,

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i criteri di sicurezza e protezione richiesti per il volo spaziale umano,

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oltre, naturalmente, al costo elevatissimo di tutto l'"ambaradan" burocratico.

Per realizzare la politica del downsizing, la NASA decise di agire soprattutto su due variabili: adottò componenti hardware commerciali e diede priorità alle missioni automatizzate. Per l'ESA il salto non fu così cospicuo, visto che l'astronautica non era una sua priorità neppure prima. Si trattò quindi di un esercizio finalizzato ad abbattere il costo delle missioni senza tuttavia abbattere il costo al kg. della messa in orbita. Sacrificare ancora una volta l'astronautica, per mantenere intatto il potere statale sullo spazio. Perfettamente in linea con la stessa filosofia che aveva scarificato lo sviluppo degli RLV per favorire l'industria dei razzi spendibili. Tanto la gente preferisce guardare Marte in TV che andarci di persona. Perfettamente "sostenibile", poco inquinante, certo più sicuro, rispetto ai pericoli del viaggio vero. Ma le pacchie non durano mai troppo a lungo, purtroppo e per fortuna.

La Cina annuncia il suo programma di colonizzazione lunare, e compie un deciso primo passo. Ecco che la NASA deve ricordarsi di essere un'agenzia non solo governativa, ma anche militare! Fin qui tutto bene, dal punto di vista dei burocrati e delle gerarchie militari, che vedono un nuovo ruolo attivo, e quindi i loro budget in crescita. 

Ma l'elemento veramente dirompente è SpaceShipOne. Questo è difficile da spiegare con parole povere all'opinione pubblica: perché diavolo le missioni NASA ed ESA devono costare tanto, se Scaled Composites è riuscita a raggiungere quota 100 km. con meno di 30 M$? Vediamo di fare, come si dice, qualche "conto in tasca", alla buona, e svelare almeno in parte il mistero. Riprendiamo lo schema di prima, mettendo a confronto, nella seguente tabella, due metodi di lavoro quasi completamente antitetici, per missioni con equipaggio umano.

Ovviamente si possono fare molti commenti su questa tabella. Per quanto riguarda la differenza di impostazione, si può riassumere in questo: è la differenza tra il metodo di lavoro dell'artigiano e quello dell'industria (in particolare quella pubblica).

E chi si aspettava che potesse risaltare fuori l'artigianato, e proprio sulla frontiera più tecnologica di tutte? Ebbene signori, che ce lo aspettassimo o no, eccolo lì. Ha fatto il suo volo il 21 giugno 2004, è in procinto di aggiudicarsi l'X-Prize il 19 settembre ed il 2 ottobre prossimi. A parte tutte le considerazioni che si possono fare, i tecnici di Scaled Composites non schiavizzano nessuno se non se stessi, perché sono convinti di ciò che fanno, ed investono liberamente le proprie ore di lavoro ed il proprio entusiasmo.

Ciò che emerge da questo confronto possiamo chiamarlo una maggior maturità, da parte degli artigiani, soprattutto per la loro capacità di non farsi schiavizzare dalle metodologie di qualità, che certamente rappresentano una notevole incidenza sul costo totale del progetto. Non penso che i progettisti di Scaled Composites – in maggioranza "vecchie lenze" e "leggende viventi" – siano digiuni degli standard metodologici. Solo che sanno quanto usarne ed in che modo, per raggiungere l'obiettivo senza farsi sotterrare dalla carta. Dico tutto questo senza conoscerli e senza averci ancora parlato, quindi attendo smentite e correzioni.

Il fatto è che gli standard di qualità attualmente in uso presso le agenzie sono nati nel contesto pubblico (aerospazio e difesa). Non avendo problemi di budget, sono cresciuti a dismisura, continuando a ramificare e parcellizzare le regole, dando tradizionalmente più importanza agli aspetti formali che a quelli sostanziali. Si è inoltre formata una casta sacerdotale di specialisti della qualità, capaci di criticare l'aspetto formale dei documenti, ma non il loro contenuto tecnico. I sistemi progettati possono quindi rispettare tutte le regole normative, e tuttavia non essere sicuri né affidabili. La perdita di ben due shuttle su cinque, e di un certo numero di sonde marziane, costituiscono la prova. In casa ESA, le failure del lanciatore Ariane 5 ammontano al 21% (4 su 19 lanci), superando quindi di gran lunga quelle dell'Ariane 4, il 2,6% (3 su 114 lanci). Segno che le metodologie da sole non bastano, o forse sono diventate un macigno bloccante. O probabilmente, cosa ancora più drammatica, danno l'illusione della sicurezza, riducendo quindi l'attenzione e l'applicazione dell'intelligenza umana. Un altro fallimento ideologico per le agenzie, su cui si dovrebbe riflettere.

Gli standard di qualità attuali rappresentano, probabilmente, l'estremo colpo di coda dell'era industriale: il tentativo di serializzare il lavoro intellettuale (come fece l'Unione Sovietica, con il famigerato GOST). L'illusione che, scrivendo un manuale completo per ogni attività di progettazione, sia poi possibile utilizzare mano d'opera poco esperta, e quindi perfettamente intercambiabile, l'estrema mortificazione dell'intelligenza, il trionfo del pensiero burocratico. 

Sarebbe finalmente ora di invertire la rotta: invece di continuare a proliferare standard sempre più diversificati e di dettaglio, aumentando la giungla delle regole ed il conseguente smarrimento di coloro che dovrebbero applicarle, cominciamo a pensare alla loro razionalizzazione e riduzione, sedimentando un numero molto minore di regole, frutto finalmente dell'esperienza dei progettisti, e non degli "specialisti" di standard. Quale momento è migliore di questo, per un vero riesame, visto che il successo di SpaceShipOne è lì da vedere, ancora mediaticamente caldo? 

Un'agenda alternativa per le agenzie

Poiché ho sempre pensato che un articolo di critica senza proposte sia meno della metà del contributo possibile, veniamo ad alcune idee per un ruolo diverso ed una possibile nuova strategia, che sia adeguata alle sfide che la nostra civiltà si trova di fronte.

Un programma spaziale deve combinare investimenti privati e supporto da parte della comunità, secondo alcuni "requisiti utente" di base, che mi sembra logico ripuntualizzare qui di seguito (si veda anche il mio paper sulla qualità dei sistemi spaziali "Project & Test Engineering Methodology", presentato al 54mo Congresso IAF, Brema 29/09 - 03/10 2003).

R1.

I sistemi spaziali devono permettere all'uomo di stabilire al più presto basi autosufficienti fuori dal suo pianeta natale.

R2.

I sistemi spaziali devono essere sufficientemente sicuri da non mettere in pericolo la vita umana nello spazio, non più di quanto questa lo sia sulla superficie terrestre.

R3.

I sistemi spaziali non devono costare così tanto da impedire nei fatti lo sviluppo di una vera economia spaziale in tempi brevi.

A questi requisiti di base, che hanno un aspetto contingente, ma manterranno certamente la loro validità su un orizzonte temporale di molti secoli a venire, possiamo aggiungerne qualcun altro, probabilmente figlio dei tre sopraelencati.

Per sgombrare il campo da un possibile equivoco, non ritengo che l'impegno sul fronte della sicurezza e della difesa sia del tutto da scartare. Però occorre discuterne bene i requisiti, soprattutto portando la discussione fuori dai circoli ristretti delle gerarchie politico-militari. Costoro hanno sempre ragionato in un'ottica militarista, ed invece il problema della difesa va affrontato in un'ottica umanista. Lo stesso "scudo stellare" reaganiano, trattandosi di un sistema puramente difensivo, non era poi così malvagio come lo dipingevano molti suoi detrattori, animati più dalla preoccupazione che la potenza imperiale americana diventasse di fatto inattaccabile, piuttosto che da intenti pacifisti. I nuovi sistemi difensivi spaziali dovrebbero orientarsi alla difesa della vita umana come valore supremo, sia le vite dei "nostri" che quelle dei "nemici", ed anche evitare di mettere troppo il naso nella vita privata dei cittadini sovrani. È quindi di vitale importanza, e prioritaria, una discussione etica, prima di imbarcarsi nel disegno di qualsiasi sistema difensivo. Inoltre sono assolutamente contrario a che la difesa diventi l'asse strategico prioritario dell'agenzia spaziale europea. Se la grande industria dovrà per un periodo ridimensionarsi non è un mio problema. La grande industria è del resto dotata di un potere di autoconservazione del tutto paragonabile a, se non più grande di, quello delle burocrazie statiste: essa passa con disinvoltura dall'esaltazione delle virtù del libero mercato (per avere mani libere quando l'economia è in crescita) alla rapina a mani basse del denaro pubblico, quando la fase è negativa, ricattando la comunità con la favola dei "posti di lavoro" da mantenere.

In breve, le linee guida per una nuova agenzia spaziale europea, sono le seguenti.

L'agenzia spaziale europea dovrebbe dare inizio ad un programma di transizione, che la porti a dividersi in due strutture, dotate di ampia autonomia:

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una struttura di ricerca spaziale avanzata, che porta avanti ricerche sia in proprio, sia commissionandole a contrattori, utilizzando anche metodi più avanzati del database EMITS (di per sé un sistema non male, per rendere pubbliche le gare), per favorire la nascita di iniziative di ricerca nella società, anche da parte di singole persone, dotate di buone idee e preparazione adeguata;

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una struttura finanziaria, di coordinamento degli investimenti pubblici e privati, capace di creare fondi di investimento ed azionari tali da supportare (i) la validazione e delle tecnologie astronautiche (ii) la nascita dell'industria astronautica; tale struttura dovrebbe in breve tempo divenire finanziariamente autonoma, operando come ente finanziario sul mercato borsistico.

Per quanto riguarda le aree tematiche prioritarie, propongo le seguenti:

1.

FILOSOFIA E METODOLOGIE - obiettivi:

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mettere a punto la filosofia dell'era spaziale, e favorire lo sviluppo di una nuova metafisica, una nuova visione del mondo aperto, i cui confini siano estesi almeno al sistema solare; 

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riesame degli standard metodologici di qualità;

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mettere a punto metodi di coinvolgimento delle persone della società nella risoluzione di problemi complessi (pay for thinking);

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finanziare l'arte dell'era spaziale.

2. VEICOLI ED INFRASTRUTTURE - obiettivi:

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veicoli terra-orbita riutilizzabili, per il trasporto di merci e passeggeri;

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aerei suborbitali per il trasporto passeggeri;

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strutture e moduli abitativi orbitali e lunari, space hotel;

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riutilizzo e smaltimento dei rifiuti spaziali;
- validazione e sviluppo delle tecnologie gonfiabili;
- colonie lunari.
3. BIO-ASTRONAUTICA - obiettivi:

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gravità artificiale, per imepdire il deterioramento osseo e muscolare degli astronauti; 

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protezione dalle radiazioni cosmiche;

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produzione di acqua ed ossigeno in ambienti artficiali, copiando ed accelerando i processi naturali;

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ecosistemi artificiali in ambienti chiusi, utilizzando la International Space Station come laboratorio di ricerca.
4. ENERGIA ED INDUSTRIALIZZAZIONE DELLO SPAZIO GEO-LUNARE - obiettivi:

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energia solare raccolta nello spazio, sia per clienti terrestri che spaziali;  

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energia solare prodotta sulla luna, per clienti lunari, terrestri e spaziali; 

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produzione industriale di prodotti da microgravità;

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ospedali a gravità zero;
- smaltimento e stoccaggio rifiuti pericolosi;
- spostamento in orbita terrestre di produzioni pericolose. 
5. STUDI E SPERIMENTAZIONI AVANZATE - obiettivi:

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osservatori astronomici lunari e nei punti Lagrange; 

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laboratori di ricerca lunari e nei punti Lagrange;

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ricerche a vasto raggio sui benefici e sulle convenienze della gravità zero;

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ricerche per la terraformazione di corpi celesti extraterrestri.

Ovviamente non si sta parlando di cancellare tutto ciò che c'è oggi (telecomunicazioni, osservazione della terra, sperimentazioni varie). Semplicemente si tratta di registrare che tali temi non sono più prioritari, e che si deve metterne al primo posto altri, come elencati.

Ai signori che si credono di diritto padroni di qualsiasi idea, solo perché occupano una scrivania dove istituzionalmente dovrebbero nascere le idee, è richiesto in primo luogo un esercizio di umiltà. Vi sono persone che da anni svolgono una ricerca filosofica, politica ed economica indipendente sui temi dello spazio. È da tale ricerca che essi ricavano le loro idee, e chi potrebbe svilupparle meglio? Non sto suggerendo ai burocrati di andarsene a casa, lasciando il posto ad altri, ma solo di accettare il concetto che fuori dalle agenzie esiste un'elaborazione ricca e feconda. Essi dovrebbero cercare molto di più la collaborazione di chi studia ed intraprende per sincera passione. Altrimenti potrebbero fallire ancora, come alla lunga fallisce chiunque si collochi al di sotto del livello etico minimo indispensabile che la propria epoca richiede. Le società post-industriali possono uscire in avanti dalla presente crisi, ed essere ancora l'avanguardia culturale per l'intera civiltà umana (come lo furono indubbiamente durante l'era industriale) solo se sapranno compiere un decisivo passo etico, ed un metodo più semplice e trasparente per riconoscere la paternità e la proprietà delle idee ne costituisce precondizione essenziale. 

Un altro fallimento ideologico non sarebbe solo vostro, poiché ricadrebbe sull'intera civiltà. Dei vostri (e nostri) successi, invece, saremmo tutti orgogliosi!

[023.AA.TDF.2004 - 25.07.2004]